domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La maledizione dell’Achille Lauro, storia di Abu Abbas
Pubblicato il 29-08-2016


AchilleLauroReem al-Nimer, militante per la Causa palestinese e vedova del comandante Muhammad Zaydan, conosciuto come Abu al-Abbas, ha scritto la storia del marito e sua, partendo dal dirottamento della nave da crociera “Achille Lauro”, condotto nell’ottobre del 1985, al largo delle coste egiziane, da quattro membri del ricostituito FLP (Fronte di Liberazione della Palestina), di cui Abbas era fondatore e leader.
L’azione non prevedeva affatto il dirottamento – la traversata sul transatlantico doveva servire ai militanti palestinesi soltanto per raggiungere clandestinamente il territorio israeliano – né alcun spargimento di sangue. Il commando, però, venne scoperto quasi subito e, nella concitazione dell’imprevisto, uccise il passeggero Leon Klinghoffer, ebreo americano e paraplegico.
Tale crimine segnò Abu al-Abbas fino alla sua morte, avvenuta quando si trovava sotto custodia USA, durante l’invasione dell’Iraq. Da tempo Abbas aveva pubblicamente rinunciato alla lotta armata, poteva avvalersi dell’immunità per ogni azione militare compiuta prima del 1993 grazie agli Accordi di Oslo, tuttavia il 15 aprile 2003 fu catturato con un imponente blitz di 180 soldati americani, 30 carri blindati e 6 elicotteri. Detenuto per quasi un anno in in un campo di prigionia di Baghdad, non ebbe alcun processo né assistenza legale e, l’8 marzo del 2004, morì in circostanze mai chiarite.
La maledizione dell’Achille Lauro è però un testo con più d’un piano di lettura.
È naturalmente la cronaca del dirottamento della nave da crociera, fatto che, oltre a marchiare il destino di Abbas, catalizzò l’attenzione del mondo intero per le conseguenze che avrebbero potuto verificarsi e vide l’Italia ricoprire un ruolo di primo piano. Nei capitoli d’apertura, dunque, l’autrice ricostruisce nel dettaglio la genesi dell’azione, riportando testimonianze dirette, passaggi cruciali di colloqui e dichiarazioni di alcuni protagonisti e mettendo in luce il ruolo effettivamente svolto dal marito di fronte alla piega inattesa degli eventi.
È uno sguardo dall’interno sul movimento di resistenza palestinese, sui delicati, quando non estremamente tesi, rapporti tra le sue varie fazioni – dall’organizzazione-madre OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) a Fatah, dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale al FLP –,nonché sulle relazioni tra questa frastagliata compagine e gli altri Stati arabi, alla cui guida figurano anche dittatori come Mu’ammar Gheddafi e Saddam Hussein e personaggi discussi come Hosni Mubarak e Bashar al-Assad.
È un racconto testimoniale sul Medio-Oriente dell’ultimo 60ennio, con attenzione particolare al trentennio 1970-2000, e ai suoi contraccolpi politici – il Settembre Nero in Giordania del 1970, l’Operazione Litani, la guerra civile libanese, la Prima Intifada, la guerra Iran-Iraq, l’invasione del Kuwait, la Seconda Intifada, l’invasione dell’Iraq da parte di una coalizione multinazionale guidata dagli usa.
È una storia del fallimento del “processo di pace” tra israeliani e palestinesi, consumato fra tradimenti, inganni, errori, false speranze e manipolazioni da parte di potenze locali e internazionali.
È un memoir, che poco concede all’agiografia e molto a una ruvida onestà, su una coppia di coniugi palestinesi dalle opposte origini sociali: lui nato da una famiglia umile e cresciuto in un campo profughi siriano, lei appartenente a una potente dinastia di notabili approdati in Cisgiordania, il cui padre, il banchiere Rifaat al-Nimer, avrebbe fatto la Storia dell’economia creditizia del mondo arabo. Già sposati e con figli, Reem e Abu al-Abbas divorziano più o meno nello stesso periodo per dare vita a un matrimonio che li vedrà, per più di vent’anni, nomadi tra Libano, Siria, Tunisia e Iraq e costantemente pericolo. Sempre presente sullo sfondo un senso di nostalgia di casa, la Palestina, un richiamo costante per l’autrice e il marito, entrambi nati in esilio da genitori espulsi dal Paese dopo al-Nakba – “la Catastrofe” –, come venne denominata la guerra israeliano-palestinese del 1948. Emblematiche e toccanti le pagine sul loro viaggio del 2000: l’arrivo a Gaza, sporca e sovrappopolata, pied-à-terre degli alti funzionari dell’olp per le riunioni periodiche del Consiglio Nazionale Palestinese e per passarvi l’estate, uomini che poco si interessano a migliorare le condizioni della città e della popolazione – «Si comportavano da signori […] Sembravano ritenere che questo fosse loro dovuto, quale riconoscimento per gli anni che avevano trascorso nella diaspora impegnati a “liberare” la Palestina. Ai miei occhi, i veri campioni della Causa erano i palestinesi che avevano tenuto duro a Gaza senza mai lasciare la loro terra e sopportando le miserie quotidiane dell’occupazione»; la visita ai luoghi storici – Gerusalemme, Haifa, Ramallah, Nablus, il monte Carmelo –, quindi la sosta ad al-Tiret, il villaggio d’origine di Abbas:

Ciò che ci colpì […] fu una piccola capanna su una stradina, accanto al punto in cui sorgeva un tempo la casa della famiglia di Abu al-Abbas, […]. Ora lì viveva un ebreo israeliano ortodosso, tra mosche, immondizia e alcune galline sporche e malnutrite. […] Ci fermammo vicino a lui per chiedergli indicazioni. Abu al-Abbas, naturalmente, parlava con accento iracheno. Gli occhi dell’anziano ebreo si illuminarono, e chiese: «Lei, signore… viene dall’Iraq?» Abu al-Abbas annuì, sorpreso che un israeliano riconoscesse il marcato accento iracheno. «Io sono originario di Mosul», spiegò orgogliosamente l’ebreo, battendosi sul petto per sottolineare la sua affermazione. La celebre e unita comunità ebraica di Mosul era stata composta perlopiù da braccianti e bottegai, e da pochi grossi mercanti. Tutti e quattromila erano emigrati in Israele nel 1951. Quell’uomo aveva nostalgia di Mosul, avendo trascorso in Iraq l’infanzia e la prima adolescenza. […] Per lui, quel Paese significava più del cumulo di rifiuti in cui aveva finito per vivere in Israele. Cominciò a fare domande precise riguardo a Mosul, naturalmente parlando con accento iracheno, e a sua volta Abu al- Abbas gli pose domande specifiche su al-Tira. Quei due uomini dalle origini diverse avevano scoperto un legame. Di fronte al palestinese, stanco di vivere di Iraq e desideroso di ritornare in Palestina, c’era un ebreo israeliano, stanco di vivere in Palestina e desideroso di ritornare in Iraq. Ciascuno dei due aveva pagato il prezzo delle circostanze che la vita aveva loro imposto.

A chiudere un testo che ha davvero poco di celebrativo ed è piuttosto denso di fatti, le considerazioni dell’autrice sull’avvento dell’Islam politico, e su come sia cambiato il terrorismo dopo l’11 Settembre. «Viste con gli occhi del 2014, le nostre azioni possono sembrare ottuse o crudeli. Ma allora sentivamo di non avere alternative». Lo stragismo religioso nulla ha a che vedere con la lotta armata palestinese. Questa, pur riprovevole extrema ratio, è fondata su un approccio nazional-politico-militare, in cui non esiste il concetto di “guerra santa” né interesse all’annientamento programmatico dell’avversario. La resistenza palestinese ha avuto tra i suoi uomini-simbolo personalità carismatiche come Arafat, il volto diplomatico della Causa, e Abbas, quello più frondista, musulmani laici idealisti ma non irrazionali, che hanno sempre e solo voluto il riconoscimento di un obiettivo primario, quello della Terra.

Costanza Ciminelli

La maledizione dell’Achille Lauro. La storia di Abu al-Abbas
Reem al-Nimer
(Zambon Editore 2016)
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