lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Maduro, Erdogan e la retorica della minaccia
Pubblicato il 24-08-2016


erdoganA voler dare i numeri sulla situazione in Turchia basta ricordare poche cifre.
40 sono i giorni trascorsi dal fallito tentativo di golpe nella terra del Bosforo.
60.000 (e oltre) sono le persone che fra corpo militare, sistema giudiziario, incarichi civili e mondo dell’istruzione, il governo di Recep Erdogan ha fin qui arrestato, sospeso dalla propria carica o posto sotto indagine.
4262, invece, le istituzioni il cui servizio è stato ad oggi congelato.
Sui sottili (per usare un eufemismo) equilibri della politica interna turca si è abbondantemente discusso e le immagini del trattamento riservato ai putschisti nel post-golpe sono state per giorni sotto gli occhi di tutti.
Mostrare i muscoli, mettere in vetrina la propria virilità politica, sembra ormai un ritornello destinato ad imporsi sempre più come un trend nel prossimo futuro. L’ultimo, in ordine temporale, a ravvivare la sagra del machismo di Stato risponde al nome di Nicolas Maduro. In un discorso tenuto la passata settimana nella regione di Monagas, il presidente venezuelano, l’erede designato di Chávez, non ha lesinato convinte ostentazioni della propria forza. Cominciando, naturalmente, con l’ennesima rivendicazione sul successo nazionale dei CLAP.
I CLAP (comitati locali di razionamento e produzione), centri a gestione statale che prendono in carico il 70% della distribuzione del cibo nel Paese, non sono altro che l’ultima trovata di Maduro per tentare di tamponare la disperata emergenza in cui è sprofondato il Venezuela negli ultimi anni. Il politologo Luis Vicente Leon ha racchiuso la descrizione dell’efficienza dimostrata finora dai CLAP in una sentenza laconica: “L’unica cosa che distribuiscono è la carestia. E, per giunta, la distribuiscono male”. “Che ne sarebbe stato del Venezuela se non avessi ideato i CLAP?”, è però la domanda del presidente. Una domanda che sarebbe interessante rivolgere a quel 30% della popolazione venezuelana che, come rilevato da sondaggi Consultores, non supera i due pasti giornalieri da mesi e mesi, o a quel 70% che ha dichiarato di rinunciare ormai ad alimenti base come latte, zucchero o riso perché irreperibili o troppo cari. O perché no, a quei circa 500 bambini che un mese fa hanno iniziato a svenire nelle loro classi, per i morsi della fame, in un istituto cattolico della periferia di Caracas. E che importa se, come faceva notare già qualche mese fa dalle colonne di El Mundo la coordinatrice di Izquierda Democratica (Sinistra Democratica), Lisbeth Cordero, “con i CLAP si richiede di entrare in liste di attesa, mentre la fame del popolo non può stare ad aspettare dei turni”? O se Rafael Padrino, esponente dell’intellighenzia venezuelana già a giugno avvisasse di come “(i CLAP) si configurano come un malizioso strumento di addomesticamento sociale e politico […] come una nuova forma di apartheid”? A Maduro, certamente non rinomato per la sua considerazione verso le varie forme di opposizioni, sembrerebbe non molto. Non pago, rincara anzi la dose.

Ed eccoci tornare a Erdogan, all’asse immaginario Istanbul-Caracas. “In caso di golpe in Venezuela, mi comporterei più duramente di Erdogan”. E ancora: “Erdogan passerebbe per un lattante (niño de pecho) in confronto a ciò che metterebbero in atto gli uomini della rivoluzione bolivariana se l’opposizione osasse un golpe”. La gara tutta personale del clamore, la gara delle parole che materializzano fantasmi (e i fantasmi, si sa, una volta evocati sono difficili da scacciare), la gara della minaccia come mezzo privilegiato per il consolidamento della propria autorità bistrattata. La gara, insomma, a chi ce l’ha più grosso. Il pugno duro, s’intende.

Andrea De Luca

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