venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La crisi della globalizzazione
Pubblicato il 06-09-2016


Un’interessante inchiesta di Federico Rampini sul futuro della globalizzazione è stata pubblicata in quattro puntate su “la Repubblica”, dal 27 al 30 giugno scorso; in “L’inchiesta: globalizzazione addio?”, Rampini compie un’analisi dell’evoluzione del processo di integrazione mondiale delle economie nazionali, mettendone in evidenza, sia gli aspetti positivi, che quelli negativi; tra questi, quelli che hanno condotto alla Grande Depressione del 2007-2008 avrebbero portato il libero mercato globale quasi a un punto di “non ritorno”, rispetto alla operatività del suo esordio. Ciò che dell’inchiesta appare deludente è che, a parte le critiche degli aspetti negativi della globalizzazione, l’autore non si sia sforzato di indicare le possibili vie di una radicale riforma del mercato globale, ma abbia concluso la sua “Inchiesta” solo auspicando che siano adottati provvedimenti correttivi tradizionali, ispirati alla usuale tattica dello “stop and go”, ovvero dell’adozione di provvedimenti correttivi “ad hoc” per un ritorno alla normalità.

Dopo l’avvento dell’ideologia neoliberista alla fine degli anni Settanta, la liberalizzazione del mercato a livello globale sembra si sia irreversibilmente incagliata. Il tacherismo e il reaganismo, oltre a delegittimare l’economia mista ed ogni altra forma di presenza pubblica nel mercato, hanno rimosso molti “lacci e lacciuoli” regolatori del mercato del lavoro; la rimozione di ogni forma di regolazione del mercato ha anche tratto forza dal crollo del “Muro”, che ha segnato, tra l’altro, alla fine degli anni Ottanta, il fallimento del “capitalismo di Stato” dell’URSS e dei suoi Stati satelliti dell’Europa orientale. Con l’inizio degli anni Novanta, perciò, l’ideologia neoliberista ha contribuito a radicare l’idea che occorresse accelerare il processo di smantellamento delle barriere doganali e di approfondire i primi timidi tentativi che erano stati realizzati con Il GATT (General Agreement on Tariffs and Trade), tra il 1947 e la fine degli Anni Settanta, per la creazione di aree di libero scambio.

Senza più barriere e protezionismi, ciascun Paese ha potuto meglio organizzare la propria base produttiva e specializzarsi nella produzione che maggiormente gli consentisse di appropriarsi dei vantaggi comparativi. Fin dal primo avvento dell’ideologia liberista, propagandata da Milton Friedman e dalla sua “Scuola di Chicago”, si sono però sollevate alcune critiche, per via del fatto che la competizione tra sistemi economici a diverso livello di sviluppo potesse trasformarsi, come poi è realmente avvenuto, in una “ricorsa al ribasso”, con conseguente appiattimento dei livelli salariali, in corrispondenza di quelli dei Paesi economicamente più deboli, a svantaggio dei livelli salariali dei Paesi economicamente forti.

Non è casuale che, a fronte di questo pericolo, pur all’interno del mercato unico dell’Europa comunitaria, dove si è realizzata un’area di libero scambio, sia stata adottata nel 1989, per iniziativa del Presidente della Commissione Jacque Delors, la “Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori”, a tutela dei livelli salariali e di benessere conseguiti nei primi trent’anni successivi al fine del secondo conflitto mondiale dalla forza lavoro dei Paesi comunitari. Con il Trattato di Maastricht, la “Carta” è divenuta, dopo il 1992, la base per la realizzazione del modello di economia sociale di mercato dell’Unione Europea; all’interno di questa, la “Carta”, armonizzando tra loro la libertà di mercato e la giustizia sociale, ha consentito di realizzare un “mercato unico interno” che si è tradotto in qualcosa di più di un’area di libero scambio. Esso, infatti ha eliminato le barriere doganali, ha liberato da ogni impedimento la circolazione delle merci, dei capitali e della forza lavoro, coordinando le politiche fiscali, industriali ed agricole e vietando l’rogazione di sovvenzioni pubbliche alle attività produttive. All’inizio degli anni Novanta, con il NAFTA (North American Free Trade Agreement), nel Nord-America si è tentato di estendere un esperimento simile, senza però alcuna salvaguardia contro i possibili effetti negativi che potevano manifestarsi sul piano sociale; il trattato, stipulato tra Stati Uniti, Canada e Messico, non ha avuto il successo sperato, soprattutto, appunto, per gli effetti negativi da esso provocati, che hanno colpito sul piano economico e sociale tutti Paesi firmatari e, in particolare, gli Stati Uniti d’America.

Nel 1995, con l’Accordo di Marrakech, stipulato l’anno precedente a conclusione dell’Uruguay Round (i negoziati che tra il 1986 e il 1994 hanno visto impegnati tutti i Paesi ad economia di mercato per regolamentare su nuove basi il commercio mondiale) è stata adottata una nuova Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO: World Trade Organization), per svolgere in termini più radicali ed a livello globale il ruolo precedentemente svolto dal GATT. Alla fine degli anni Novanta, a Seattle, in occasione di un vertice dei capi di Stato, riuniti per celebrare la nuova governance della globalizzazione, si è avuta una prima grande e violenta protesta da parte principalmente del “movimento no-global”, seguita da quella manifestatasi a Genova nel 2001, in occasione del vertice del G8. Il “Movimento” a Seattle ha formulato accuse pesanti contro la globalizzazione, ovvero quelle di non salvaguardare i diritti umani, di destabilizzare i mercati del lavoro e di impattare negativamente sull’ambiente naturale, di privilegiare le multinazionali ed i suoi membri più influenti (Stati Uniti, Unione Europea e Giappone), di esercitare un potere di coercizione sugli Stati, di accettare che alcuni Paesi non democratici impediscano l’esercizio delle attività svolte in difesa dei diritti umani, di non opporsi al forte restringimento delle libertà sindacali, di evitare lo slittamento della classe media verso la povertà. Ancora oggi, il movimento no-global è impegnato nella critica contro una nuova generazione di trattati, che vorrebbero ancor più allargare la deregulation con riferimento a molti comparti della vita economica, tutelati da residui vincoli a vantaggio degli interessi collettivi, quali sono i trattati oggi proposti di liberalizzazione commerciale transatlantica (TTIP: Transatlantic Trade and Investment Partnership) e transpacifica (TPP: Trans-Pacific Partnership).

Nel 2001, con l’ingresso della Cina nel WTO, la globalizzazione ha subito una svolta, i cui effetti negativi non hanno tardato a manifestarsi verso la fine del primo decennio del secolo attuale; ha avito inizio una crescita mai sperimentata nel passato, sostenuta da crescenti flussi di esportazioni di beni prodotti dall’industria manifatturiera del grande Paese asiatico; ad esso si sono associati presto altri importanti Paesi dell’area globale, quali il Brasile, la Russia, l’India, e il Sudafrica (nell’insieme, inclusa la Cina, sono stati indicati con l’acronimo BRICS, ottenuto con le iniziali dei cinque Paesi coinvolti nel sostenuto processo di crescita). Per essi la globalizzazione si è rivelata positiva, facendo registrare una riduzione delle distanze tra i Paesi del Nord del mondo e quelli del Sud; ma all’interno di ogni Paese si è verificato un peggioramento delle ineguaglianze tra i ricchi ed i poveri.

Con l’inizio del nuovo secolo, quindi, sono peggiorate le disuguaglianze distributive che già si erano formate nei precedenti anni Ottanta e Novanta; a questo peggioramento ed ai problemi sociali conseguenti, gli Stati Uniti hanno offerto il rimedio della “deregulation finanziaria”, avallata anche da governi di sinistra di molti Paesi europei, già inaugurata nel 1999 con l’abrogazione della legge Glass-Steagall che, dopo la Grande Depressione del 1929-1932, aveva separato la gestione bancaria del credito ordinario da quella del credito mobiliare. Con la deregulation finanziaria e l’affermarsi della “finanza creativa” si è inteso di risolvere i problemi connessi all’approfondimento delle disuguaglianze distributive, allargando la concessione di mutui per la casa, insufficientemente garantiti, alle fasce sociali più colpite dagli effetti indesiderati della globalizzazione. Tali mutui sono valsi ad alimentare una “bolla finanziaria”, il cui scoppio ha condotto il mondo “al colossale disastro dei mutui subprime”, dando inizio a partire dal 2007/2008 ad una nuova Grande Depressione, che ha colpito gran parte dei Paesi del mondo e che ancora non si riesce a sconfiggere.

L’inizio della crisi ha rilanciato la protesta sociale, sia di destra che di sinistra: in America, contro i salvataggi, a spese del contribuente, dei “banksters”, ritenuti responsabili della bolla finanziaria dei subprime; in Europa, contro le politiche di austerità e del “taglio della spesa pubblica” che hanno causato il sacrificio di molti diritti acquisiti da parte dei cittadini e soprattutto della forza lavoro. A criticare la globalizzazione senza regole, non sono stati solo i movimenti spontanei originati dai gruppi sociali maggiormente colpiti dagli effetti negativi della crisi; riflessioni critiche sono state formulate anche da parte di molti che all’origine erano tra i principali sostenitori del processo di mondializzazione delle economie nazionali, ma anche di alcuni Paesi che, come la Cina, hanno tratto i maggiori vantaggi.

Tra i critici “pentiti”, un caso clamoroso di conversione – segnala Rampini – è quello si Larry Summers, il quale, quando “era segretario al Tesoro di Bill Clinton, fu l’artefice della deregualation finanziaria. Ora che è tornato a fare il professore a Harvard, parla di ‘stagnazione secolare’ e fa autocritica”. Nuove ricerche – afferma Summers – “hanno cambiato le idee dominanti sul commercio internazionale. Abbiamo le prove che la globalizzazione ha aumentato le disuguaglianze all’interno degli Stati Uniti”, migliorando le opportunità riservate ai più ricchi ed esponendo i lavoratori agli effetti di una competizione più serrata. Summers avanza adesso proposte per orientare la globalizzazione verso un nuovo corso, al fine di evitare che la maggiore mobilità del capitale e delle imprese tolga “agli Stati la capacità di proteggere i cittadini”, auspicando anche che i nuovi trattati internazionali (TTIP e TPP), volti ad approfondire la liberalizzazione del mercato di libero scambio globale, includano “meccanismi vincolanti sui diritti dei lavoratori, le conquiste sociali la protezione dell’ambiente”.

A livello istituzionale e politico le conversioni più spettacolari riguardano il Fondo Monetario Internazionale e la nuova politica economica della Cina: il “Fondo”, dopo aver accertato, con un ampio studio commissionato ad uno staff di economisti, le cause e le conseguenze delle disuguaglianze distributive sui redditi a livello globale, è giunto a raccomandare l’introduzione di più stringenti controlli sui movimenti dei capitali, soprattutto nelle situazioni di crisi; la Cina, dal canto suo, dopo l’avvento al potere di Xi Jinping, è diventata più nazionalista, ha rivalutato l’intervento dello Stato ed ha aumentato le forme di protezionismo e gli ostacoli alle iniziative imprenditoriali straniere.

Le critiche trovano terreno fertile soprattutto nella persistenza della crisi ancora in atto, con il commercio mondiale che stenta a riprendersi, a causa della deflazione, che scoraggia, da un lato, la ripresa della produzione all’interno dei singoli sistemi economici e, dall’altro, l’aumento dei salari e, conseguentemente, della domanda di consumo delle famiglie. Mancata ripresa dell’economia globale e neo-protezionismo si alimentano a vicenda, prospettando il pericolo che la nuova Grande Depressione iniziata nel 2007/2008 possa essere seguita da quanto è accaduto dopo il 1929-1932, ovvero dall’aggravarsi delle “guerre tariffarie”, dal ritorno alle barriere doganali e dalla generalizzata e persistente crisi del mercato internazionale; fatti, questi ultimi, destinati oggi ad avere effetti ancora più devastanti per tutti quei sistemi economici che, come quello italiano, dispongono di un livello di benessere fondato sulla salvaguardia delle attività produttive di trasformazione, destinate ad alimentare stabili flussi di esportazioni.

A parte le “conversioni intellettuali” e i diversi orientamenti delle politiche economiche dei Paesi che sono stati tra i protagonisti della creazione del mercato di libero scambio globale, quali sono le prospettive del nuovo corso auspicato per la globalizzazione degli anni a venire? Ad essere realisti, la risposta è: le solite, poche e fondate su promesse che da decenni vengono fatte, senza essere seguite da fatti concreti. Le risposte sono del tipo di quelle formulate nelle interviste concesse a due importanti economisti, Angus Deaton e Thomas Piketty, pubblicate su “la Repubblica” a conclusione delle quattro puntate di Rampini, sul futuro della globalizzazione.

I due economisti citati non sono stati capaci di andare, sia pure di poco, al di là dell’indicazione della necessità di ridurre le disuguaglianze (Deaton), o di regolare il mercato perché le innovazioni siano messe “al servizio dell’interesse generale” (Piketty); entrambi mancano di dire attraverso quali politiche e quali procedure, lasciando impregiudicato il modo di funzionare del capitalismo. Portatore di effetti riformatrici, oltre che regolatori, potrebbe sembrare l’intento di Barack Obama di trasformare il NAFTA in un’avanguardia dello sviluppo sostenibile, perseguendo l’obiettivo del raddoppio della produzione delle energie rinnovabili entro il 2025; con questo intento, però, non vengono minimamente messe in dubbio le virtù del modo di funzionare del capitalismo, essendo la preoccupazione principale sempre quella di apportare piccole correzioni alle disfunzioni del capitalismo, “prima che prevalgano spinte di segno opposto”.

Gianfranco Sabattini

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