domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La Costituzione va cambiata anche nella prima parte
Pubblicato il 29-09-2016


Nella campagna referendaria si usano spesso toni esasperati e strumentali e prevale il “mandiamo a casa”. Quel qualunquismo che Giorgio Napolitano ha chiamato “la politica della rabbia”. In realtà solo il 10-15 per cento – al momento – dichiara di conoscere i contenuti su cui votare. È quindi bene ripristinare la Centralità dei Contenuti – per quel che ci riguarda – del Sì nel pieno rispetto di chi la pensa diversamente. Naturalmente in quanto argomenta. Non chi demonizza con il solito refrain: la “democrazia in pericolo” (appena qualcuno si muove per cambiare la Costituzione).

La Carta del 1948 è basilare perché – appunto – è la Base della Ricostruzione democratica dopo il Fascismo e perché ha segnato la Via Maestra che ci ha fatto attraversare la Guerra Fredda in un quadro di sostanziale solidarietà nazionale e democratica tra emergenze economiche-sociali e assalti terroristici di destra e di sinistra. Ma cristallizzare la Costituzione del 1948 nella Retorica non ha alcun fondamento storico. La nostra Costituzione è fortemente “datata” ed è da cambiare anche nella Prima Parte.

Il peso dello choc del fascismo e della rottura dell’unità antifascista
È datata perché fu scritta sotto lo choc del fascismo e cioè di un regime dittatoriale che era stato instaurato – senza mai modificare lo Statuto Albertino della democrazia liberale – attraverso semplici leggi e leggine (da quella sulla Presidenza del Consiglio a quella sul Tribunale Speciale contro gli oppositori, a quelle Razziali contro gli ebrei. E quindi nella Costituzione del 1948 c’è un’enormità di controlli, garanzie, contropoteri e contrappesi nei confronti della figura del Presidente del Consiglio e sull’insieme dell’Esecutivo oggi assurdi e negativi per un’azione di Governo che deve sostenere la Competitività nazionale in un contesto di Globalizzazione.

In secondo luogo la Costituzione è datata perché man mano che la si scriveva si sbriciolava l’unità antifascista, la maggioranza di governo e l’iniziale accordo assembleare. Il Presidente della Costituente, Giuseppe Saragat, dopo pochi mesi, guidò la scissione socialista e si dimetteva in un quadro di confusione e forte conflittualità. Ai controlli e garanzie prodotti dallo choc postfascista si aggiungevano quindi quelli prodotti dallo stato di choc di un’Assemblea spaccata a metà e con l’imminenza di una resa dei conti elettorale in cui non era chiaro chi avrebbe vinto.

I sondaggi all’epoca non esistevano e il Presidente del Consiglio (con il Ministro degli Interni) continuava – in primavera e autunno – a indire elezioni comunali per cercare di capire gli umori. E i risultati erano alternanti, contraddittori. Quindi: altra spinta – da una parte e dall’altra – a garantirsi in caso di sconfitta. Risultato: il Massimo di assemblearismo e di svuotamento dell’esecutivo.

La mancanza di una cultura liberale
La famosa Commissione dei 75 delegata alla stesura – dopo la scissione socialista del gennaio 1947, ovvero dal 4 febbraio 1947 – non si riunì più e il clima era tale che uno dei tre (e cioè il socialista Pietro Nenni, che con il democristiano Alcide De Gasperi e il comunista Palmiro Togliatti) guidava di fatto la stesura giustificò la genericità di certi articoli in quanto il vero contenuto – disse all’Assemblea Costituente – “in fondo dipenderà da chi avrà il mestolo in mano” (dopo le elezioni). “Le questioni più importanti – ricordò il Padre Costituente Piero Calamandrei, autore di quello che è stato il primo Commentario della Costituzione – furono risolte nei corridoi, attraverso i discreti contatti dei più autorevoli portavoce dei tre partiti maggiori della coalizione”. E cioè appunto il trio De Gasperi-Nenni-Togliatti con l’assenza di una cultura liberale.

A cominciare dall’art. 1 che è solitamente citato come una sorta di nostro “Altare della Patria”. E’ un articolo che in realtà fu molto controverso. In plenaria ci vollero ben 15 sedute con votazioni che spaccarono l’aula. Quella decisiva: 239 contro 227.

Citare a fondamento della Repubblica il lavoro – come è stato fatto –  e non la libertà (respingendo in particolare l’emendamento di Ugo La Malfa che la includeva) fu infatti uno strappo non da poco. Tra il ginepraio di opinioni che si era determinato in Commissione da settembre 1946 e poi in plenaria a marzo 1947, la mediazione finale fu trovata da un ex docente di Stato corporativo che riuscì a mettere d’accordo i sostenitori del collettivismo comunista  con quelli della dottrina sociale della Chiesa. Calamandrei commentò (in conclusione dei lavori): “La Costituzione italiana è stata scritta metà in russo, metà in latino”.

Le ragioni del Sì
Ora si lamenta che il testo della Riforma che va al voto poteva essere scritto meglio. Tutti questi testi alternativi che sbucano oggi sarebbe stato meglio che fossero stati tirati fuori quando se ne discuteva in Parlamento, peraltro il più agitato della Storia repubblicana con parlamentari che vanno e vengono da un partito all’altro e gruppi parlamentari che appaiono e scompaiono. Sin dalla rielezione di Giorgio Napolitano l’impegno preso – solennemente – da deputati e senatori era la Riforma costituzionale. La Commissione Quagliariello – formata dal Governo Letta – aveva prodotto nel settembre 2013 un volume di 821 pagine con allegata una consultazione via internet con 203.061 persone: l’88% a favore del superamento del Bicameralismo paritario e per la trasformazione di Palazzo Madama in “Senato delle autonomie”.

Il risultato che va al voto dà sbocco appunto a due delle principali criticità comunemente ritenute una vera “camicia di forza” per lo sviluppo del Paese: il bicameralismo paritario (a livello nazionale) e il diritto di veto a livello locale/regionale.
I principali contenuti – a cominciare dal ridimensionamento del Senato – furono anticipati dal Presidente del Consiglio quando ancora non era a Palazzo Chigi, ma al Nazareno e furono accolti con generale favore dall’opinione pubblica e largamente condivisi dalle principali forze parlamentari.

Certamente la vittoria del No non rafforzerebbe il governo e sarebbe un fattore di destabilizzazione. Ma trasformare il referendum in un referendum su Palazzo Chigi rappresenta un vulnus insostenibile. E cioè si prende un mandato fiduciario basato sul sistema maggioritario e lo si mette a ratifica di un voto a sistema proporzionale.
Se per legittimare il governo si ripristina la possibilità di coalizzarsi tra le opposizioni di destra e di sinistra torniamo alla governabilità-ingovernabilità della cosiddetta “Prima Repubblica”.

E infatti che cosa si prefigura (o si auspica) con il No? Un “governo di scopo”. Ovvero quel che in passato si chiamava “governo allo sbando” o “governo balneare” nel pieno inverno della più grave crisi economica e della più grave conflittualità bellico-terroristica dalla fine della Seconda Guerra mondiale. E’ evidente che con il No, non si va verso una futura Assemblea Costituente, ma si mette un’altra pietra tombale sull’ennesimo tentativo di riforma costituzionale archiviando nuovamente – e definitivamente – il tema per un bel po’ di anni.

Ugo Finetti 

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