venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Democrazia e uguaglianza sociale per il futuro dell’Europa
Pubblicato il 09-09-2016


Paolo Flores D’Arcais, in “La Sovranità è irrazionale? (Non c’è democrazia senza uguaglianza sociale)”, pubblicato su “Micromega 5/2016”, trae spunto dal referendum col quale lo scorso 22 giugno il Regno Unito ha deciso di uscire dall’Europa, per svolgere un discorso che non investe, al contrario delle analisi della generalità dei commentatori, i probabili effetti negativi della vittoria del “leave” sul “remain” degli inglesi;, egli si concentra invece, molto più significativamente, sulle cause del quasi totale fallimento del “Disegno Europeo e sulle condizioni che dovrebbero supportare tutti gli Stati membri, o quanto meno quelli che ancora vorranno portare a compimento tale “Disegno”, nel riprendere il discorso sulle modalità di realizzazione dell’unificazione dell’Europa. Poco convincenti sono, però, le osservazioni svolte da D’Arcais circa le modalità politiche attraverso le quali ciascuno Stato dovrebbe predisporsi a partecipare alla ripresa del discorso.

Secondo D’Arcais, l’imbocco della via senza ritorno ha avuto inizio con la Brexit; allo stato attuale, illudersi della possibile sopravvivenza della possibilità di realizzare l’unificazione dell’Europa significherebbe “scambiare l’uomo con lo zombie, la vita con la sala di rianimazione permanente”. Ciò accade perché mai è stato iniziato un reale processo di unificazione, per cui il richiamo che normalmente vien fatto all’utopia degli Stati Uniti d’Europa, così come era stata prefigurata nel Mainfesto di Ventotene, è un esempio dell’ipocrisia dell’establishment prevalente, che non ha uguali nella storia della Repubblica. Ciò perché, a parte il generico richiamo al “Manifesto”, si ignora totalmente che i Colorni, i Rossi e gli Spinelli hanno inteso disegnare un’Europa unita, fondata su un’uguaglianza sostanziale, non solo giuridico-formale, invocando perciò esplicitamente una ‘rivoluzione europea’ che, per rispondere alle aspirazioni di coloro che avevano vissuto il dramma del secondo conflitto mondiale, doveva essere socialista.

I cittadini dell’Europa del dopoguerra avevano interiorizzato “valori comuni”, che hanno poi caratterizzato sino alla metà degli anni Settanta la vita politica interna dei singoli Paesi, giustificando il ricupero della democrazia intesa come Stato sociale di diritto; visione condivisa, anche se spesso – a parere di D’Arcais – solo a parole, da parte di tutte le forze politiche sia di destra, che di sinistra. Tutte, infatti, come nel caso dell’Italia, hanno riconosciuto il disposto costituzionale che stabiliva fosse compito dello Stato “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

L’uguaglianza sostanziale, però, poteva essere realizzata, solo se il disposto che la sanciva fosse stato accompagnato da “un costante e asintotico incremento di uguaglianza materiale”, reso possibile da un welfare sempre più ampio e pervasivo, da una tassazione sempre più progressiva e da un sistema pensionistico ridistribuivo; nell’insieme questi indirizzi di politica economica avrebbero dovuto costituire i principali strumenti con cui realizzare l’aspirazione dei cittadini all’uguaglianza.

Ma, proprio quando alla CEE hanno aderito nuovi importanti Stati, originariamente assenti (il Regno Unito nel 1973, il Portogallo, dopo la rivoluzione dei garofani, e la Spagna, dopo la caduta del franchismo, nel 1986), l’omogeneità valoriale, che avrebbe dovuto consentire all’Europa comunitaria di riconoscersi nello Stato sociale di diritto, a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta ha subito la critica e l’azione politica avversa delle “forze della controriforma”, prevalse col thatcherismo in Gran Bretagna e col reaganismo negli Stati Uniti; forze che traevano la loro ispirazione ideologica dalle idee del neoliberismo della Mont Pelerin Society di Friedrich August von Hayek e Milton Friedman.

L’egemonia del neoliberismo, presto impostasi, ha coinvolto – afferma D’Arcais – sia le formazioni politiche socialdemocratiche, delle quali il blairismo è stato l’esempio più rappresentativo, sia quelle che pretendevano di rappresentarsi ancor più a sinistra; tutte sono così confluite nel “partito unico della partitocrazia”, vittime dell’”intreccio affaristico-politico”, nel quale l’establishment prevalente si identificava. In tal modo, le forze che avrebbero dovuto contribuire alla realizzazione dello Stato sociale di diritto, anziché opporsi a questa involuzione dell’attività politica, hanno preferito svolgere un ruolo ancillare, legittimando la critica delle forze conservatrici al keynesismo, che aveva ispirato la politica sociale nei trent’anni successivi al 1945, e ridimensionando lo Stato sociale che con questa politica era stato realizzato.

La globalizzazione e la fine dell’URSS hanno esaltato l’apoteosi del neoliberismo, mentre il conseguente allargamento comunitario ai Paesi dell’Est europeo ha posto definitivamente fine all’omogeneità valoriale che si era affermata nei restanti Paesi comunitari nei primi decenni successivi al secondo conflitto mondiale; secondo D’Arcais, proprio nel momento in cui l’unità valoriale andava in pezzi, col Trattato di Maastricht si è voluta imprimere una spinta decisiva al processo di unificazione europea, non sulla base del perseguimento di una sostanziale uguaglianza di tutti i cittadini degli Stati aderenti, ma sul “valore di fatto egemonico” del primato di un’istituzione finanziaria, la Banca Centrale Europea, nell’illusione che l’”Europa costruita a partire dalle istituzioni finanziarie potesse non coincidere con quella degli interessi finanziari”.

In altre parole, sottolinea D’Arcais, ci si è illusi che l’adozione di una moneta unica e la firma del Trattato di Schenghen potessero, da un lato, far venire meno le frontiere e, dall’altro, consentire la costruzione di una patria comune, da dotare di istituzioni comuni, senza avere la benché minima contezza che il primato assegnato alle istituzioni finanziarie nella costruzione della “casa comune” sarebbe corrisposto al sacrificio del diritto all’uguaglianza dei cittadini europei; diritto, questo, che si sarebbe dovuto salvare preliminarmente, statuendolo in una Costituzione.

Lo spartiacque, perciò, a parere di D’Arcais, non è tra “europeismo” ed “antieuropeismo”, tra “Europa dei cittadini di un’uguale sovranità in costante e asintotica approssimazione” ed “Europa delle oligarchie finanziarie e del disfacimento della forbice economica e sociale”; in altre parole, esso sta tra un’Europa intesa unicamente e riduttivamente come unione di Stati ed un’Europa intesa come “eguale sovranità effettiva” dei cittadini europei, il cui “dispiegarsi esige crescente eguaglianza materiale”. Se il cittadino europeo – a parere di D’Arcais – non può scegliere tra l’”Europa della carta di Ventotene e l’Europa dei finanzieri croupier e dei governi con costoro impastati, perché la prima è stata cancellata dall’orizzonte del possibile e addirittura del pensabile ‘realistico’ e di governo, ovvio che voti NO come unico strumento che il potere gli concede…per esprimere il suo dissenso, il suo disgusto, la sua rabbia”; è ovvio anche che, se il cittadino non trova un ideale nel quale identificarsi e col quale esprimersi egli finisca “per ingrossare la marea di spurgo identitario fede-sangue-suolo, come sempre avvenuto, con i fascismi in primis”.

E’ illusorio, perciò, pensare che alla crisi dell’Europa, sconquassata da crescenti e sempre più profonde disuguaglianze, si possa fare fronte, come correntemente si sostiene, con “più Europa”, cioè attraverso un maggior impegno delle istituzioni che della crisi sono appunto responsabili. Continuare ad invocare questa logica disgregatrice – afferma D’Arcais – è quanto di più irrazionale si possa proporre; solo “partendo da una Costituzione che fissi come inderogabile l’anelito democratico all’eguaglianza asintotica, giuridica e materiale…può darsi speranza di Europa”; e l’unica via plausibile che può essere percorsa è “quella di lottare” per fare nascere istituzioni europee che già prefigurino i valori della Costituzione ispirata alla carta di Ventotene. I governi nazionali, però, agiscono ed operano “in direzione opposta”; per cui è inevitabile che il “richiamo alla sovranità nazionale o gli spettri identitari di razzismi e fedi, nuovi fascismi…funzionino da surrogato alla sovranità popolare ogni giorno vieppiù sottratta, sovranità che implica un ineludibile strascico egualitario”.

Il “surrogato in questione”, tuttavia, secondo D’Arcais, non può essere un generico populismo, condiviso da cittadini la cui “comune postura antiestablishment” sia solo un “tratto generico”, e pertanto deviante, dato che includerebbe ogni sorta di populismo di destra e di sinistra; si dovrà tener conto delle differenze specifiche, dato che solo il populismo di sinistra può essere considerato “promessa alternativa”, mentre quello generico e indistinto è “solo esca per gonzi” nelle “versioni reazionarie, tutte interne all’establishment”. Ciò perché il populismo reazionario è sempre stato la “carta truccata” degli establishment e del privilegio, non la sua alternativa”.

Dunque, a parere di D’Arcais, l’Europa della carta di Ventotene può salvarsi solo se i cittadini esprimeranno delle forze politiche protagoniste; anche se oggi queste forze latitano, non si può non considerare che esse esistono, come è dimostrato dal fatto che alcuni movimenti populisti alternativi (Syriza, M5S, Podemos, ecc.) sino a qualche anno fa non esistevano. Essi stanno ad indicare che, a livello dell’intera Europa, per diventare maggioritaria, una forza realmente alternativa dovrebbe “prendere la democrazia sul serio, realizzare l’uguale sovranità dei cittadini, approssimare asintoticamente, giorno per giorno, l’intera panoplia dei diritti civili e sociali che tale sovranità eguale implica”.

E’ difficile non condividere l’intera analisi circa l’involuzione che le finalità del Disegno Europeo hanno subito, dopo l’avvento della primazia delle istituzioni finanziarie, in luogo di quelle strettamente politiche, che avrebbero dovuto realizzare l’unità dell’Europa secondo la visione valoriale della carta di Ventotene. Ciò che però solleva qualche dubbio è perché si debbano lasciare alla mercé degli establishment e del privilegio i populisti egemonizzati dalle forze conservatrici e reazionarie, senza contare sul fatto che la “comune postura antiestablishment” può rendere possibile il loro ricupero e senza considerare che i populisti di destra, pur ingannati da false argomentazioni ideologiche, aspirano anch’essi a riscattarsi dallo status di cittadini espropriati della loro sovranità.

Gianfranco Sabattini

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