Cassazione: via libera a riconoscimento bimbo
con due madri

Famiglia-gay_Strasburgo“È con immensa gioia che riceviamo la notizia della ratifica da parte della Cassazione del riconoscimento della maternità a due donne” dichiara Francesca Puopolo, Presidente di Arcigay Torino.
La Cassazione ha dato infatti il via libera al riconoscimento dell’atto di nascita di un bimbo nato in Spagna da due donne sposate – e poi divorziate – una delle quali lo ha partorito mentre l’altra le ha donato gli ovuli. Per la Cassazione deve prevalere l’interesse del minore ad avere entrambi i genitori, in questo caso due mamme, perché, anche se non ci sono norme che regolano questi casi, non c’è alcun “divieto costituzionale” che preclude alle coppie dello stesso sesso “di accogliere e generare figli”.
“Le due mamme, che si sono avvalse della fecondazione eterologa a Barcellona, vedevano entrambe già riconosciute come madri in Spagna, mentre fino a oggi vi era negata in Italia. Nessun problema di ordine pubblico dunque” sottolinea Francesca Puopolo, ricordando le motivazioni mosse dal procuratore generale l’anno scorso in merito al caso, “semmai un vuoto giuridico che deve essere colmato al più presto dal Parlamento. Questo passo” continua la Presidente di Arcigay Torino, “che si unisce a quelli di altre città italiane, fa emergere la necessità di una legge che tuteli i figli e la vita famigliare delle coppie omogenitoriali. Auguro alle due mamme” conclude Francesca Puopolo “che la legge riconosca la loro genitorialità al più presto. Fino a quando alcuni genitori rimarranno invisibili davanti alla legge, la nostra battaglia di civiltà non potrà dirsi conclusa”.
Con questo verdetto la Cassazione ha confermato il decreto con il quale la Corte di appello di Torino, nel dicembre 2014, ha ordinato all’Anagrafe di Torino di trascrivere l’atto di nascita di un bimbo, nato in Spagna nel 2011 da una mamma spagnola che lo ha partorito e da una mamma italiana che le ha donato gli ovuli. Le due erano sposate in Spagna dal 2009. Dopo il divorzio, hanno chiesto la trascrizione dell’atto di nascita presso l’anagrafe italiana, ma il Tribunale di Torino l’aveva negata “perché contrastante con il principio di ordine pubblico in base al quale madre è soltanto colei che ha partorito il bambino”. La Cassazione ha affermato: “La regola secondo cui è madre colei che ha partorito, a norma del III comma dell’art.269 c.c., non costituisce un principio fondamentale di rango costituzionale, sicché è riconoscibile in Italia l’atto di nascita straniero dal quale risulti che un bambino, nato da un progetto genitoriale di coppia, è figlio di due madri (una che lo ha partorito e l’altra che ha donato l’ovulo), non essendo opponibile un principio di ordine pubblico desumibile dalla suddetta regola”.

TURBOLENZA TEDESCA

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Un vero e proprio rimbalzo quello della Deutsche Bank che dopo una mattinata passata in rosso con perdite del titolo quasi al 9% a Francoforte è riuscita a rimbalzare del 6% a Wall Street nel pomeriggio. Secondo alcune fonti, incluso Der Spiegel, il recupero è dovuto alla riduzione della pena da parte del Dipartimento di Giustizia Usa che aveva chiesto 14 miliardi di dollari. Con un accordo la multa potrebbe essere ridotta a 5,4 miliardi di dollari.

Da Berlino arriva un vento gelido su tutte le Borse europee. Deutsche Bank è infatti investita da violente turbolenze di mercato e la situazione dell’istituto tedesco sta contagiando tutto il comparto bancario, portando sul listino rosso le Borse del Vecchio Continente. Stamattina le Borse europee sono partite in rosso a metà seduta, anche se in parziale recupero rispetto ai minimi della mattinata. Madrid e Milano, in calo rispettivamente dell’1,7% e dell’1,56%, sono i listini più deboli, davanti a Parigi (-1,4%), Francoforte (-1,1%) e Londra (-0,9%). Gli investitori continuano a risentire dei timori su Deutsche Bank (-4,4%), dopo che alcuni fondi hedge hanno preferito lasciare la Banca per cercare un’altra controparte nelle loro operazioni in derivati.

Lo sbandamento fa seguito a un’indiscrezione pubblicata ieri da Bloomberg riguardo agli hedge found, ma la causa scatenante della tempesta tedesca è dovuta alla richiesta del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti di una multa verso l’Istituto teutonico di 14 miliardi di dollari per scorrettezze nella vendita di titoli cartolarizzati, nell’ambito di un contenzioso sui mutui subprime e la crisi finanziaria del 2008. Dopodiché Molti hedge fund hanno assunto posizioni corte sulle azioni e altri hanno sospeso o ridotto l’attività con la Banca, preoccupati per le sue condizioni finanziarie così il titolo di Deutsche Bank è crollato quasi del 9% a Francoforte. Tra gli hedge fund che hanno fatto marcia indietro dal colosso tedesco ci sono Millennium Partners, Capula Investment e Rokos Capital Management, anche se una “vasta maggioranza” dei clienti di Deutsche Bank non hanno modificato la loro esposizione nella banca.

Il gruppo tedesco confida di raggiungere un’intesa per chiudere con una transazione a valori molto più bassi, in scia a quanto successo ad altre banche d’affari, ma i mercati restano dubbiosi e il titolo crolla. Anche perché sulla testa del colosso teutonico pesa il fardello di 55mila miliardi di derivati, una cifra pari a 15 volte il Pil tedesco.

Il Ceo di Deutsche Bank John Cryan ha scritto ai dipendenti invitandoli a mantenere la calma nonostante le turbolenze del momento. “Non vi sono basi per tale speculazione – vi afferma -, anche l’incertezza del risultato delle azioni legali negli Usa non è una ragione per questa pressione sulle nostre azioni, se prendiamo a confronto i nostri diretti concorrenti”. Il testo della lettera, di cui danno notizia diversi media tedeschi, viene riportato da Bloomberg. “La nostra banca è oggetto di violente speculazioni”, scrive Cryan ai dipendenti, per sottolineare invece in un altro passaggio che l’istituto ha “solide fondamenta”. “Il nostro compito – aggiunge – è preoccuparci solo che questa percezione esterna distorta non influenzi in modo più forte la nostra attività quotidiana”. “Mai negli ultimi vent’anni Deutsche Bank è stata così sicura come oggi per quel che riguarda il bilancio – dice -. Con riserve superiori a 215 miliardi di euro la banca ha un buffer di capitale molto confortevole”.

Tuttavia rimane l’incertezza su come si procederà con una Banca che ha sul groppone una multa che arriva direttamente dagli States e rischia di metter in forse la credibilità della più grande Banca in Germania. Deutsche Bank proverà a trattare con le autorità americane per tagliare le sanzione anche perché per il momento non è chiaro quanto del totale sarebbe da versare in contanti e quanto andrebbe a rimborsare clienti. Un altro punto su cui l’Istituto potrebbe far leva è certamente il governo della Merkel che però al momento non sembra avanzare alcun tipo di disponibilità e si limita anch’esso a fare delle rassicurazioni. Il settore bancario in Germania “è ben messo” le “attuali condizioni per il finanziamento delle nostre imprese” sono “eccellenti, sia per quanto riguarda l’accesso al credito sia per le condizioni” cui viene concesso, ha fatto sapere una portavoce del ministero dell’Economia tedesco alla conferenza stampa del venerdì a Berlino rispondendo a una domanda sul “ruolo” e “peso della Deutsche Bank” per l’economia reale tedesca.

Mentre dall’Europa si continuano a negare ipotesi di ‘aiuti di Stato’. Il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha detto che Deutsche Bank deve sopravvivere “da sola”, senza aiuti di stato dalla Germania. Il portavoce di Dijsselbloem Michel Reijns ha confermato la dichiarazione rilascata ai giornalisti a margine dell’incontro settimanale del governo olandese.
Dall’Italia invece permane l’ottimismo che l’Esecutivo tedesco troverà una soluzione alla crisi della Deutsche Bank. “Sono certo che le autorità tedesche faranno tutto ciò che è necessario per evitare che la crisi di Deutsche Bank si aggravi” ha detto Matteo Renzi ai giornalisti italiani dopo i funerali di Shimon Peres. “Abbiamo sempre detto che sul tema del credito l’Ue deve fare tutto ciò che serve per rimettere a posto la situazione delle banche. Comunque, pieno appoggio al governo tedesco nella speranza e nella convinzione che saprà fare fronte alle problematiche di Deutsche Bank”, ha concluso.

Mentre il ministro delle Finanze, Pier Carlo Padoan, punta dritto alla soluzione e in un’intervista a La Stampa sulla posizione dell’Italia in caso di intervento del Governo tedesco sulla situazione della Deutsche Bank afferma: “Qualsiasi piano pubblico o di mercato dovrebbe essere costruito all’interno delle regole dell’Unione bancaria. Questa vicenda ci ricorda che bisogna ancora fare molti sforzi per migliorare il grado di tenuta dei sistemi bancari. Conviene a tutti trovare soluzioni, da gestire con la dovuta cautela”. E precisando che “così come i problemi delle sofferenze vanno risolti in tempi ragionevoli, così deve essere per quelli di Deutsche Bank”.

Affermazioni che non sono piaciute ai media teutonici tanto che si obietta che gli italiani vogliano approfittare della crisi della loro Banca per far pressioni sulla Germania.
Tuttavia sembra quasi che sull’onda di un probabile intervento tedesco Roma stia già scaldando i motori. Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, sulle banche afferma che “un intervento dello Stato, se necessario, si deve fare”. In merito alla difesa dell’italianità dei nostri istituti Visco spiega che “non è importante a priori”.

“Senza volermi riferire a casi specifici – prosegue Visco – è saggio prepararsi anche all’ipotesi di un intervento pubblico, pur se ciò non vuol dire che sarà necessario. Al momento però le regole europee considerano l’intervento pubblico l’extrema ratio, ammissibile soltanto per evitare l’insorgere di un rischio sistemico, e con la partecipazione possibile di azionisti e creditori”.

Nel frattempo arriva il primo ok dall’Ue per l’Italia. La Commissione europea vede “buoni motivi” per accogliere la richiesta dell’Italia di prorogare il termine del 30 settembre riguardante la cessione di Banca Marche, Banca Etruria, CariFerrara e CariChieti. “La Commissione ha in corso contatti stretti e costruttivi con le autorità italiane”, spiega un portavoce

Roma. Un fedelissimo della Raggi al Bilancio

virginia-raggiFinalmente la giunta del sindaco di Roma Virginia Raggi è al completo e può mettersi a lavorare a pieno regime. Trovato l’assessore al Bilancio, era nello staff del sindaco, ma evidentemente si nascondeva bene. Ora i romani dopo oltre 100 giorni di attesa possono finakemnte sperare che il sindaco renda reali le promesse della campagna elettorale.

La nomina del nuovo assessore al Bilancio è arrivata nel pomeriggio di venerdì. Dopo una serie di annunci, nomine lampo e altrettanto veloci dimissioni, il Sindaco ha trovato il candidato ideale dentro il giardino di casa. Non più superesperti economici e contabili “esterni” ma una persona del Movimento. Si tratta di Andrea Mazzillo, commercialista esperto di finanza locale, dipendente in aspettativa di Equitalia e docente nell’università di Tor Vergata. Attualmente capo staff del sindaco. Durante la campagna elettorale è stato il suo “mandatario”, ovvero si è occupato della raccolta fondi tramite bonifico, carta di credito o pay-pal. Insomma il contabile della campagna elettorale.

“Abbiamo davanti delle sfide importanti – ha detto Virginia Raggi – e il contributo di Andrea Mazzillo sarà prezioso vista la sua esperienza in finanza locale. Ho chiesto a Mazzillo di ricoprire l’incarico in giunta non solo per le sue competenze ma anche per affermare che il Movimento mette in campo i suoi più qualificati militanti”. Insomma finalmente il quadro è composto anche perché sempre venerdì è stato ufficializzato anche l’incarico di Massimo Colomban, alla guida delle Partecipate.

Una boccata di ossigeno per il Movimento che si era incartato in un imbarazzante valzer di poltrone, con apparizioni lampo di “candidati ideali” che hanno solo allungato la lista degli assessori al bilancio costretti tutti poi a lasciare per i malumori e le insofferenze interne ai 5 Stelle. Ma anche questa nuova nomina, sembra far storcere la bocca a qualcuno. A non piacere tra i 5 Stelle sarebbe il passato di Mazzillo nel Pd di Ostia, candidato nel 2006 col centrosinistra nella lista civica di Walter Veltroni. In particolare era legato ad Alessandro Onorato, ora nella Lista Marchini. Mazzillo poi divenne coordinatore della Lista Roma per Veltroni nel XIII municipio. Poi si candidò anche alle primarie per la segreteria regionale del Pd a sostegno di Nicola Zingaretti. Ma anche l’accusa, mossa da molti parlamentari romani compresi i membri dell’ormai ex mini-direttorio, di esser stato, assieme a Salvatore Romeo, l”assessore al Bilancio ombra’ di Marcello Minenna, “spinto a rassegnare le dimissioni da una situazione insostenibile”, si sarebbe lamentato un altro parlamentare di spicco. Mazzillo, d’altronde, era finito nel mirino degli ‘anti-Raggi’ già per lo stipendio percepito per il suo ruolo nello staff della sindaca.

Comunque ora la giunta è pronta e puoi lavorare a pieno titolo. Anche se i nuovi guai dell’assessore all’ambiente Paola Muraro potrebbero dare altri grattacapi a Virginia Raggi e al Movimento.

Ginevra Matiz

Ferma la disoccupazione. Boom degli over 50

Pensioni-PolettiLa disoccupazione rimane ferma. Secondo i dati dell’Istat infatti i senzalavoro, nel mesi di agosto, sono pari all’11,4%. Un numero invariato rispetto al mese precedente, con 2,9 milioni di persone in cerca di occupazione. Anche il tasso di occupazione resta stabile al 57,3%, così come il tasso di inattività che resta stabile al 35,2%. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, cioè la quota di giovani disoccupati sul totale di quelli attivi (occupati e disoccupati), sempre ad agosto, risulta invece pari al 38,8%, in calo di 0,4 punti percentuali rispetto al mese precedente. Nella stessa fascia di età, il tasso di occupazione rimane invariato al 16,0%.

“Il mercato del lavoro registra, ad agosto, un leggero incremento determinato essenzialmente dalla crescita dei lavoratori dipendenti permanenti”. Ha affermato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, commentando i dati Istat e sottolineando che “dall’insediamento del governo Renzi, gli occupati sono +589mila: erano 22milioni e 179mila, oggi sono 22milioni e 768mila”. Poletti ha poi evidenziato che “si conferma lo spostamento dell’occupazione verso il lavoro dipendente stabile”: “rispetto ad agosto 2015, infatti, i dipendenti permanenti aumentano di 253mila unità”. Con questi dati, ha sottolineato il ministro, “vengono smentite le illazioni secondo cui l’aumento dell’occupazione sarebbe riferito principalmente ai voucher o a lavori occasionali”.

Le dinamiche occupazionali del mese di agosto evidenziano un trend  positivo per il lavoro femminile e l’occupazione degli over-50. Rispetto a luglio l’Istat rileva un aumento delle donne occupate pari a 41 mila unità (+0,4%), a fronte di un calo degli uomini occupati pari a 28 mila unità (-0,2%). Anche rispetto ad agosto 2015, si registra un aumento per le lavoratrici pari a 91 mila unità (+1%), mentre per i lavoratori l’incremento si ferma a 71 mila unità (+0,5%). L’incremento maggiore degli occupati ad agosto riguarda le persone di 50 anni o più, che crescono di 50 mila unità (+0,6%) nel confronto mensile e di 401 mila unità (+5,4%) nel confronto annuale. Rispetto ad agosto 2015 sono l’unica fascia di età che vede una crescita degli occupati.

Ad agosto la stima degli occupati registra un lieve incremento rispetto a luglio (+0,1%, pari a +13 mila unità), dopo il calo registrato il mese precedente (-0,3%). Nel confronto con agosto dello scorso anno, si rileva un aumento di 162 mila occupati (+0,7%). In particolare, per i lavoratori a tempo indeterminato si registra un incremento su base mensile dello 0,3% (+45 mila) e su base annua dell’1,7% (+253 mila).

A salire è anche l’inflazione che torna a salire, almeno su base annua, dopo sette diminuzioni tendenziali consecutive. Quest’inversione di tendenza, anche se di un timido 0,1%, spiega l’istituto di statistica, è dovuta principalmente al marcato ridimensionamento della flessione dei prezzi dei beni energetici sia non regolamentati (-2,7%, da -7,0% di agosto) sia regolamentati (-4,1%, da -5,9%) e, in misura minore, alla ripresa della crescita tendenziale dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti. Ma è presto per festeggiare. “L’uscita dalla deflazione è ancora estremamente timida e la crescita dei prezzi dello 0,1% non basta a cantare vittoria – afferma il presidente del Codacons Carlo Rienzi -. La crescita limitata dei prezzi che aumentano appena dello 0,1% su base annua non può rassicurare il Paese”.

Sì e si rafforzi il riformismo
nella società italiana

Il Referendum Costituzionale sta occupando nel dibattito politico un ruolo non riducibile ai suoi contenuti reali: di fatto viene identificato con un voto di fiducia o sfiducia al Governo Renzi. Per questa ragione si prescinde spesso dal merito della Legge sottoposta al voto popolare, salvo diffondere allarmi di vera e propria emergenza democratica. I contenuti specifici della riforma possono e debbono essere oggetto di un dibattito aperto che non ne nasconda i limiti e le contraddizioni. Sarebbe stato certo più lineare abolire la seconda camera o cogliere l’occasione per il superamento delle Regioni a statuto speciale e la riorganizzazione e restituzione di competenze agli Enti Locali, così come la Legge elettorale avrebbe potuto lasciare un ampio spazio ai collegi uninominali, ma la domanda fondamentale è: il contesto politico istituzionale è così compromesso, come sostengono i sostenitori del NO, da richiamare alla memoria i tempi più oscuri per la nostra democrazia?

Con il dovuto rispetto di tutte le opinioni, non riteniamo che la Legge elettorale approvata dal Parlamento possa produrre gli effetti della Legge Acerbo del 1923 nè che il nostro paese corra oggi il rischio di avventure autoritarie. Tantomeno ci pare ragionevole alimentare una contrapposizione così esasperata con lo scopo, in sé del tutto legittimo, di cambiare il Presidente del Consiglio.

La stessa decisione della Corte Costituzionale di rinviare di fatto il giudizio sulla legge elettorale in vigore, correntemente definita “Italicum”, a dopo il voto referendario restituisce alla responsabilità del Parlamento ogni decisione su tale materia.

E’ chiaro tuttavia che, anche in forza della debolezza del dibattito politico e culturale e della povertà di proposte programmatiche alternative convincenti, le conseguenze del voto referendario sul quadro politico, condizionato dalle forzature e strumentalizzazioni messe in campo, vanno tenute in debita considerazione e non ci si può illudere che si tratti semplicemente di un misurato confronto tra dottrine costituzionali. Tuttavia chi opera sul terreno della produzione e del lavoro ha un interesse diretto al merito del quesito referendario. La Legge affronta nodi del dettato costituzionale che hanno effetti conreti sull’economia.

E’ noto infatti che tra gli ostacoli alla crescita economica del Paese vi sono tutta una serie di questioni riconducibili all’architettura istituzionale che trovano fondamento e legittimazione nella Costituzione. Tra queste la lentezza, la ripetitività e l’incertezza del processo legislativo, causata principalmente dal sistema del bicameralismo perfetto che da un lato provoca un andirivieni da una Camera all’altra di Progetti e Disegni di Legge, e dall’altra istituisce nei fatti un forte potere di veto e di scambio che non sempre avviene alla luce del sole. Questa è tra l’altro la ragione per cui le riforme più importanti, per loro natura “divisive”, spesso vengono accantonate e lobbies, anche piccole ma agguerrite, riescono ad impedire l’approvazione di provvedimenti da esse osteggiati.

In materia di lavoro occorre riprendere una riflessione sulla mancata attuazione delle norme costituzionali (anche tenendo in considerazione la legislazione e la giurisprudenza che si è venuta via via stratificando) degli artt. 36, 39, 40 e 46 della Costituzione, con la conseguente confusione e incertezza in ordine a diritti di rappresentanza, titolarità negoziali, campo di validità degli accordi collettivi e garanzie in ordine all’erogazione dei servizi essenziali.

Così come la frammentazione delle competenze tra Stato, Regioni ed Enti Locali produce, anziché una sana sussidiarietà, un labirinto procedurale e normativo che genera un concreto e diffuso diritto di veto, sostanziale o di fatto, tale da rendere lunghissimi i tempi di decisione e attuazione in materia di lavori pubblici, energia, turismo, trasporto.

La fine del bicameralismo perfetto, i limiti alla decretazione d’urgenza ma contestualmente i tempi certi per il voto parlamentare sulle iniziative governative, l’estensione degli strumenti di democrazia diretta previsti dalla Riforma producono un sistema di contrappesi finalizzato all’assumere decisioni, e non a impedirle, una tempistica certa nei processi decisionali e quindi un “clima” più favorevole all’economia.

La modifica del titolo V parte dalla constatazione che la confusione nelle competenze tra istituzioni ha determinato continui contenziosi su questioni che hanno un alto tasso di opinabilità interpretativa, con ricorsi continui alla Corte Costituzionale, al Consiglio di Stato e ai TAR. La soppressione della legislazione concorrente serve a razionalizzare in un’ottica duale il riparto delle materie. Dare certezze sulla normativa in vigore, produce effetti economici diretti perché porta prevedibilità e stabilità nelle decisioni delle Amministrazioni pubbliche.

Del resto la riforma del titolo V, che lascia alle Regioni la potestà in materia di servizi sanitari e sociali, e prevede la possibilità di attribuire forme di autonomia su materie tra cui le politiche attive del lavoro, consente di salvaguardare quanto di positivo hanno prodotto le autonomie regionali.

Peraltro il testo sottoposto al giudizio degli elettori non è risolutivo di tutti i problemi aperti e con tutta probabilità richiederà ulteriori interventi di manutenzione e di adeguamento dell’impianto costituzionale. Sarebbe auspicabile che ciò avvenisse in un contesto caratterizzato da strategie di ampio respiro e non fosse condizionato da scelte tattiche che spesso hanno caratterizzato il processo di revisione della Carta Costituzionale. La ragione del nostro “ SI” sta nella necessità di giungere ad un primo risultato dopo decenni di iniziative e di confronti che avevano come obiettivo la riforma costituzionale. Non intendiamo associarci a coloro che considerano una catastrofe la vittoria del “No”, ma è altrettanto certo che da questo risultato non ne trarrebbe certo beneficio la stabilità istituzionale e politica, né, come l’esperienza insegna, sarebbe possibile costruire in tempi ragionevoli un nuovo progetto di riforma costituzionale sufficientemente condiviso.

Esodati, il governo apre a una nuova salvaguardia

Fornero-esodati-governo-sconfittoPer i cosiddetti “esodati” è in arrivo l’ottava operazione di salvaguardia da quando è stata varata la riforma Fornero. Le persone interessate sarebbero quelle rimaste senza lavoro ed impossibilitate ad accedere alla pensione dopo l’innalzamento dei criteri a seguito della riforma del 2012. L’intervento sarebbe destinato a circa 25 mila persone. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Nannicini ha dichiarato: ”La legge di bilancio tirerà le fila e senz’altro ci sarà un intervento che usa le risorse che ci sono per andare incontro a quelle platee”.

Anche se nel verbale firmato mercoledì scorso dai sindacati non è menzionato, il tema riguarda una delle rivendicazioni poste sul tavolo di confronto. A sostenere il nuovo intervento ci sarebbe anche il presidente della Commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, che ha dichiarato: “Per chiudere definitivamente il cerchio pensiamo che si tratti di includere almeno altri 25mila lavoratori”. Si punterebbe ad utilizzare i fondi di salvaguardia precedentemente stanziati che hanno visto una adesione dei lavoratori inferiore al previsto. Nel fondo sono stati stanziati complessivamente 11,6 miliardi di euro per salvaguardare 172mila lavoratori ai quali si applicherebbero le regole ante-Fornero. Di questi lavoratori, al momento, circa 100mila sono già pensionati, 30mila sono già stati certificati ed otterranno la pensione. Ora verrebbe offerto un paracadute ad altri 25mila lavoratori. Mancherebbero ancora 17mila lavoratori da includere. Per questi ultimi bisognerà auspicare che dalle buone intenzioni di governo e sindacati si possa trovare a breve una dignitosa soluzione.

Salvatore Rondello

Si può correggere il Capitalismo con lo studio del Sistema sociale

Philip Kotler

Philip Kotler

A parere di Philip Kotler, docente di marketing alla Northwestern University nello Stato dell’Illinois (USA) e autore di “Ripensare il capitalismo. Soluzioni per un’economia sostenibile e che funzioni meglio per tutti”, è possibile correggere l’attuale modo di funzionare dell’economia di mercato, per “creare un capitalismo ad alte prestazioni”; esisterebbero diversi motivi per farlo: intanto perché, a parere dell’autore, il capitalismo funziona meglio di qualsiasi altro sistema sinora sperimentato; in secondo luogo, perché, facendo tesoro di una massima del mahatma Gandhi (secondo la quale, la differenza tra ciò che si fa e ciò che si sarebbe capaci di fare basterebbe per risolvere quasi tutti i problemi del mondo) è possibile proporre una soluzione per i principali difetti del libero mercato; infine, perché è necessario affrontare i problemi che impediscono al capitalismo di produrre le migliori prestazioni possibili, secondo un approccio diverso da quello tradizionale, privilegiando una visione d’insieme di rutti i limiti dell’economia di mercato, per comprenderne l’impatto complessivo sulla struttura del sistema sociale.

Dacché si è definitivamente affermato, con la Rivoluzione industriale a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, il capitalismo è stato in continua evoluzione; oggi, esso sta vivendo un processo di globalizzazione che, pur avendo contribuito a favorire la crescita e lo sviluppo delle economie di molti Paesi tradizionalmente arretrati, ha provocato, però, un ulteriore approfondimento delle disuguaglianze preesistenti a livello nazionale ed internazionale. Ciononostante, la maggior parte dei Paesi ha scelto di governare, per integrarsi nell’economia mondiale, in tutto o in parte, la propria economia, secondo i “meccanismi” propri del capitalismo. Oggi, le regole del capitalismo sono diventate universali, riuscendo a prevalere, sul piano dei risultati conseguiti, su qualsiasi altro sistema sperimentato per il governo dell’economia. Persino il sistema alternativo, quello comunista, affermatosi principalmente in Unione Sovietica ed in Cina, è stato abbandonato, per essere sostituito da un’economia di mercato, orientata a un capitalismo autoritario, funzionante secondo applicazioni diverse della teoria e della prassi proprie del capitalismo d’antan.

È opinione comune, secondo Kotler, che oggi tutti i Paesi adottino un’economia di mercato orienta tendenzialmente al capitalismo, in virtù del fatto che le regole che esso suggerisce nel governo dell’economia consentono di migliorare le condizioni esistenziali di tutti, riuscendo ad offrire più crescita e libertà di qualsiasi altro sistema possibile. Il capitalismo dell’origine, tuttavia, si caratterizza secondo modalità che non sono presenti all’interno dei Paesi che hanno adottato il capitalismo autoritario.

Il capitalismo, in sé e per sé considerato, richiede un ordinamento giuridico costituzionale basato su tre pilastri fondamentali: proprietà privata del mezzi di produzione, libertà di contrattazione e Stato di diritto (con la funzione, per quest’ultimo, di regolare e tutelare sia la prima che la seconda). I diritti di proprietà privata e la libertà di utilizzare i beni posseduti sono finalizzati alla soddisfazione degli stati di bisogno dei componenti la collettività, secondo le regole statuite dallo Stato di diritto: regole che affermano e tutelano l’individualismo, lo spirito competitivo, la collaborazione e l’uso efficiente dei beni disponibili.
Il problema che si è sempre posto, all’interno di un Paese la cui economia fosse stata gestita secondo le regole proprie del capitalismo originario, ha riguardato la determinazione del confine tra la libertà del marcato e la regolamentazione dello Stato; ad un estremo era collocato chi sosteneva che lo Stato dovesse intervenire il meno possibile; all’estremo opposto era schierato chi, al contrario, riteneva che lo Stato dovesse svolgere un ruolo attivo di regolamentazione, per promuovere il “benessere sociale”. Sul ruolo dello Stato come regolatore del mercato, tutti i Paesi capitalisti hanno coperto “la totalità dello spettro, da un estremo all’altro”, dallo “Stato minimo” allo “Stato massimo”.

Tuttavia, all’interno dei Paesi dotati di uno Stato di diritto, la tesi che lo Stato governa bene quando regolamenta poco l’economia è divenuta prevalente con l’affermarsi dell’ideologia neoliberista, dando forza di convincimento alle massime di Winston Churchill: questi, reagendo contro chi lamentava che molti problemi del mondo moderno fossero da imputare allo Stato di diritto e alla democrazia, osservava che la democrazia, in fin dei conti, era “la peggior forma dei governo, eccezion fatta per tutte le altre forme che si sono sperimentate sinora” e che il “vizio intrinseco del capitalismo è l’ingiusta ripartizione della ricchezza”, mentre la “virtù intrinseca del socialismo è l’equa ripartizione della miseria”.
Indipendentemente dalla suggestione che possono sollevare in chiunque le legga, le “gag” di Churchill hanno contribuito a rafforzare la posizione dei sostenitori del capitalismo e del libero mercato, dipingendo il primo come sistema infallibile e il secondo come strumento dotato di automatismi autoregolatori. Kotler, tuttavia, è del parere che un capitalismo senza regole presenti molte carenze, in quanto, benché sia riuscito ad aumentare il livello di benessere delle comunità di molti Paesi, nel contempo esso ha creato, e continua a creare, molti problemi non riesce a dare efficaci soluzioni; tali sono soprattutto il permanere delle disuguaglianze distributive, il loro approfondirsi a livello di ogni Paese ed a livello internazionale e il degrado ambientale.
Chiedendosi quali sia la causa delle carenze e dell’incapacità del capitalismo del libero mercato a dare soluzioni ai problemi indicati, l’economista della Northwestern University la rinviene nell’individualismo; ovvero nell’assunto che i sostenitori del capitalismo pongono alla base del corretto funzionamento del mercato. Tale assunto conferisce valore all’indipendenza decisionale ed operativa dei singoli soggetti ed afferma la prevalenza dell’interesse individuale sull’interesse della comunità; a parere di Kotler, per limitare le conseguenze negative dell’individualismo, basterebbe solo orientare il funzionamento delle istituzioni del capitalismo verso la comunità, senza con ciò trasformarla in senso collettivistico; in altri termini, per Kotler, sarebbe sufficiente che il funzionamento delle istituzioni del capitalismo fosse orientato secondo una prospettiva socialdemocratica, per dotare la comunità di un sistema economico che persegua il “bene comune”, difenda la proprietà privata e la gestione privata dell’attività economica e tuteli le istituzioni politiche democratiche.

A tal fine, secondo Kotler, la socialdemocrazia dovrebbe garantire un ordine sociale nel quale, né i diritti individuali, né i diritti della comunità dovrebbero avere la prevalenza gli uni sugli altri; ciò perché una “buona società” dovrebbe essere fondata su un equilibrio tra “libertà e ordine sociale, tra diritti del singolo e responsabilità sociale”, rigettando, sia gli estremismi dell’individualismo liberale, sia quelli del collettivismo autoritario; egli ritiene infatti che “una delle funzioni principali della comunità sia quella di rappresentare una ‘voce morale” riguardo a ciò che è giusto o sbagliato per gli individui e la comunità”.
Secondo l’analisi critica del capitalismo condotta da Kotler, perciò, per rimediare ai difetti del capitalismo sarebbe sufficiente solo un’”obbligazione morale”, gravante su ogni soggetto liberato dal bisogno, nei confronti di chi sta peggio; Kotler, al riguardo, trascura totalmente il fatto che l’obbligazione morale, istituzionalizzata all’interno del capitalismo del libero mercato con la realizzazione del welfare State, è di fatto servita solo a lenire sul piano sociale gli esiti negativi dei fenomeni della povertà, delle disuguaglianze distributive e dell’inquinamento ambientale, attraverso procedure caritatevoli, non risolutive dei difetti del capitalismo.
In realtà, per realizzare una “buona società” all’interno dei Paesi che seguano le regole del libero mercato, l’equilibrio tra libertà e ordine sociale dovrebbe essere assicurato, non attraverso l’assunzione di un’obbligazione morale da parte di un settore della comunità nei confronti di un’altro, ma attraverso la statuizione della funzione positiva svolta, dal punto di vista del benessere comumitario, sia dai singoli individui, che dall’intera comunità. Ciò in quanto, così come non è possibile ipotizzare la massimizzazione degli interessi individuali fuori dal contesto comunitario, ugualmente non è possibile assumere la massima soddisfazione degli interessi comunitari prescindendo dall’impegno attivo verso la comunità da parte dei suoi singoli componenti. Un efficace equilibrio tra libertà d’iniziativa individuale e ordine comunitario, e con esso anche il contenimento dei difetti del capitalismo dei quali parla Kotler, può essere realizzato solo se si assume, non un’obbligazione morale dei singoli verso la comunità, ma il riconoscimento che l’interesse individuale può essere ottimizzato, massimizzando, in condizioni di reciprocità, anche l’interesse della comunità, espresso in linea di principio dalle istituzioni politiche dello Stato di diritto. Ad originare i difetti del capitalismo perciò, non è tanto l’individualismo, quanto lo sono le istituzioni politiche; ciò in quanto sinora, pur all’interno dello Stato di diritto, esse hanno operato come non avrebbero dovuto, perché condizionate e deviate dal loro corretto funzionamento, in base all’assunto della presunta superiorità dell’individuo rispetto alla comunità.

Vi è un altro aspetto del capitalismo liberista, che Kotler tratta in termini “non convincenti”, forse perché fortemente influenzato dalla cultura e dall’ideologia economica prevalente del Paese al quale appartiene: esso riguarda il governo della crescita in funzione della salvaguardia ambientale. Secondo l’economista americano esisterebbero tre correnti di pensiero schierate a sostegno di un drastico controllo della crescita: una linea di pensiero consiglierebbe una “crescita lenta”; una seconda suggerirebbe un “consumo ragionevole; una terza, infine, la realizzazione di un’”economia stazionaria”. Non si capisce perché Kotler, complicando ulteriormente un argomento già di per sé complesso, anziché usare il “rasoio di Occam”, abbia preferito introdurre più ipotesi di quelle strettamente necessarie per affrontare i problemi connessi alla necessità di porre un limite alla crescita continua.
In realtà, le tre correnti di pensiero alle quali allude Kotler si riducono a una: quella che sostiene la tesi, divenuta ormai luogo comune, della decrescita sostenuta da Serge Latouche. Riguardo alla tesi dell’economista francese è stata prodotta, pro e contro, una letteratura pressoché smisurata; alla disparità di opinioni sul come sarebbe possibile governare la crescita in funzione della salvaguardia ambientale, una risposta soddisfacente è quella data Herman Daly. Questi ha formulato due ipotesi, idonee a fugare tutti dubbi di Kotler, circa la possibilità di porre un limite a una crescita, dissipatrice del capitale naturale. Entrambe le ipotesi presuppongono un ruolo attivo delle istituzioni politiche, chiamate ad esprimere democraticamente, tenuto conto del quadro complessivo al cui interno si colloca la comunità, in quale direzione orientare il funzionamento del sistema economico in funzione del benessere sociale.

Com’è noto le ipotesi alternative formulate da Daly prevedono, la prima, una “configurazione debole della sostenibilità della crescita”, compatibile con un livello di benessere crescente della comunità; la seconda, una “configurazione forte della sostenibilità della crescita del livello di benessere, compatibile con uno “stato stazionario” del sistema economico. In entrambi i casi, come Daly ha dimostrato, diverrebbe decisivo il controllo della dinamica demografica, nel senso che, nel primo caso, la sostenibilità della crescita del livello di benessere e la salvaguardia ambientale sarebbero assicurate da un appropriato governo della dinamica demografica; mentre, nel secondo caso, lo stesso obiettivo sarebbe raggiunto con il blocco totale della crescita, a meno di quanto è necessario produrre per reintegrare (ammortamento) i beni capitali utilizzati per garantire l’aumento del livello di benessere, e con il blocco totale della crescita demografica.
Si tratta di ipotesi che, anche per i sostenitori del capitalismo “corretto à la Kotler”, risultano di difficile condivisione; sono ipotesi, tuttavia, destinate ad imporsi all’attenzione dell’umanità, se l’economia e la popolazione mondiale continueranno a crescere anche per il futuro secondo i ritmi sinora registrati. I “pannicelli caldi” proposti da Kotler dovranno essere sostituiti da ben altre “ricette”, per salvaguardare, sia la sopravvivenza dell’umanità, che l’integrità del sistema-Terra.

Gianfranco Sabattini

Il Def e la manovra “light” di Padoan

Padoan-crescita Italia

L’Aula della Camera esaminerà la nota di aggiornamento al Def il prossimo 11 ottobre. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan assicura che non ci sarà nessuna manovra elettorale: la nuova legge di Bilancio focalizzerà gli interventi sulla crescita e le fasce deboli. “Questa è una manovra in linea con quelle precedenti, in assoluta coerenza, non c’è niente di pre o post elettorale, c’è l’interesse del Paese, il sostegno alla crescita e al lavoro”, sottolinea il titolare di Via XX dopo il varo della Nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza su cui verrà impostata la nuova Legge di Bilancio. Sul fronte del deficit, che secondo le ultime stime del governo sarà al 2% del pil nel 2017 ma salirebbe al 2,4% in sede di manovra (7,7 mld di euro in più) se la Ue concederà le attenuanti per le circostanze eccezionali (emergenza migranti e sisma in centro Italia), Padoan ribadisce che “lo propone il Governo e lo approva il Parlamento, con Bruxelles ovviamente c’è, visti i legami anche istituzionali in Europa, un dialogo continuo una verifica della coerenza del comportamento dei Paesi con le regole europee”. Nello specifico le risorse da destinare alla ricostruzione e alla messa in sicurezza post terremoto “non sono ancora state chiarite” ma saranno incluse entro il margine dello 0,4%, riferisce il ministro. Ma anche con la flessibilità il governo si muove entro un sentiero stretto a causa della crescita rivista al ribasso. Da qui, la scelta di puntare su “un utilizzo delle risorse in modo selettivo e mirato a crescita, con misure di sostegno a investimenti che hanno già funzionato” e interventi per le fasce deboli, dal pacchetto Industria 4.0 per le imprese all’intervento in favore delle pensioni minime, tra gli altri.

Sull’entità complessiva della manovra Padoan però non si sbilancia. “Gli ordini di grandezza – dice – saranno precisati con la Legge di Bilancio perché dipendono dalle singole misure”. Ma a occhio e croce, secondo il presidente della Commissione Bilancio alla Camera Francesco Boccia, quella che prenderà forma nel mese di ottobre dovrebbe essere una Finanziaria ‘leggera’, inferiore ai 25 mld di euro, 15 mld per neutralizzare le clausole di salvaguardia e 7 per le misure in cantiere. “La Nota presuppone una manovra ‘light’, con il grosso delle scelte che slittano al 2018 e 2019. Una manovra di manutenzione, esorto Padoan ad avere più coraggio”, afferma il parlamentare Pd.

La Nota al Def passa adesso al vaglio del Parlamento, che dovrà autorizzare uno scostamento del deficit-pil 2017 di 0,4 punti percentuali, portandolo al 2,4%. “Il Governo richiede al Parlamento l’autorizzazione a utilizzare, ove necessario, ulteriori margini di bilancio sino a un massimo dello 0,4 per cento del Pil per il prossimo anno. In tal caso, l’indebitamento netto potrà pertanto ulteriormente aumentare nel 2017 per un importo massimo di 7,7 miliardi di euro”, si legge nella Relazione al Parlamento che accompagna la Nota. “Una correzione del deficit strutturale nel 2017 sarebbe controproducente”, aggiunge il governo, rinviando l’intervento al biennio successivo e confermando l’impegno al pareggio di bilancio al 2019. Inoltre l’esecutivo “si impegna ad assicurare la ripresa del percorso di convergenza verso il proprio Obiettivo di Medio Periodo già dal 2018, prevedendo una riduzione del deficit strutturale di 0,5 punti percentuali di Pil”.


Crescita bassa. Che fare?

di Nicola Scalzini

E’ inutile inseguire i numeri delle previsioni di crescita. Quello che ormai è una costante è il differenziale di crescita negativa che caratterizza il nostro paese rispetto agli altri paesi. Da oltre 20 anni, nei cicli favorevoli il nostro paese cresce meno degli altri, nei cicli negativi la crisi si manifesta più grave che altrove. Le ragioni sono molte e ben individuate. In gran parte hanno radici antiche ed estirpabili solo nel lungo periodo (la burocrazia azzeccagarbugli e inefficiente, la giustizia dalle lungaggini esasperanti, un apparato infrastrutturale insufficiente e vecchio, scarso impegno per ricerca e innovazione, struttura della produzione a basso valore aggiunto,carichi fiscali che colpiscono i fattori della produzione invece che i consumi e la proprietà, etc.).

In passato come sappiamo lo scioglimento di questi nodi veniva evitato e aggirato con le svalutazioni monetarie. Esse permettevano anche di far chiudere ai sindacati buoni contratti che venivano sistematicamente “aggiustati” facendo scivolare la moneta. La svalutazione morbida e continua ripristinava la competitività di prezzo e imponeva una tassazione invisibile e proporzionale su tutti i redditi. Oggi quei problemi a cui abbiamo fatto cenno, con la moneta unica non sono più aggirabili. Non è un caso che compaiono in permanenza sull’agenda del  governo che peraltro ha mostrato forte determinazione sulla strategia riformista ; e meno male. La loro graduale soluzione è dunque a rendimento differito e non permette al nostro paese di rientrare presto nel gruppo dei paesi con crescita più elevata. In questo contesto sono sicuramente degne di apprezzamento le iniziative del ministro dell’industria intese a rilanciare gli investimenti. Dobbiamo ricordare a noi stessi che rispetto al 2007 anno prima della crisi gli investimenti sono scesi del 30%.

Credo che occorra una scossa di dimensioni rilevanti per raddrizzare questo andazzo e senza bisogno di chiedere permessi alle Istituzioni europee. Si tratterebbe di attuare la cosiddetta svalutazione fiscale, sgravando la produzione di un ammontare di circa 30 miliardi e finanziando la manovra con l’accorpamento delle aliquote IVA. In passato ho calcolato che se le tre attuali aliquote (4,10,22) si riducessero a due (gli alimentari al 10 e il resto a 21) il maggior gettito sarebbe sufficiente a eliminare tutta l’IRAP privata (più o meno 24 miliardi) considerando l’IRAP sugli enti pubblici una partita di giro. E avanzerebbero ulteriori risorse per ritoccare l’IRPEF sui lavoratori o incentivare gli investimenti. L’operazione darebbe una spinta considerevole  alle esportazioni con i conseguenti effetti sulla produzione e occupazione. Per coloro che temono una qualche ripresa dell’inflazione si potrebbe rispondere che essendo la manovra a gettito invariato, la riduzione dei costi di produzione compenserebbe il ricarico sui consumi. Eppoi, volesse il cielo che si verificasse una piccola ripresa dell’inflazione, per il nostro paese sarebbe una manna dal cielo. Ci svaluterebbe il debito e ci farebbe migliorare tutti i parametri fiscali(deficit /PIL, debito/PIL, spesa /PIL, pressione fiscale). Riusciremmo a conseguire quell’obiettivo che Draghi insegue da tempo senza riuscirci.

A questa operazione occorrerebbe affiancare una forte ripresa degli investimenti pubblici e un severo controllo della spesa corrente i cui rubinetti vengono purtroppo riaperti  ad ogni elezione. Si pensi che se gli 80 euro fossero stati interamente indirizzati sugli investimenti pubblici  sarebbero stati più che sufficienti a finanziare un poderoso piano ventennale (più di 200 miliardi) e ad es. mettere in sicurezza il patrimonio edilizio del paese. E come tutti sanno in termini di crescita e occupazione il moltiplicatore di un euro di investimenti è di gran lunga più elevato di un euro di spesa corrente.

Nicola Scalzini

Campania, De Luca assolto per il caso Sea Park

De Luca-ricorso accoltoEra il 29 maggio del 2015 quando in una conferenza stampa Rosy dichiarò De Luca tra i 16 candidati ritenuti “impresentabili” dalla commissione. Il procedimento contestato risaliva al 2002 per il reato di concussione continuata commesso dal maggio 1998 e con “condotta in corso” secondo la procura di Salerno “Processo Sea Park”. L’ex sindaco di Salerno dichiarò di aver agito esclusivamente nell’interesse dei suoi concittadini, e di aver chiesto all’allora sottosegretario Vincenzo Viespoli di interessarsi per velocizzare la cassa integrazione dei 200 operai rimasti senza lavoro. La sua intenzione di costruire un parco che desse lavoro a queste persone e che portasse alla città di Salerno milioni di visitatori, era stata bloccata a causa di una variante al progetto ritenuta dal pm illegittima e volta ad interessi privati.
Sul banco degli indagati finirono, oltre a De Luca, altre 41 persone fra tecnici e progettisti.Ieri dopo 18 anni finalmente l’assoluzione piena. L’ex sindaco di Salerno e attuale Governatore della Regione Campania, Vincenzo De Luca, ha commentato sul suo profilo Facebook la sentenza del tribunale salernitano che lo ha sollevato, insieme ad altre 41 persone, dalle imputazioni di falso e abuso d’ufficio per presunte irregolarità nella costruzione di un parco acquatico nella città campana. “Esprimo piena soddisfazione e rispetto per la magistratura”, che lo ha assolto con formula piena perché il fatto non sussiste, ha aggiunto De Luca. “Era questa la vicenda per cui un’avventurosa parlamentare ci aveva presentato come ‘impresentabili'”, ha attaccato De Luca riferendosi a Rosy Bindi, “oggi ci presentiamo a testa alta. Noi”.
“Anni di pesante aggressione politica e mediatica avrebbero spaccato il cuore a chiunque – continua l’ex primo cittadino salernitano – io ho resistito per le grandi motivazioni ideali e morali che porto dentro e per la sicurezza di avere la coscienza pulita”.

Francesco Brancaccio

Ilaria Capua – Lascio la Camera, questione di rispetto e credibilità

«Io, Ilaria Capua, lascio la Camera Questione di rispetto e credibilità»
L’intervento di ieri nell’Aula di Montecitorio:

di Ilaria Capua
“Gentile Presidente, Cari colleghi,

oggi rassegno le mie dimissioni da Deputato della Repubblica italiana. È stata una decisione sofferta e ponderata, che ho maturato nel tempo e che si è articolata intorno alla parola «rispetto». Quando sono entrata alla camera dei Deputati ero una scienziata conosciuta e stimata per gli studi che avevo svolto in virologia, ero piena di buoni propositi e assolutamente determinata a sollecitare quei cambiamenti nel mondo della ricerca di cui l’Italia ha un disperato bisogno. Avevo una missione, avevo a cuore un obiettivo, uno solo. Ho rivestito con orgoglio, determinazione e credo con equilibrio la carica di vice presidente della commissione Cultura, Scienza ed Istruzione della Camera cercando di essere rigorosa ed imparziale come uno scienziato deve essere.

Dopo circa un anno dalla mia elezione sono stata travolta da una indagine giudiziaria risalente agli anni duemila (1999-2007) che mi accusava di reati gravissimi, uno dei quali punibile con l’ergastolo. È stato per me un incubo senza confini ed una violenza che non solo mi ha segnata per sempre, ma che ha coinvolto e stravolto anche la mia famiglia. L’effetto più devastante che queste accuse hanno avuto sul mio ruolo di parlamentare, è stato quello di aver minato la mia credibilità, ed è proprio in questo particolare della vicenda che entra in gioco la parola rispetto. Un parlamentare che non è credibile non è in grado di portare avanti con forza le istanze nelle quali crede. Il parlamentare che non è credibile viene attaccato, anche in maniera strumentale e le sue battaglie perdono energia vitale. Un parlamentare che non è credibile non viene preso sul serio. Nell’affrontare ogni giorno in questa Camera la mia nuova condizione di «persona non credibile», e oltretutto accusata di crimini gravissimi, ho vissuto sulla mia pelle per oltre due anni, come la mancanza di credibilità non mi stesse permettendo di portare avanti quello per cui mi ero impegnata con i miei elettori. E qui torno alla parola rispetto – perché è proprio la combinazione del rispetto per i miei elettori ed il rispetto per me stessa che – come se fossero parte di un algoritmo – mi ha fatto comprendere che in quelle condizioni non stavo utilizzando al meglio il tempo che avevo a disposizione.

Sì, perché non ci piace pensarlo, ma ognuno di noi ha un tempo limitato che gli resta da vivere – e utilizzare al meglio quel tempo è una forma di rispetto verso se stessi e verso gli altri. Anzi un dovere. Ho sentito quindi, che fosse giunto il momento di tornare ad usare il mio tempo al meglio, di tornare nel mondo scientifico, purtroppo non in quello italiano, in un ambiente nel quale non avessi mai perso la credibilità e nel quale fossi riconosciuta ed apprezzata. Ho accettato, su richiesta di una organizzazione internazionale, un incarico di Direttore di un Centro di Eccellenza all’Università della Florida. Ho deciso di trasferire la mia famiglia negli Stati Uniti per proteggerla dalle accuse senza senso ma nel contempo infamanti che mi portavo sulle spalle.

Perché una mamma ed una moglie deve farsi carico anche di questo. Proteggere. E aggiungo, una donna di scienza nel quale questo Paese e l’Europa hanno investito ha il dovere di non fermarsi. Ha il dovere di continuare a condurre le proprie ricerche nonostante tutto, perché la scienza è di tutti ed è strumento essenziale per il progresso.

Venti giorni dopo il trasferimento negli Stati Uniti la Procura di Verona in sede di udienza preliminare ha smontato il castello accusatorio pezzo per pezzo, prosciogliendomi dai molteplici capi d’accusa perche «il fatto non sussiste». Secondo la giudice una sola accusa meritava di essere eventualmente approfondita in dibattimento, ma il presunto reato era ormai prescritto da tempo e quindi sarebbe stato inutile proseguire. La sentenza è passata in giudicato e nessuno l’ha impugnata. Nessuno. Ora che è finita, potrei tornare indietro, ma vi dico la verità, non me la sento. Devo recuperare forze, lucidità e serenità, devo lenire la sofferenza che è stata provocata a mia figlia e a mio marito. Devo recuperare soprattutto fiducia in me stessa, appunto perché voglio usare al meglio il tempo che ho a disposizione. Lo devo ai miei genitori che mi hanno fatto studiare, ai miei maestri, ai miei amici e ai miei allievi di ieri e di domani.

Paradossalmente, penso che se questo mio passaggio di vita come rappresentante del popolo italiano, lascerà un segno, non riguarderà la scienza o la ricerca. Riguarderà la giustizia. Quello che è successo a me accade troppo spesso in Italia, e potrebbe succedere a chiunque. In occasione di questo momento voglio dar voce a tutte le persone innocenti accusate ingiustamente, che attendono – impotenti, che la giustizia faccia il suo corso. Perché anche loro meritano rispetto. Cari colleghi, ci sono molti cambiamenti all’orizzonte nel nostro Paese, e sono certa che attraverso di voi e attraverso l’operato del governo l’Italia diventerà un Paese più innovativo e più giusto. Ora, infatti, le questioni che più mi stanno a cuore sono due, e non più una sola. Torno al mio posto, a fare quello che so fare meglio, all’ estero, ma sempre con lo sguardo rivolto verso l’Italia“.
Ilaria Capua


L’aula della Camera ha detto sì alle dimissioni di Ilaria Capua da deputata di Scelta Civica. Sono stati 238 i voti a favore, 179 quelli contrari. Subentra come nuovo eletto Domenico Menorello.
L’Assemblea è stata chiamata ad esprimersi a voto segreto. “Una decisione sofferta e ponderata”, ha detto la scienziata che era stata accusata di essere una “trafficante di virus”, accusa da cui è stata pienamente assolta.
Pia Locatelli è intervenuta per la dichiarazione di voto a nome dei parlamentari socialisti. Ecco il testo dell’intervento:

“Noi Socialisti voteremo contro le dimissioni di Ilaria Capua. È il solo modo che abbiamo per protestare contro i fatti che ne sono all’origine, una vicenda, questa, che si è conclusa con la perdita per la comunità scientifica e per il nostro Paese di una scienziata di valore, un’altra, ma questa volta non per le ragioni che conosciamo (mancanza di strutture, di risorse, di investimenti). No ! Questa volta per una grave fuga di notizie giudiziarie e per la pronta costruzione di una gogna mediatica, con Ilaria Capua sbattuta in prima pagina come trafficante di virus e quindi, delinquente internazionale.
Pagherà qualcuno per avere messo in piazza un’indagine in corso ? Si saprà mai chi ha fornito a l’Espresso tutte le informazioni dettagliate sulle attività dei NAS, che hanno avviato l’inchiesta coordinata dalla procura di Roma e poi trasferita a Venezia ?
Conosco Ilaria Capua da diversi anni. L’avevo invitata ad un convegno su donne e scienza, quando al Parlamento europeo mi occupavo del settimo programma quadro per la ricerca. Fu tra le protagoniste di quel convegno e diede un importante contributo. Quando isolò per prima il virus dell’aviaria, gioimmo certamente per la scoperta, soprattutto apprezzammo che la mettesse a disposizione di tutti. E motivò la sua decisione con il fatto che l’Africa, continente già pesantemente colpito dall’HIV, non poteva essere colpito da un’altra tragedia, che faceva morire gli animali di cui la popolazione africana si cibava.
Ilaria Capua lascia questa Camera dopo essere stata accusata di fatti ignobili. Per ventiquattro mesi non è mai stata ascoltata da nessuna autorità giudiziaria. Ora è stata completamente scagionata, ma, ormai, Ilaria se ne è andata oltre oceano e noi l’abbiamo persa, come collega e come scienziata, che ha dato lustro al nostro Paese.

Certo, la scienza non ha confini e continueremo a beneficiare del suo lavoro, ma lei ha scelto, comprensibilmente, di andarsene e Pag. 66noi l’abbiamo persa. E ci dispiace molto”.