sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La Ventotene rivisitata
Pubblicato il 01-09-2016


Convocare il vertice a Ventotene non è stata, tutto sommato, una buona idea. Non si rievocano i grandi progetti di 75 anni fa se non si è in grado di proporne nessuno per il tempo presente. Non si posa a grandi leader sulla tolda di una nave da guerra se si è consapevoli che il proprio stesso futuro è a rischio e in un arco di tempo breve. Non si può raccontare alla gente di rilanci e di magnifiche sorti e progressive quando la stessa unione è soggetta a spinte centrifughe che rimettono in discussione persino gli assetti faticosamente costruiti nel corso di decenni.
Facile, allora, sparare sul pianista. Ma, forse inutile, come è senz’altro inutile, anzi sbagliato, mettere a raffronto i sogni di allora con la realtà di oggi, in cui la prospettiva federale appare più lontana che mai. Sino a parlare di fallimento.
La realtà è assai più complessa e ricca di contraddizioni. Da una parte, infatti, l’Europa di Ventotene- un grande spazio condiviso di libertà, di diritti economici e sociali e di pace- si è sostanzialmente realizzata. Mentre per altro verso, la cornice politico-istituzionale a supporto di questo progetto ha perso qualsiasi spinta propulsiva e mostra, anzi, segni di disgregazione.
La scommessa iniziale, per la verità era, in partenza assai azzardata. Ma il fatto è che, a ridurne sempre di più la spinta propulsiva hanno concorso, insieme, il mutamento del quadro esterno e le risposte, talora meditate talora no, che, a tale mutamento hanno dato le classi dirigenti del nostro continente.
Il primo passaggio, già verso la fine del dopoguerra, è stato la rinuncia (tra l’altro oggettivamente necessitata) del federalismo a diventare movimento politico autonomo per trasformarsi in modo irreversibile in lobby tecnico-intellettuale al servizio delle dirigenze nazionali più impegnate nella costruzione europea. Prendendo così atto di una situazione in cui protagonisti del superamento della dimensione nazionale sarebbero dovuti essere proprio quegli stati che la incarnavano.
Oggettivamente, un’anomalia. A cui si aggiunge, nella prima metà degli anni cinquanta, un’altra. E ancora più determinante. E che ha a che fare con le modalità di formazione delle nuove organizzazioni statuali.
Sempre, nel passato, queste erano nate per esigenze politiche (o geopolitiche…)e, quindi, intorno ad un’autorità politica e, possibilmente, anche militare centrale. Ora, dopo il fallimento della Ced questa strada è abbandonata per sempre (lo stesso Spinelli ne è consapevole: tanto da scrivere nel suo diario che, morto Stalin gli europei non avrebbero più avuto paura e che, senza questa motivazione drammatica, sarebbe morta anche la prospettiva degli Stati uniti d’Europa). E se ne apre un’altra: che parte dall’integrazione economica per arrivare a quella politica; un cammino in salita che l’Europa percorrerà per decine di anni, senza accorgersi che si trattava di una via senza sbocco.
Esisteva un piano B? Probabilmente sì; ed era quella dell’Europa delle patrie, proposta dalla Francia. In pratica, una sorta di confederazione tra i vari stati, da costruire nel concreto attraverso la realizzazione di una serie di progetti comuni. Una proposta che viene però rigettata pregiudizialmente: perchè significava la rinuncia al grande obbiettivo dell’integrazione sovranazionale e perché escludeva la presenza inglese (e, per inciso, perché fortemente contrastata dagli Stati Uniti).
Atteggiamento legittimo ma anche profondamente contraddittorio. Perché non si poteva avere insieme l’entrata della Gran Bretagna e l’Europa sovranazionale; ma, anche qui, passeranno decenni prima di rendersene conto.
Da allora in poi, il progetto europeo correrà sempre più rapidamente, ma in direzioni potenzialmente opposte.
La liquidazione della sovranità nazionale gestita dagli stati. L’integrazione nel sistema dei paesi dell’ex blocco sovietico affidata, insieme, all’Ue e alla Nato: nel primo caso in una prospettiva di coinvolgimento della Russia, nel secondo nella logica del cordone sanitario. La moneta unica senza il supporto unitario della politica e dell’economia. La nascita di un responsabile per la politica estera e di sicurezza e la sempre più radicale divaricazione tra le strategie internazionali dei principali paesi. E via e via.
E a coprire il tutto un europeismo senza se e senza ma, condito di retorica. Nel caso specifico, anche quella che ha portato a rievocare lo “spirito di Ventotene”.

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