sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Una riforma
da spiegare nel merito
Pubblicato il 03-08-2016


La pausa estiva ormai alle porte condurrà il paese al referendum costituzionale, che con ogni probabilità avrà luogo nel mese di novembre. È questo un appuntamento cruciale per la vita delle istituzioni, perché dopo quarant’anni di discussioni, progetti e rinvii i cittadini avranno la possibilità di fornire l’assenso ad una proposta di riforma della carta costituzionale che, è bene dirlo subito, presenta più vantaggi che svantaggi.

Si è molto dibattuto nelle ultime settimane circa la portata “politica” di tale appuntamento, evidenziando i rischi di una personalizzazione della contesa tutta incentrata sulla figura del premier. Ma raramente si è deciso di discutere nel merito. Il testo approvato da entrambe le Camere in doppia lettura, come prevede l’art. 138 cost., contiene un ridisegno del bicameralismo parlamentare, passando dall’attuale assetto di tipo paritario ad uno differenziato, con una Camera (quella dei deputati) eletta direttamente dai cittadini e titolare del rapporto di fiducia con il governo, ed un Senato eletto in via indiretta nell’ambito dei consigli regionali e al quale vengono attribuite competenze legislative, consultive e di controllo.

Il procedimento legislativo sarà parametrato sulla nuova articolazione, stabilendo una competenza prevalente della Camera rispetto al Senato, poiché è alla prima che si imputerà la rappresentanza nazionale, mentre alla seconda verrà riservata la promozione delle istanze territoriali.

In questo quadro, il governo vedrà rafforzati i propri poteri “in Parlamento”, mediante l’istituzione del c.d. “voto a data certa”, ossia una corsia preferenziale per l’esame e l’approvazione dei disegni di legge ritenuti essenziali per l’attuazione del programma. In tal modo, si ricondurrà la decretazione d’urgenza entro i limiti fisiologici della straordinarietà ex art. 77 cost., e verrà posto fine, auspicabilmente, allo stillicidio dei voti di fiducia.

La riforma tratteggia anche un nuovo profilo dei rapporti tra Stato e regioni, razionalizzando le competenze con una maggiore attenzione alle esigenze unitarie, e quindi statali, di disciplina in settori strategici come concorrenza, coordinamento della finanza pubblica, energia, finora inserite nella competenza concorrente e fonte di contenziosi dinanzi la Corte costituzionale.

Accanto a queste misure, viene ridisegnata l’organizzazione territoriale della Repubblica mediante l’abolizione delle province, si introducono limiti ai compensi per gli amministratori regionali, si sopprime il Cnel, e si promuove l’uso dei referendum, sia di tipo abrogativo (con abbassamento del quorum per la validità), che di tipo propositivo e di indirizzo, vera novità nel panorama costituzionalistico.

È insomma una riforma molto ampia per contenuto e profondità, che nel corso dell’iter ha visto peggiorare alcuni aspetti, come le modalità di scelta dei senatori, ma anche migliorarne altri, come un aumento dei poteri dello stesso Senato oppure la previsione del controllo di costituzionalità sulle leggi elettorali. E proprio sulla modifica parziale della legge elettorale in vigore, l’Italicum, dovrà essere posta una particolare attenzione nella campagna d’autunno, con l’auspicio che vengano recepiti i segnali di cambiamento già inviati da più parti, socialisti in primis, per rimuovere quelle contraddizioni – premio di lista anziché alla coalizione, rischio ballottaggio, soglia di accesso alla rappresentanza –, che ne fanno attualmente un testo bisognoso di rivisitazione.

Purtuttavia, l’impianto complessivo della riforma contiene molti aspetti positivi, che sarebbe un peccato cestinare in ragione di atteggiamenti pregiudizialmente preclusivi o di opposizione fine a se stessa, perché così facendo si arrecherebbe danno al paese.

Proprio per l’insieme di queste (buone) ragioni, quindi, sarà fondamentale nei prossimi mesi illustrare il merito della riforma, astenendosi dalle polemiche da bar e concentrando l’attenzione unicamente sulle concrete modifiche che la riforma comporta. Perché il rifiuto a scatola chiusa della novità sarebbe una toppa peggiore del buco, oltre che un esercizio di scarsa utilità per l’efficienza delle istituzioni che regolano la vita della nostra Repubblica.

Vincenzo Iacovissi
Responsabile riforme istituzionali PSI

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