mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Scrive Giovanni Alvaro:
Reggio e la Calabria
ostaggi del giustizialismo
Pubblicato il 14-08-2016


Il senatore Totò Caridi, fatto arrestare dal Senato, si è avvalso della facoltà di non rispondere al Gip di Reggio Calabria dato “che finora non ha avuto l’opportunità neppure di leggere quanto contenuto nel fascicolo processuale” sostiene la difesa, rappresentata da Carlo Morace e Valerio Spigarelli, che aggiunge che “l’interrogatorio di garanzia dovrebbe essere uno strumento di difesa ma, in queste condizioni finisce per trasformarsi in tutt’altro”.

Non solo sarebbe stato impossibile leggere migliaia di pagine in poco tempo, ma avendolo trasferito da Rebibbia a Reggio Calabria nel fine settimana, il contatto con i propri legali Caridi lo ha avuto solo poche ore prima dell’interrogatorio da parte del Gip fissato per lunedì scorso, menomando così la propria difesa. L’on. Caridi, assieme al proprio collegio difensivo, ha preferito rinviare il confronto dinanzi al Tribunale della Libertà, nell’udienza dell’11 agosto, e le risultanze dell’interrogatorio, con le decisioni che saranno assunte, diventeranno note Martedì prossimo.

La vicenda, comunque, aldilà della colpevolezza o dell’innocenza dell’on. Caridi,  si presta ad alcune considerazioni, la più importante delle quali è che se gli atti non erano a conoscenza dell’indagato, a maggiore ragione, non lo erano neanche per gli altri senatori che, quindi, si sono espressi, sulla richiesta di arresto dell’on. Caridi, avanzata dalla Procura di Reggio Calabria, senza avere gli elementi che, in uno stato di diritto, sono fondamentali per decidere della sorte di chi è sottoposto alla ipotetica sospensione della propria libertà.

Il minimo che si possa dire è che la scelta di accelerare la decisione presa dal Presidente Grasso, anche se assunta per finalità diverse come l’inseguimento di ruoli che per concretizzarsi hanno bisogno anche del sostegno di una forza come il Movimento 5 Stelle, è stata una vera e propria forzatura. La verità è che il Presidente Grasso non ha mai smesso d’essere il pm, che fu prima di entrare in politica,  ma la sua scelta è servita a dimostrare che i signori senatori non si sono espressi  né sul ‘fumus’ e neanche sulla presenza o meno di riscontri ineccepibili sulla sua ‘colpevolezza’, che comunque sarà oggetto di una serie di gradi di giudizio e fino a che la sentenza non sia quella definitiva viene considerato dalla Costituzione italiana innocente.

Gli onorevoli senatori si sono semplicemente orientati in base a scelte di schieramento, non solo partitico, ma anche in base alla loro ‘formazione’ e alla loro cultura giustizialista o garantista. I primi non andando troppo per il sottile sono normalmente portati a schierarsi con la pubblica accusa che viene considerata assoluta e incontestabile, e quanto da essa scodellato viene assunto come oro colato. Per essi l’accusa va assunta a prescindere per decidere il pollice verso. I secondi invece, educati da mille e passa errori giudiziari, come insegnano i casi come quelli alla Enzo Tortora, vogliono vederci chiaro e sono, quindi, portati a pretendere che la decisione sulla privazione della libertà dei singoli debba essere la conseguenza di processi da celebrare con ogni garanzia di legge.

E nel caso specifico questi presupposti deficitano perché non basta che ci sia un gruppo all’interno di un partito o di una coalizione che ha la capacità di orientare e ‘dirigere’ le scelte politico-organizzative per gridare all’esistenza di una cupola ‘affaristica mafiosa’. Non è una bestemmia, quindi, dire che a Reggio e in Calabria si è ormai ostaggi del giustizialismo con grave danno della propria economia e della propria voglia di uscire dal baratro in cui ci si trova. Ma è grave anche rischiare di diventare, su queste basi, un modello da imitare, un filone di indagine da ripercorrere, in ogni angolo del nostro Paese, per portare allo sfascio totale. Dovunque, infatti, ed in ogni partito ci sono gruppi che per capacità riescono a condizionare le scelte dei propri partiti o delle coalizioni nelle quali ci si trova, ma questo è il gioco della democrazia che non può essere additato come semplice fucina di malaffare, salvo che non ci siano reali, concrete e indiscutibili prove a riguardo.

Giovanni Alvaro
Reggio Calabria

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