sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Chi ha paura di Putin?
Pubblicato il 23-09-2016


Anche questa volta Vladimir Putin ha lasciato il segno. Il 58% dei voti del suo partito, Russia Unita, che si tramuta in quasi l’80% dei seggi della Duma parla chiaro. Gli elettori sono con lui. Viene premiato il culto della personalità, l’idea di una Russia forte ed incisiva a livello internazionale, il panslavismo. Putin è la Russia e la Russia è Putin. Di questo bisognerà tenere conto nelle relazioni internazionali con Mosca.

Molti si aspettavano una campagna elettorale al vetriolo e consultazioni “allegre” dal punto di vista delle garanzie democratiche. Gli osservatori internazionali riportano invece dati che ci parlano di una sostanziale correttezza delle operazioni di voto. Niente brogli, niente risse nei seggi, niente repressione delle opposizioni.

Vladimir Putin non è simpatico in Occidente. Uomo glaciale, che ostenta il suo passato da teppista nei bassifondi di Leningrado, ex agente del KGB. Fortemente intriso di comunismo. Un comunismo non politico, non ideologico, ma esistenziale. Lui stesso dichiara: “Chi vuole restaurare il comunismo è senza cervello. Chi non lo rimpiange è senza cuore”. Putin è un piccolo Zar. Pensa in termini di impero e lo fa con le stesse direttrici dei suoi imperiali predecessori: il dominio sul Mar Nero,  l’accesso al Mediterraneo indebolendo il più possibile la Turchia in una altalena di bastone e carota, un protagonismo a ridosso del Caucaso, un “paterno” interesse nei confronti degli slavi dei Balcani. In più una certa freddezza e diffidenza nel trasformare, nei fatti oltre che nel sistema elettorale, la Russia in una democrazia matura che abbia in se anche la tutela dei diritti. Troppo per i palati raffinati di Parigi, Berlino e Londra e un piatto decisamente indigesto per i molto meno raffinati gusti di Washington. Putin non piace e molti lo vedrebbero bene cadere da cavallo.

In Russia ci sono due tipi di opposizioni: una vera ed una finta. Quella vera non è riuscita ad essere rappresentata nel neo eletto parlamento, raggranellando percentuali imbarazzanti, dimostrando di essere solo un parto di pochi intellettuali privo di radicamento sociale. Quella finta è rappresentata da partiti che, bene o male, sono d’accordo con le linee politiche espresse da Putin, e sono classificabili come una vera e propria “opposizione di sistema”. Parliamo del Partito Liberal Democratico di Russia ed il Partito Comunista della Federazione Russa. I loro segretari sono due simpaticoni. Vladimir Zhirinovsky per i liberal democratici e Gennadij Andreevič Zjuganov per il Partito Comunista. Zjuganov è stato un feroce oppositore della perestrojka, figuriamoci cosa può pensare della tanto odiata “democrazia borghese” e dei diritti. Egli è un nostalgico dell’antica potenza dell’Urss e propone una politica estera estremamente aggressiva. Zhirinovsky è salito all’onore delle cronache per aver incitato allo stupro di gruppo di una giornalista incinta e, a suo modo di vedere, impertinente nelle domande. Ma è anche convinto che la Russia debba riprendersi le repubbliche diventate indipendenti, che si debba parlare solo in russo, che venga ripristinata la pena capitale, che vengano soppresse tutte le religioni diverse da quella ortodossa. Il nostro Salvini a confronto è una mammoletta. Zjuganov e Zhirinovsky sono gli alfieri di una Russia forte, autosufficiente, chiusa all’esterno. Integralmente “slavofila”. Destra e comunisti si apprezzano a vicenda.

L’equilibrio su cui governa Putin è questo: i Russi, che non sono mai guariti dall’impero e dallo stalinismo, vogliono contare nel mondo. Sentono di essere qualcosa di diverso dall’Occidente, di cui, consumismo e comodità a parte, rifiutano i valori. Nulla di nuovo sotto il sole, basti leggere “Delitto e castigo” di Dostoevskij. I Russi sentono il dovere di dover tutelare gli altri popoli slavi, serbi in primis. Vogliono che le ricchezze russe vengano gestite dai russi per i russi. Ma soprattutto sognano l’impero. Di nuovo. E la grandezza nazionale. E lo fanno in maniera impetuosa, a tratti scomposta. Xenofobia, razzismo, autoritarismo, omofobia sono elementi comuni sia al partito del premier che alle due finte opposizioni. Sotto la cenere, trattenuta dall’ombra del nuovo zar, cova una forte violenza politica. Cosa accadrebbe se Putin cadesse da cavallo?

Anche l’Occidente dovrebbe imparare dai suoi errori. Si è voluta una guerra contro l’Iraq perché Saddam Hussein era un problema ed un pericolo, per via delle armi chimiche. Bene. Il problema, con la sua morte, non solo non si è risolto, ma si è decisamente aggravato. E delle armi chimiche neanche una traccia. Saddam, per quanto scarsamente gestibile, era come un tappo sull’Iraq. Saltato il tappo è successo un macello. Nel vero senso della parola. Lo stesso dicasi per Gheddafi. Il colonnello era l’unico in grado di cementare i gruppi tribali libici. Tolto lui è iniziato un disastro di proporzioni bibliche.

Senza Putin che farebbe la Russia? Il presidente è comunque un uomo d’ordine, che tiene saldamente in pugno le redini del paese. La rigidità sovietica dei seguaci di Zjuganov ed il medioevale estro creativo degli uomini di  Zhirinovsky, quali danni potrebbe arrecare? La Russia non è la Libia e non è l’Iraq. Ha un arsenale nucleare, un esercito forte ed è anche una potenza industriale. Credo che non bisogna aver paura di Putin, ma di quello che succederebbe senza Putin o dopo Putin.

Per questo è necessario allentare il cordone sanitario che si è fin qui costruito intorno a Mosca. Che l’Unione Europea smetta di essere un trampolino di lancio della Nato in cui l’adesione all’Unione è l’anticamera dell’ingresso nel Patto Atlantico. La Russia deve rientrare a  pieno titolo nelle relazioni internazionali non come nemico da contenere ma come partner. E bisogna avviare una nuova stagione di dialogo Est-Ovest. Questo non vuol dire accettare la situazione russa così come è. Ogni apertura dell’Occidente deve essere ricambiata da aperture ai diritti. Mosca non vuole esercitazioni della Nato in Polonia, a ridosso dei propri confini? Benissimo, che la Russia legiferi in maniera credibile per la libertà di espressione. Mosca vuole l’annullamento delle sanzioni? Un gesto di buona volontà sarebbe quello di tirare fuori dalle carceri un po’ di oppositori. Questo do ut des, che io qui semplifico come esempio, è estremamente virtuoso. Da un lato tira fuori dal pantano diplomatico la Russia, con un effetto fortemente distensivo nelle relazioni internazionali, e dall’altro renderebbe la nazione di Putin più democratica. Ci guadagneremmo tutti.

E’ possibile? Certo. E potrebbe essere uno spazio di manovra sia dell’Italia che dell’Unione Europea, a condizione di mantenere un rapporto equilibrato, di appartenenza ma non di servitù, nei confronti della Nato e dei desiderata degli USA. Secondo me una certa distanza critica dai dettami di Washington sarebbe opportuna. Siamo nella Nato perché abbiamo perso la seconda guerra mondiale, anche se ci siamo riciclati come co belligeranti. Il “pericolo comunista” ha fatto il resto, schiacciandoci sul Patto Atlantico anche se ospitavamo uno dei partiti comunisti più forti d’Europa. Partendo dal presupposto che anche gli ergastolani dopo una trentina d’anni escono dal carcere, è bene far notare che sono trascorsi più di settant’anni dalla fine della guerra. Sarebbe il caso di rinegoziare la nostra appartenenza alla Nato, riappropriandoci di una nostra autonomia politica nel quadro del dialogo Est Ovest e della solidarietà Nord Sud del mondo.

Frattanto auguriamo buon compleanno a zio Vladimir, che il 7 ottobre, compirà 64 anni.

Mario Michele Pascale
Consiglio Nazionale del Partito socialista italiano
Responsabile nazionale editoria, arti e spettacolo

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Commenti all'articolo
  1. Condivido al 100% il contenuto dell’articolo. E con me molti altri italiani. Juncker, Merkel, Renzi, Hollande… per favore leggete e riflettete un attimo. Il buon senso, unito al realismo, sono i migliori consiglieri del genere umano.

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