giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

UKIP, il labile confine
fra successo e sconfitta
Pubblicato il 01-08-2016


brexitVincere una battaglia ma perdere la guerra. Peggio. Vincere una battaglia e rischiare di non poterla neppure proseguire, la guerra. Pare riassumersi così il tragicomico destino dello UKIP. Il partito per l’indipendenza del Regno Unito, meglio noto in patria sotto l’acronimo di UKIP (United Kingdom Independence Party), si è ritrovato nel giro di un mese a passare dall’euforia smodata per il successo referendario del ‘Leave‘, il voto per l’uscita dall’Unione Europea, ad un clima di smarrimento e incertezza per quanto riguarda proprio futuro. I postumi di quella che sembrerebbe diventare per il partito ultra-conservatore una clamorosa vittoria di Pirro, rischiano difatti di relegare gli indipendentisti in un angolo buio del panorama politico britannico, da cui diverrebbe veramente arduo tornare a vedere la luce.

Il peculiare harakiri tutto made in UK ha inizio il 4 luglio con l’auto-decollazione, le dimissioni dell’istrionico leader Nigel Farage. Nella patria di Conan Doyle e della Christie non saranno di certo nuovi alle dinamiche del mistero, ma le cause reali dell’addio di Farage restano oscure ai più. “Ho raggiunto il mio obiettivo”, “non ho mai voluto fare il politico di professione”, “ora me ne posso tornare alla mia vita” e una serie di frasi, più o meno discutibili, su questa falsa riga sono tutte le spiegazioni che Mr. Brexit si è sentito di fornire alla stampa in merito alla propria decisione. Resta da capire chi sia in errore: siamo ormai troppo abituati all’idea della colla sulla poltrona per pensare che un politico possa davvero defilarsi dopo uno schiacciante successo? O forse – e questa appare la versione più plausibile – Farage non è mai stato quel capo illuminato di cui ora più che mai fra i seguaci dell’UKIP si avverte la mancanza?

È il maggio 2015 quando Douglas Carswell, unico parlamentare indipendentista eletto nella House of Commons, in un’intervista al Guardian afferma che Farage dovrebbe seriamente considerare l’idea di prendersi una pausa (“take a break“) e fare un passo indietro dai vertici del partito. E ancora, andando a ritroso nel tempo, dicembre 2014. James Kirkup dalle colonne del Telegraph non sceglie la linea morbida nel parlare di Farage e in un articolo dal titolo piuttosto eloquente “Nigel Farage non se ne sarà scolata una di troppo?” (“Has Nigel Farage had one too many?“), liquida quest’ultimo come un “beone abituale” (nel testo letteralmente “habitual boozer“) con scarse possibilità di fare una differenza reale nel futuro prossimo della politica inglese. Scarso appeal sulla nuova generazione e un elettorato dall’età media preistorica. Non esattamente le referenze di un perfetto candidato inquilino di Downing Street. Tanto più se, come già anticipato, la fronda interna è tanto autorevole quanto quella esterna.

Forse Nigel Farage non sarà stato il leader più irreprensibile della storia del Regno Unito, ma è impossibile negare che al termine dei suoi dieci anni consecutivi al timone (se si esclude una breve parentesi fra il 2009 e il 2010) ha centrato il bersaglio grosso. E allora viene da domandarsi se quella dello UKIP decapitato sia realmente una sconfitta o se piuttosto non sia l’unica forma plausibile di vittoria a cui il movimento fondato nel 1993 potesse aspirare. Ora che “la missione è compiuta”, ora che il primo punto sulla lista, evidenziato e cerchiato in rosso più e più volte, si appresta ad essere raggiunto, ora che il Regno Unito otterrà questa tanto agognata indipendenza, l’eclissi degli indipendentisti, in una sorta di vortice kamikaze degli eventi, non appare forse poi così assurda, soprattutto per un partito che conta poco meno di 4 milioni di elettori e un solo seggio all’attivo. Un big crunch politico. Raggiunto l’apice, l’espansione massima, pare giunto il momento dell’involuzione, del ritorno all’origine. E ora che anche la Tory neo-eletta premier Theresa May sembra aver sposato la linea del “Brexit means Brexit” (“Brexit significa Brexit”), come fa notare Matthew Goodwin, docente dell’università di Nottingham, nonché uno dei massimi esperti in circolazione sulle vicende di casa UKIP, resta solo da capire quanto bisognerà attendere per il ritorno a casa dei figlioli prodighi, per il riassorbimento nelle file dei conservatori. Salvo colpi di scena dell’ultimo minuto. Che con un personaggio come Farage (e una pinta di birra sotto mano, magari) pare difficile escludere in maniera definitiva.

Andrea De Luca

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