martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Più PIL per tutti
Pubblicato il 22-08-2016


Che cos’è il PIL? Il Prodotto Interno Lordo indica un dato statistico assolutamente falsato, nel senso che è distorto e manipolato ad arte dai vari “istituti di ricerca” (che non sono affatto indipendenti, checché se ne dica altrimenti), ad uso e consumo delle élites eurocratiche dell’alta finanza: la Trojka, la Commissione Europea, la BCE, il FMI. La stima del PIL è un esercizio che giova soprattutto alle oligarchie capitaliste che hanno l’interesse a massimizzare costantemente i loro profitti. Infatti, il prodotto interno lordo non è mai distribuito in modo equo tra le classi sociali di una nazione. Un Paese come la Cina, che vanta il più alto PIL del mondo, possiede oltre un miliardo di poveri. In Spagna il PIL è ritornato in una percentuale positiva, ma in realtà sono cresciute le cifre che segnalano il livello della miseria e della disoccupazione ad esclusivo discapito delle fasce sociali più indifese. In Italia, da anni gli indici ed i calcoli relativi al PIL nazionale sono in una fase recessiva, eppure gli utili del grande capitale (cioè quello che comanda sul serio nell’economia internazionale, ovvero i circoli dell’alta finanza, le principali banche d’affari, i grandi gruppi multinazionali) sono schizzati a livelli record e ai massimi storici. Come mai? Non occorre essere esperti in materia di economia per capire che i conti non quadrano. È evidente che interviene qualcosa (o qualcuno, dall’alto) che non fa quadrare bene i conti. Nel senso che le statistiche economiche vengono costantemente manipolate ad arte a palese vantaggio di chi ci guadagna, cioè a profitto di alcune minoranze politicamente egemoni e dominanti, le oligarchie finanziarie che detengono il controllo dei settori nevralgici del potere: economia, politica, mass-media “mainstream”, banche centrali, atenei universitari, accademie scientifiche più prestigiose, ivi compresi gli istituti di ricerca che si occupano di diffondere i dati ufficiali relativi al PIL. Inoltre, la democrazia formale (delle istituzioni liberali-rappresentative borghesi) non è un elemento in grado di arginare la violenza dei mercati azionari.
La memoria collettiva della gente, si sa, ha un raggio di azione estremamente corto e scarsamente duraturo. All’indomani del fragoroso crack finanziario del 2008 si levò un coro unanime di voci “indignate” ai vertici delle principali istituzioni politiche internazionali (in primis cito il presidente degli Stati Uniti) per reclamare interventi volti a regolamentare e “moralizzare” i meccanismi della finanza globale, percepita come “rea e perversa” e additata quale capro espiatorio del dissesto economico di intere nazioni. Si invocarono misure tese ad arginare il cinismo e la sfrenatezza dei mercati speculativi, introducendo imposte fiscali sulle rendite azionarie e le transazioni finanziarie, per impedire che le attività speculative continuassero ad attrarre plusvalore sottraendolo all’economia reale e produttiva. Da allora sono trascorsi ben otto anni, ma nessuna proposta politica degna di tal nome è stata adottata in tal senso. Né poteva essere altrimenti, considerando le interferenze che le élites finanziarie sovranazionali sono in grado di esercitare nei confronti delle autorità politiche, ricorrendo a qualsiasi mezzo, ad espedienti spregiudicati e criminali, per limitare e condizionare la sovranità o l’autonomia decisionale di enti ed organismi eletti democraticamente.
Pertanto, cianciare ancora di “democrazia” quando tale istituzione di governo è destituita di ogni principio e fondamento, non ha più senso. Forse acquisterebbe un valore concreto solo se si riuscisse a rilanciare o rinvigorire il funzionamento della democrazia a partire dal basso, allestendo canali e strumenti di controllo e di partecipazione diretta delle masse popolari ai processi politici decisionali. Insomma, rivoluzionando radicalmente l’attuale assetto socio-politico-economico internazionale. Se la recessione economica degli ultimi anni “vanta” un merito, esso consiste probabilmente nell’aver messo a nudo tutte le insanabili contraddizioni insite nell’ingranaggio capitalistico, rivelando la sua irriducibile ed essenziale indole autoritaria. Una matrice che è assolutamente incompatibile con i valori della sovranità democratica e popolare e qualsiasi forma di legalità costituzionale e di civiltà giuridica.

Lucio Garofalo

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Commenti all'articolo
  1. Salvo eventuali fraintendimenti circa il loro significato, queste righe e riflessioni sembrano ispirare al pessimismo riguardo al nostro presente, e anche futuro, e danno altresì l’impressione che il nostro voto, cardine ed emblema della democrazia, abbia sostanzialmente poca incidenza sull’andamento delle cose.

    Probabilmente l’esito delle urne contava di più, o avevamo perlomeno questa illusione, quando gli Stati non avevano ancora iniziato a cedere parte della rispettiva “sovranità”, per aderire ad organismi e forme di collaborazione sovranazionali, ma indietro non si può oggettivamente tornare, e in ogni caso è poi intervenuto un altro fattore, per così dire determinante, ovvero la globalizzazione dei mercati.

    In questo scenario, mi riesce poi abbastanza difficile immaginare come possa materializzarsi il concetto prefigurato dall’Autore, ossia “rilanciare o rinvigorire il funzionamento della democrazia a partire dal basso, allestendo canali e strumenti di controllo e di partecipazione diretta delle masse popolari ai processi politici decisionali”.

    Concetto ineccepibile sul piano del principio, ma di non facile attuazione pratica, a meno di non ricorrere in maniera sistematica a consultazioni referendarie consultive (una strada, tuttavia, piuttosto complicata ed irrealistica).

    Vista così, stante dunque l’apparente debolezza o impotenza dei singoli, elettoralmente parlando, unitamente alla crisi che ha investito i partiti tradizionali e identitari, la cui organizzazione prevedeva momenti di coinvolgimento “popolare” nei processi decisionali, le altre forme di aggregazione che possono dar voce alla “base” rimangono i corpi sociali intermedi.

    I quali hanno svolto un ruolo importante nel corso del tempo, in molti casi rappresentando le istanze un po’ “corporative” dell’una o altra categoria, ma a me sembra che proprio su queste fondamenta – cioè su questo tipo di confronto/scontro, dove ogni parte e componente funge da contrappeso nei confronti dell’altra – si appoggi sostanzialmente la vita delle democrazie.

    P.B. 26.08.2016

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