venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Grillo e il MoV5Stelle. ‘Nettuno’ mi può giudicare
Pubblicato il 08-09-2016


grillo-di-maio“Andrà avanti e noi vigileremo”. Virginia Raggi, sindaca di Roma, il soggetto della prima sentenza. Di più difficile identificazione quel plurale (maiestatis?) che Beppe Grillo scaglia dal palco di piazza Cesare Battisti, nel centro di Nettuno, piccolo comune del litorale laziale, a pochi passi dalla capitale. Chi comandi all’interno del Movimento 5 Stelle, chi prenda le decisioni in quello che si dichiara un “movimento di liberi cittadini” (guai! a tirar fuori la parola tabù ‘partito’), non era chiaro prima e, se possibile, lo è anche meno alla luce degli ultimi avvenimenti.
Esiste una stanza dei bottoni “a cinque stelle”? A giudicare da episodi passati riguardanti rimozioni, sospensioni, allontanamenti forzati di esponenti, o regole e codici di comportamento rigidamente calati dall’alto, per citarne alcuni, sembrerebbe difficile da negare. Ma chi spinga materialmente i bottoni pentastellati, resta di altrettanto ardua interpretazione. In parte per la confusione mediatica che puntualmente sorge intorno alle uscite pubbliche di esponenti del Movimento; in parte per quell’alone, un vero e proprio scudo di cui i membri di quest’ultimo si circondano e da cui traggono, forse, vicendevolmente forza per affrontare i tiri mancini delle opposizioni (per giunta piuttosto variegate, nel loro caso).

Il comizio di Nettuno, che nasce da uno spunto quasi casuale, da quella che in un primo momento sarebbe dovuta essere semplicemente la tappa conclusiva del tour “coast to coast” del deputato Alessandro Di Battista nelle piazze italiane, per la propaganda del NO al referendum costituzionale in autunno, regala conferme e qualche sorpresa. Quella più grande e più paradossale: Grillo. Un Grillo “parlante” che ultimamente sembrava destinato sempre più ad eclissarsi, salvo qualche sporadica apparizione senza il rilascio di dichiarazioni (come in occasione dell’elezione di Virginia Raggi e Chiara Appendino), quasi inghiottito, fagocitato dall’ingombrante Direttorio. L’ideatore del Movimento, probabilmente sollecitato dal momento critico vissuto dai suoi nella capitale, coglie la palla al balzo per tornare in scena di gran carriera, rispolvera il repertorio retorico riavvolgendo il nastro di una decina d’anni e manda in scena un vaffa-day in tono minore, un vaffa-happy hour piuttosto. Con tanto di insulto finale, in memoria dei bei tempi, al cielo di Nettuno. Non un discorso epocale, si può dire, ma un segno di vita importante, un colpo battuto per far percepire ancora la propria presenza.

Se Grillo, la mente, il fondatore, si riduce ad essere la sorpresa dello show a cinque stelle – uno scenario quasi impossibile da pronosticare solo qualche mese fa – la certezza è un’altra, anzi altre cinque. Il palco, a Nettuno, è tutto per le cinque stelle dei cinque stelle, la pentadirigenza, la nomenklatura 2.0: in una parola, il Direttorio. Di Battista, Ruocco, Sibilia, Fico e, soprattutto, quel Luigi Di Maio che all’inizio la piazza fatica ad applaudire in maniera unanime. La colpa, come si sa, quella di aver taciuto sulla posizione dell’assessora Paola Muraro, sebbene informato (il 5 agosto) della situazione giudiziaria da una lettera della collega Paola Taverna, e dunque, con la decisione di lasciar correre e non intervenire, di esser venuto meno a quei principi teorici di trasparenza e integrità a cui il M5S con tanto ardore afferma di rifarsi. Di Maio è giovane, giovanissimo, ma il lessico politico, il lessico del comizio, lo padroneggia già con sicurezza. E allora bastano un paio di riferimenti qua e là al “sistema dei partiti e dell’informazione legata ad essi”, rei di aver “montato un caso incredibile” nei suoi confronti e nei confronti del Movimento tutto, addolcite da un “ho commesso un errore” (come se fraintendere il senso della parola ‘indagata’ fosse una quisquiglia, per uno che, in fondo, avrebbe come incarico proprio quello di non fraintendere nulla, in un contesto simile) e la pace è presto fatta. Il gelo si tramuta presto in uno scroscio di applausi. Che aumentano, se possibile, agli sfoghi plateali del leader ritrovato: “dov’erano i giornalisti quando mafia capitale si mangiava Roma, dov’erano?”.
Chissà dov’era Di Maio, invece. E chissà dov’erano tutti gli altri e dove saranno nei prossimi tempi, che si prospettano tutt’altro che sereni per Roma e i romani, in primis. Speriamo solo non scivolino troppo in fondo alla trincea, ostile al confronto e alla comunicazione franca, dell’”onestà” presunta, rivendicata. La puerile trincea del “io buono, tu brutto e cattivo”, la trincea del pregiudizio. Da lì, un futuro stellato per la capitale sarebbe difficile vederlo.
Figuriamoci un futuro pentastellato.

Andrea De Luca

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