giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Isfol: l’apprendistato
non decolla. Meno 17%
in un anno
Pubblicato il 01-08-2016


Isfol
NEL 2015 APPRENDISTI IN CALO DELL’8,1%
Non decolla l’apprendistato. Anzi. La platea dei giovani assunti in apprendistato continua a ridursi. Nel 2015, infatti, la variazione dello stock medio di apprendisti è pari a -8,1% rispetto all’anno precedente. Il dato emerge dal XVI Rapporto di monitoraggio sull’apprendistato, realizzato da Isfol in collaborazione con l’Inps e per conto del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Gli apprendisti in Italia ammontano a 410.213 lavoratori, il 13,6% degli occupati della fascia d’età 15-29 anni (contro i 446.227 del 2014, il 15,1% degli occupati 15-29enni). “Tale trend negativo – spiega l’Isfol – appare legato all’introduzione dell’esonero totale dal versamento dei contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro per un triennio, concesso nei casi di assunzione con contratto di lavoro a tempo indeterminato (legge 190/2014), che ha evidentemente reso meno appetibile l’apprendistato. Nel 2015 i due tipi di contratto beneficiano di agevolazioni contributive di entità comparabile, ma l’apprendistato si accompagna a obblighi di natura formativa che vengono percepiti come oneri aggiuntivi da parte delle imprese”. In termini di flusso, il numero di apprendisti avviati nel 2015 è pari a 197.388, con una contrazione del 17,7% rispetto al 2014 (quando invece si era avuto un +3,1% rispetto al 2013). Le cessazioni nel 2015 ammontano a 155.355 lavoratori (-4,0% rispetto all’anno precedente). Le trasformazioni segnano invece un forte balzo in avanti, con una variazione del +23,5%, riconducibile agli effetti dell’incentivo offerto dalla L. 190/2014. Dal punto di vista delle imprese, alcuni ambiti economici in cui in passato la presenza di apprendisti è stata significativa stanno perdendo rilevanza: le imprese di tipo artigiano rappresentano ormai solo un quarto del totale (25,7%), mentre nel 2008 erano il 37,8%; allo stesso modo se nel 2008 il settore delle Costruzioni rappresentava il 17,3% sul totale degli apprendisti, nel 2015 si ferma all’8,3%. Proprio quello delle Costruzioni è il settore in cui lo stock medio di apprendisti subisce la maggiore contrazione nel 2015 rispetto all’anno precedente (-16,5%). Se i settori economici del terziario sono ormai quelli che occupano la maggior parte degli apprendisti (66,1%), sono anch’essi interessati da forti contrazioni nel corso del 2015 (Attività finanziarie -11,4% dello stock medio di apprendisti; Commercio -11,2%).

 P.A.
VIA LIBERA AI NUOVI COMPARTI
Si avvicina la stagione contrattuale nel pubblico impiego, dopo sette anni di blocco. Con il via libera ai nuovi comparti, il cui accordo è stato sottoscritto recentemente da sindacati e Aran, infatti, si sono poste le condizioni per avviare il confronto. I nuovi comparti vengono ridotti drasticamente passando da 11 a quattro. Ecco allora i nuovi comparti:

Funzioni centrali (circa 247.000 occupati), Funzioni locali (457.000), Istruzione e ricerca (1.111.000). Sanità (531.000).

Dal confronto con l’assetto finora in vigore, emerge come gli accorpamenti abbiano riguardato gli statali in senso stretto (prima divisi tra ministeriali, dipendenti delle agenzie fiscali e degli enti pubblici non economici) e il settore della conoscenza, con insegnanti, ricercatori, personale dell’università raccolti in una stessa ‘zona’ di contrattazione.

I dipendenti di palazzo Chigi fanno invece comparto a se stante.

In parallelo cambiano anche le aree dirigenziali, con circa 6.800 dirigenti nell’area delle Funzioni centrali, 15.300 nelle Funzioni locali; 7.700 nell’Istruzione e ricerca e 126.800 nella Sanità. Per consentire alle sigle sindacali di non perdere la rappresentanza è concesso un mese di tempo, da oggi, per stringere eventuali alleanze. Infatti i criteri per essere rappresentativi restano quelli di prima (5% di deleghe più voti in 2 comparti). È comunque riconosciuto una sorta di ‘diritto di tribuna, nei tavoli sui rinnovi, per i sindacati che restano sotto la soglia. Inoltre per tutelare delle specificità professionali é previsto che il contratto possa contenere delle sezioni, in modo da trattare in modo diverso aspetti particolari. Si avvicina la stagione contrattuale nel pubblico impiego. Con il via libera ai nuovi comparti, il cui accordo è stato sottoscritto oggi da sindacati e Aran, si sono poste le condizioni per avviare il confronto. I nuovi comparti vengono ridotti drasticamente passando da 11 a quattro. La firma arriva dopo sette anni dalla legge che ha prescritto la razionalizzazione. L’intesa preliminare era stata raggiunta il 5 aprile e aveva ottenuto l’ok da parte del Consiglio dei ministri il 15 giugno. Sottoscrizione definitiva accordo, dopo 7 anni da legge

Cgil, ora confronto su rinnovi o mobilitazione  – “Senza una convocazione, senza l’avvio subito del confronto per i rinnovi, intensificheremo la mobilitazione per ‘Contratto Subito'”. Così il segretario confederale della Cgil, Serena Sorrentino, dopo la firma dell’accordo sui comparti del pubblico impiego. “Oggi abbiamo ratificato quanto sottoscritto il 5 aprile scorso. Un atto formale su un accordo raggiunto diversi mesi fa. Da allora, nonostante reiterate dichiarazioni della ministra Madia, così come dello stesso Premier Renzi, non c’è ancora traccia di convocazione per l’avvio della trattativa per i rinnovi dei contratti pubblici”, ha sottolineato la sindacalista. E ha aggiunto: “Non aspetteremo oltre”.

P.a: Uil, ora più spazio a contrattazione, serve decreto  – La Uil auspica il riconoscimento “di uno spazio maggiore alla contrattazione, per sbloccare quanto imposto dalla legge Brunetta, riconsegnando delle materie alle parti”. Così si è espresso il segretario confederale della Uil, Antonio Foccillo, in occasione della firma dell’accordo tra Aran e sindacati sui nuovi comparti del pubblico impiego. Per Foccillo servirebbe “intervenire subito per decreto, così da favorire la nuova tornata contrattuale”. Il sindacalista ha rimarcato come “le organizzazioni dei lavoratori abbiano fatto la loro parte, dimostrando responsabilità. Ora tocca al Governo, unico tra i datori di lavoro ad aver tenuto fermi i contratti per sette anni, ovvero per due tornate”.

Aran, con intesa cambio profondo,contratti più semplici  – “Un accordo che cambia in profondità l’assetto del sistema contrattuale pubblico, con un effetto di notevole semplificazione dell’attività negoziale”. Questo il commento formulato dal presidente dell’Aran, Sergio Gasparrini, dopo la sottoscrizione dell’intesa che riduce i comparti da 11 a 4. “Le aggregazioni – ha spiegato – rispondono a un criterio di tendenziale omogenizzazione dei settori, nei limiti del possibile”.

Istat
RAPPORTO POVERTÀ
Nel 2015 si stima che le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta siano pari a 1 milione e 582 mila e gli individui a 4 milioni e 598 mila (il numero più alto dal 2005 a oggi). Lo rileva l’Istat. L’incidenza della povertà assoluta si mantiene sostanzialmente stabile sui livelli stimati negli ultimi tre anni per le famiglie, con variazioni annuali statisticamente non significative (6,1% delle famiglie residenti nel 2015, 5,7% nel 2014, 6,3% nel 2013); cresce invece se misurata in termini di persone (7,6% della popolazione residente nel 2015, 6,8% nel 2014 e 7,3% nel 2013). Questo andamento nel corso dell’ultimo anno si deve principalmente all’aumento della condizione di povertà assoluta tra le famiglie con 4 componenti (da 6,7 del 2014 a 9,5%), soprattutto coppie con 2 figli (da 5,9 a 8,6%) e tra le famiglie di soli stranieri (da 23,4 a 28,3%), in media più numerose. L’incidenza della povertà assoluta aumenta al Nord sia in termini di famiglie (da 4,2 del 2014 a 5,0%) sia di persone (da 5,7 a 6,7%) soprattutto per l’ampliarsi del fenomeno tra le famiglie di soli stranieri (da 24,0 a 32,1%). Segnali di peggioramento si registrano anche tra le famiglie che risiedono nei comuni centro di area metropolitana (l’incidenza aumenta da 5,3 del 2014 a 7,2%) e tra quelle con persona di riferimento tra i 45 e i 54 anni di età (da 6,0 a 7,5%). L’incidenza di povertà assoluta diminuisce all’aumentare dell’età della persona di riferimento (il valore minimo, 4,0%, tra le famiglie con persona di riferimento ultrasessantaquattrenne) e del suo titolo di studio (se è almeno diplomata l’incidenza è poco più di un terzo di quella rilevata per chi ha al massimo la licenza elementare). Si amplia l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie con persona di riferimento occupata (da 5,2 del 2014 a 6,1%), in particolare se operaio (da 9,7 a 11,7%). Rimane contenuta tra le famiglie con persona di riferimento dirigente, quadro e impiegato (1,9%) e ritirata dal lavoro (3,8%).Anche la povertà relativa risulta stabile nel 2015 in termini di famiglie (2 milioni 678 mila, pari al 10,4% delle famiglie residenti dal 10,3% del 2014) mentre aumenta in termini di persone (8 milioni 307 mila, pari al 13,7% delle persone residenti dal 12,9% del 2014). Nel 2015 la povertà relativa è più diffusa tra le famiglie numerose, in particolare tra quelle con 4 componenti (da 14,9 del 2014 a 16,6%,) o 5 e più (da 28,0 a 31,1%). L’incidenza di povertà relativa aumenta tra le famiglie con persona di riferimento operaio (18,1% da 15,5% del 2014) o di età compresa fra i 45 e i 54 anni (11,9% da 10,2% del 2014). Peggiorano anche le condizioni delle famiglie con membri aggregati (23,4% del 2015 da 19,2% del 2014) e di quelle con persona di riferimento in cerca di occupazione (29,0% da 23,9% del 2014), soprattutto nel Mezzogiorno (38,2% da 29,5% del 2014) dove risultano relativamente povere quasi quattro famiglie su dieci.

Carlo Pareto 

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