giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il presidente Di Maio…
Pubblicato il 05-08-2016


Le dichiarazioni di Luigi Di Maio sono sostanzialmente quelle anticipate da Di Battista. E cioè l’opposizione alla concessione delle basi italiane agli americani per i bombardamenti su Sirte è motivata dalla paura che gli uomini di Al Baghdadi se la prendano anche con noi. Se mai prevalesse una simile posizione (e qualora i Cinque stelle fossero al governo preverrà) l’Italia dovrebbe fare i conti con quattro inevitabili conseguenze. La prima, ovvia, è quella relativa all’apertura di un conflitto cogli Usa, che potrebbe portarci fuori dall’Alleanza atlantica. Non si prenda a paragone il precedente di Craxi del 1986. Allora Reagan decise di bombardare Tripoli e Bengasi, puntando direttamente all’eliminazione di Gheddafi, il capo di quel governo. Oggi è il governo libico di Seraj che chiede l’intervento per liberare la città di Sirte, occupata dall’Isis. Per combatterlo perfino l’ambigua Turchia ha concesso le sue basi. Di Maio si comporterebbe dunque peggio di Erdogan.

La seconda evidente conseguenza sarebbe relativa all’indebolimento del già debole e contestato governo Serraj, riconosciuto dall’Onu. Se all’esplicita richiesta del governo libico l’Italia opponesse il suo rifiuto evidentemente non solo la storica influenza italiana sulla Libia decadrebbe d’incanto, ma anche i nostri tecnici e militari dovrebbero essere richiamati in patria. Non solo non saremmo impegnati in un’operazione militare richiesta, ma non la faciliteremmo. Il terzo inevitabile effetto sarebbe quello di isolare ancora di più l’Italia dal contesto europeo. Mentre la Francia, ma anche la Germania e la Gran Bretagna, hanno reagito dopo il 13 novembre anche a livello militare, l’Italia, dopo non avere imitato i paesi fratelli, si rifiuterebbe anche solo di concedere le sue basi agli aerei americani. Immaginiamo le reazioni.

Ma ci sarebbe anche un quarto, devastante effetto. Se alla base della mancata concessione ci fosse davvero la paura di ritorsioni, dovremmo allora ammettere che la guerra del Califfato è una guerra di reazione, non di offesa. E che Francia, Belgio, Germania, Gran Bretagna, Spagna, oltre agli Usa, hanno prima bombardato o concesso basi e poi sono state colpite. Non è affatto così. Anzi, questa folle interpretazione del terrorismo islamico finisce perfino per giustificarlo. E’ aberrante. Postula una sorta di patto di non aggressione reciproco. Una tranquillità garantita da chi sgozza e brucia gli infedeli. Una mezza comprensione con un occhio socchiuso d’intesa. A questo porterebbe la posizione di Di Maio, presidente di un governo a Cinque stelle. Che Dio ce ne scampi.

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