sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

I pugni di Renzi
Pubblicato il 12-09-2016


Una volta Berlinguer concludeva la festa dell’Unità dinnanzi a un milione di persone calibrando le parole scritte a macchina e passate al vaglio della segreteria. Adesso Renzi conclude la festa del Pd sfoderando battute a braccio e improvvisando proposte. Il mondo cambia e anche il modo di fare politica. Quel che mi ha impressionato del discorso di Renzi è l’asprezza dei suoi attacchi contro la sua minoranza interna, in particolare contro Massimo D’Alema, tratteggiato alla stregua di un menagramo. Noblesse obblige, anche se D’Alema, per la verità, non era stato da meno. Qua e là non sono mancate osservazioni contro i piccoli partiti, compresi quelli suoi alleati, che in perfetta continuità con i giudizi di Berlusconi, vengono considerati quasi come intralci.

Già a Reggio Emilia Renzi aveva definito i piccoli partiti come oppositori di comodo al premio di lista previsto dall’Italicum. A Catania è andato oltre. E ha ribadito la sua disponibilità a cambiare la legge elettorale tranne che sul premio (qui non si è capito se parlasse del premio di lista) e sul ballottaggio. Cioè proprio sui due punti che devono, anche a giudizio di autorevoli esponenti della sua maggioranza interna (Franceschini, Orlando, Orfini) essere cambiati. Riassumo sinteticamente perchè anche a mio giudizio si tratta di cambiamenti necessari.

Il premio di lista costringe gli alleati a diventare avversari o ad inserirsi a mani alzate nella lista del più forte. Qualora Renzi non fosse disponibile a tramutarlo in premio di coalizione bisognerebbe prenderne atto. Nel centro-sinistra questo vale per il partito di Alfano, per l’Udc, per i socialisti, per Scelta civica, per i radicali se volessero partecipare. O entrano, col permesso del padrone di casa, nella lista del Pd o si presentano con un loro candidato (non formale) alternativo. Siccome nessuna lista, a meno di sconvolgimenti impensabili, è destinata a superare il 40 per cento al primo turno, al ballottaggio le liste prime classificate avranno bisogno dei voti di coloro che hanno votato altre liste al primo turno anche se, contrariamente alla legge sui sindaci, non è previsto alcun apparentamento nemmeno tra primo e secondo turno. Le liste distinte e avversarie al primo turno diventano paradossalmente indispensabili al secondo senza poterne ricavarne però alcun vantaggio. Non divideranno il premio di maggioranza con la lista vincente e se non hanno raggiunto il tre per cento al primo turno non saranno neppure rappresentate alla Camera.

Il ballottaggio è invece istituto che traballa a seconda dei sondaggi. Era ipotizzato quando la vittoria del Pd dopo le Europee pareva scontata. Venne poi messo in discussione quando tutti i sondaggi davano per certa la vittoria dei Cinque stelle. La sua difesa ricompare ora dopo la crisi del comune di Roma e il calo del partito di Grillo. L’esigenza del ballottaggio si avvale di un presupoosto sbagliato. E cioè che dalle urne debba uscire un vincitore, come se si dovesse eleggere direttamente un presidente o un sindaco, e non un Parlamento. Perchè non accettare il Bersanellum? Perchè se nessuna coalizione supera il 40 per cento allora il vincitore non c’è e bisogna comporre un governo di coalizione. E allora? Siamo sicuri che se l’elettorato decide che non abbia vinto nessuno occorra comunque inventarsi un vincitore? E poi è cosi nefasta la coalizione? In Germania è stata cosi negativa la grosse coalition? E in Italia i problemi al governo li hanno creati Alfano, Casini, Zanetti e Nencini o la minoranza del Pd?

In quale legge elettorale del mondo è previsto l’istituto del vincitore? Solo quando si fronteggiano persone, cioè nei sistemi presidenziali. Non certo nelle elezioni politiche del Regno unito dove a volte capita che laburisti e conservatori siano stati costretti a governare coi liberali, non certo in Germania che pure non è diventata la cenerentola d’Europa a causa delle diverse mancanze di vincitori, non in Grecia dove Tsipras governa in coalizione con un piccolo partito di destra, e nemmeno in Francia dove spesso le maggioranze parlamentari non combaciavano con l’identità del presidente. Noi siamo originali e non a caso l’abbiamo definito Italicum. Pretendiamo di agire in un sistema parlamentare come se fossimo in un sistema presidenziale, ci inventiamo candidati presidenti che non vengono eletti, e neppure designati, governi decisi dal popolo che invece elegge solo parlamentari. E aspettismo la Corte che in materia di diritti e di leggi elettorali è ormai diventata il primo organo legiferante. Anche questo caso è solo italicum…

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Commenti all'articolo
  1. Benissimo !! se si pensa questo allora bisogna avere il coraggio delle conseguenze. E ovvio che se Renzi e i suoi non vogliono cambiare l’Italicum proprio nella sua parte centrale, allora noi che si fa? Si può facilmente pensare che qualora ( per me sciaguratamente! ) al referendum dovesse vincere il Si, Renzi non cambierà nemmeno una virgola! Una ragione, anzi mille ragioni, in più per votare No! Altra via non vedo, a meno che qualcuno di noi non ha scelto la “morte assistita”… insomma una specie di Legge di fine vita applicata in politica!

  2. Caro Direttore,
    ho letto con il consueto interesse il tuo fondo di commento alle parole del premier circa una possibile apertura alla modifica della legge elettorale per la Camera, il c.d. italicum.
    A seguito dell’intervento di Renzi, la cronaca odierna ci restituisce quindi un rinvigorito dibattito circa le ragioni alla base di una correzione dell’attuale impianto, al fine di adeguarlo alla mutata situazione politica.
    Ebbene, come in molti sanno, le leggi elettorali andrebbero scritte per l’avvenire, con il c.d. “velo d’ignoranza” da parte dei proponenti circa le ricadute pratiche che esse possano comportare, soprattutto sull’esito della consultazione. Purtuttavia, la storia istituzionale del nostro Paese insegna l’esatto opposto, ossia che le norme elettorali – intese come regole del gioco che descrivono il tipo di assetto politico-istituzionale di un sistema democratico – spesso vengono modificate a ridosso della Legislatura, poiché si tentano di intercettare in extremis gli umori dell’elettorato e confezionare così un abito adatto alla stagione.
    Anche in questo caso le cose mi pare si avviino in tale direzione.
    In riferimento a ciò però mi preme evidenziare come al momento si ragioni nel campo delle ipotesi, con tutta l’alea delle stesse, e quindi risulta difficile fare delle previsioni, anche se si può ragionevolmente supporre che se di modifiche si tratterà esse verteranno su due tra le questioni più spinose che l’italicum contiene in nuce:
    a) Il premio di maggioranza alla lista;
    b) Il secondo turno di ballottaggio.
    Con riguardo al primo profilo, non è inutile rammentare come noi socialisti, già da qualche mese, abbiamo evidenziato l’opportunità, per non dire l’urgenza, di un ritorno alla previsione originaria che assegnava il premio di maggioranza (di circa il 55%) ad una coalizione di liste: per ragioni di equilibrio di sistema e soprattutto perché le coalizioni costituiscono, in un assetto così congegnato, un elemento compatibile con il pluralismo politico italiano. In più abbiamo segnalato il rischio di listoni nazionali omnibus che esaltano, anziché ridurre, la frammentazione.
    In merito all’altro profilo, la natura tripolare del sistema partitico italiano basterebbe da sola a scongiurare turni di ballottaggio nei quali vincono le forze “anti” perché riescono a coagulare tutti gli sconfitti al primo turno che preferiscono far perdere il proprio rivale storico (sia esso centrosinistra o centrodestra), e quindi operano una scelta contro. I risultati delle ultime amministrative, a Roma e non sono, stanno a fotografare bene questa situazione.
    Ecco perché, pur con le riserve e le cautele necessarie, non si può che rallegrarsi del cambio di rotta che si profila all’orizzonte, magari con proposte di modifica che tendano a trasferire il premio alla coalizione e, soprattutto, cancellino il secondo turno, o almeno introducano una soglia minima di consensi anche al ballottaggio (ad esempio il 60% dei voti espressi oppure una data percentuale di affluenza degli aventi diritto) per poter conquistare il premio.
    In tal modo si riuscirebbe a conferire maggiore legittimazione ad una lista (o coalizione) che vince al ballottaggio ma in una cornice in cui si palesi in modo chiaro il mandato elettorale, senza deficit di rappresentatività che potrebbero fin dall’inizio minare l’azione del nuovo governo.
    Se le modifiche annunciate a Catania avranno la forza di arrivare a Roma lo scopriremo nelle prossime settimane, con ogni probabilità dopo il referendum costituzionale, e sulla base della sentenza che la Consulta pronuncerà ad ottobre.
    Ma adesso sappiamo che la legge elettorale con cui ci recheremo alle urne non sarà quella attualmente in vigore. Ed è già un buon inizio. Sta a noi lavorare affinché il mondo di domani sia migliore di quello di oggi.

    Vincenzo Iacovissi

  3. ma infatti, in nessun paese del mondo esiste una legge elettorale che forza il risultato fino al punto di decretare il vincitore. Neanche quella inglese. Perché? Perché in democrazia il popolo è sovrano e se il popolo sovrano non “vuole” un vincitore non sono ammissibili artifici contabili che superino la “noluntas” del corpo elettorale.
    Men che meno sono possibili in sistemi presidenziali o semipresidenziali. Difatti non c’è notizia di sistemi presidenziali nei quali il presidente eletto trascina con sé un premio di maggioranza. E’ una invenzione tutta italiana presente nella elezione dei sindaci e dei presidenti di regione. Con risultati chiaramente desolanti. Le rispettive assemblee elettive hanno la scelta di suicidarsi o di obbedire. Se obbediscono non contano nulla, se si suicidano contano per il solo attimo che precede l’annullamento. Difatti sono piene di mediocrità e di voltagabbana.

  4. A me pare che le considerazioni del primo commento non siano prive di logica, anche perché dopo l’analisi di un determinato fenomeno vengono per solito le relative conclusioni, ossia il tirare le somme e decidere cosa fare di conseguenza (principio che dovrebbe valere in particolare per la politica).

    Paolo B. 12.09.2016

  5. A me viene da ridere.
    Ma avete seguito Renzi fin qui (due anni e mezzo praticamente buttati via) e solo ora ne scoprite le magagne?
    Ma l’ho sentito solo io Renzi – quando non era ancora Renzi “capoccia” – affermare che ci voleva la “legge elettorale del sindaco”, così da sapere subito chi ha vinto?
    L’uomo sta prendendo in giro tutti. Speriamo che la corte annichilisca questa legge elettorale, perché sennò, una volta vinto il referendum elettorale, Renzi sfancula tutti.

  6. Probabilmenre Moreno non ha letto, eppure lo segue con una certa continuità, tutti i miei articoli sull’Italicum, che penso testimonino la più assoluta coerenza d’impostazione e il giudizio sempre negatovo sulla legge elettorale. Spero cosi che rida, fa sempre bene, per altri motivi.

    • Direttore, li ho letti gli articoli. Tutti. Chiari e coraggiosi.
      Ma ora la questione non è la legge elettorale. E’ il “tutto” dei due anni e mezzo di Renzi – che come risultati tendono verso lo zero.
      E Renzi continua a prendere in giro (da noi in Toscana usiamo termini “più coloriti”) tutti. La posta vera ora è il referendum.
      Mi scuso comunque se il mio dire può esser stato colto come un’offesa.

  7. Sono così d’accordo con il Comp. Del Bue che stamani ho scritto cose assolutamente simili al suo articolo sulla mia pagina di Fb (per quanto possa valere ovviamente il social network), a commento di un articolo comparso sul quotidiano toscano IL TIRRENO, relativamente al sostegno che sembrerebbe Renzi intendesse dare alla proposta formulata dal segretario regionale del PD Dario Parrini che, pur mantenendo intatto il premio di maggioranza al partito risultato vincente ed il ballottaggio, altro non propone che allargare i collegi da 100 a 600 e farli guidare da un candidato di parte individuato (come? da chi?) al fine di evitare la dispersione delle preferenze, in analogia con le elezioni provinciali, tanto da far nominare la sua proposta “Provincellum”. Siamo alle comiche!!!

  8. Nel leggere quanto scrive il Direttore, viene da domandarsi ancora una volta perché mai anche esponenti di “piccoli” partiti si siano espressi a suo tempo a favore dell’ITALICUM – almeno così mi risulterebbe – dal momento che questa legge elettorale penalizza indubitabilmente le forze minori, stante in particolare l’assegnazione del premio di maggioranza alla lista anziché alla coalizione. .

    Tra le risposte che ho tentato di darmi, riguardo per l’appunto ad una scelta apparentemente inspiegabile, o comunque non facilmente spiegabile per un osservatore esterno, ho ipotizzato che da parte dei sopraddetti esponenti politici sia stato fatto un ragionamento del tipo che cerco qui sotto di riassumere.

    Atteso che nell’urna il corpo votante sembra oggi orientato verso i partiti maggiori, ritenendo che possano assicurare una maggiore stabilità delle compagini governative, e visto dunque che i piccoli partiti possono incontrare crescenti difficoltà nel superare la soglia di sbarramento, può valer la pena che gli stessi rinuncino a liste proprie per candidare invece propri rappresentanti nella lista di un “grosso” partito, il quale può essere interessato ai voti di quello “piccolo”, allo scopo di aumentare le sue percentuali in funzione del premio di maggioranza.

    La mia è soltanto una supposizione, ma la tesi che esprime non mi sembrerebbe di per sé irragionevole, salvo il fatto che per un partito che rinuncia a misurarsi col voto, vestendo i propri simboli, diviene poi difficile valutarne la consistenza, cioè il livello di consenso e di “forza”, e di riflesso è abbastanza probabile che cali progressivamente il suo peso negoziale nei confronti del partito “grosso”, al punto da non ottenere più alcun candidato in lista.

    A dire il vero, per un piccolo partito il rischio di non avere alcun eletto lo si corre pure nel presentare liste proprie, perché non è improbabile che, nonostante tutti i suoi sforzi, rimanga sotto la soglia di sbarramento, ma in ogni caso salva e mantiene intatta la propria identità, in vista che le cose possano cambiare, e possa avere in futuro maggiore fortuna elettorale.

    In ogni caso, sulla strada di un piccolo partito rispunta sempre il problema della soglia di sbarramento, la quale dovrebbe semplificare il quadro politico e favorire di rimando la governabilità, nel senso che come tale viene percepita nel comune sentire, o quantomeno viene così fatta intendere dai suoi sostenitori.

    Posso naturalmente sbagliarmi, ma a me pare invece che in un sistema parlamentare il quale, pur restando tale, sembrerebbe tendere o aspirare in una certa qual misura al presidenzialismo, la stabilità degli Esecutivi potrebbe essere favorita dalla cosiddetta “sfiducia costruttiva”, e dalla facoltà di sciogliere le Camere assegnata al Presidente del Consiglio, modello che, sempre a mio avviso, supererebbe anche le ragioni della soglia di sbarramento (ovvero quelle avanzate da chi le vede con favore).

    Paolo B. 13.09.2016

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