lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Le colpe della Raggi non cancellano quelle del Pd
Pubblicato il 02-09-2016


virginia raggiUn tempo, ormai molto lontano, nella sinistra il ricorso all’autocritica era esercizio piuttosto praticato e diffuso. Da qualche tempo a questa parte, invece, nel Pd prevale l’idea che esista una verità assoluta custodita nelle tasche delle corte giacche di Matteo Renzi che, notoriamente, non sbaglia mai. Dunque, perché attardarsi nell’autocritica visto che la ragione è sempre dalla nostra (cioè, loro) parte? Un vecchio adagio (che contiene elementi di saggezza) dice che la ragione è sempre dei bambini. Le nostre mamme ce lo ripetevano per allenarci all’umiltà. Ora, evidentemente, non viene più ripetuto e l’arroganza del potere si è sostituita alla consapevolezza del sapere.

In questa crepuscolare stagione romana tutto questo sta emergendo con una certa chiarezza, accentuata dai modi in cui nel campo democratico sono state, nemmeno troppo variamente, commentate le oggettive (e gravi) difficoltà (oltreché manchevolezze) della sindaca Raggi, la Candida Virginia che nei suoi comizi pre-elettorali sembrava la maestrina con la matita rossa e blu, adesso fa la figura dell’allievo impreparato spedito dietro la lavagna. Al di là di quel che può dire Luigi Di Maio che evoca complotti per via dei troppi interessi toccati (in meno di tre mesi, riesce difficile immaginare che qualcosa di simile possa essere avvenuto a meno che non si pensi realmente che bastino due sproloqui elettorali per mettere in allarme consorterie consolidate e abituate a trovare modus vivendi con i vincitori di turno). È la vecchia tesi della Taverna, quella del “complotto” per far vincere il Movimento 5 stelle. O, se vogliamo, quella antichissima, semmai un po’ aggiornata, spesso utilizzata negli ultimi vent’anni (e passa) da Berlusconi: “lasciateci lavorare”, con la conseguenza che se le cose non vengono realizzate la causa va ricercata non in chi prometteva di farle e non le ha fatte ma negli altri (entità plurale indefinita) che si sono messi di traverso. Il tutto sempre in ossequio al principio: noi abbiamo sempre ragione e i nostri avversari torto. Da questo punto di vista Di Maio sembra un po’ l’emulo del Berlusca.

È evidente che ora i “pentastellati” stanno toccando con mano che governare Roma non è la stessa cosa di un amichevole dibattito da meetup, tra gente che la pensa tutta alla medesima maniera. La città è bella ma complessa e negli ultimi decenni già in tanti prima della Raggi, Di Battista e Di Maio, sono saliti al Campidoglio vestiti con la tunica dei “salvatori della patria”, per andare successivamente via inseguiti se non con i forconi, con le pernacchie. Sarebbe stata auspicabile una maggiore umiltà (virtù che avrebbe rappresentato un vero segno di discontinuità rispetto al passato), ma presi dall’euforia i “pentastellati di governo” hanno continuato a pensare che la realtà fosse uno spettacolo comiziante di Grillo condito, semmai, con qualche insulto via web. Purtroppo non è così. La realtà è fatta di cassonetti che non vengono svuotati, di aiuole spartitraffico in cui all’erba si è sostituita l’erbaccia ormai altissima e all’interno della quale cartacce, bottiglie e lattine trovano comoda sistemazione, di fioriere secche, di verde pubblico (o secco pubblico) abbandonato a se stesso, di treni della metropolitana che sono puntuali solo nei guasti, di strade in cui di tanto in tanto alle buche si alterna qualche goccia di asfalto, di uffici pubblici che funzionano male, di autobus che ricordano i carri bestiame e nella corsa lasciano per strada non solo i passeggeri ma anche qualche pezzo. L’elenco è approssimativo e dovrebbe essere molto, molto più lungo perché poi i segni della crisi sono sempre più evidenti, il malessere sociale sempre più tangibile, la povertà sempre più manifesta.

Roma non ha bisogno di volenterosi dilettanti, ma di appassionati professionisti. Semmai anche un po’ disinteressati. Marcello Minenna lasciando la carica di assessore al bilancio ha detto di aver servito lo Stato. Detto con grande sincerità, con gli emolumenti che sono stati garantiti dalla nuova giunta ad alcune figure, siamo convinti che in tanti servirebbero lo Stato anche non amandolo per nulla. Il nuovo in una città complessa come Roma invecchia rapidamente. E in lontananza, mentre scema l’eco dello slogan “onestà, onestà”, rispuntano i vecchi difetti della politica italiana: le lotte di potere condite anche di un certo familismo (la signora De Vito che critica gli avversari del marito, presidente del Consiglio comunale e avversario sconfitto dalla Raggi nella nomination); più che la corsa, la rincorsa affannata al carro del vincitore cominciata un po’ prima delle elezioni (quando il successo pentastellato era chiaro a tutti) e continuato nelle ore immediatamente successive (quando sgomitando si poteva ottenere se non una poltrona almeno un predellino). In questi giorni e in queste ore sul palcoscenico del Campidoglio va in scena la solita, intramontabile italietta.

Ecco perché, e qui torniamo al Pd, certe reazioni appaiono fuori luogo se non proprio sguaiate. Il senatore Stefano Esposito che ha fatto un breve passaggio in Campidoglio pur avendo pochissimo a che spartire con Roma (è nato a Moncalieri, vive ed è stato eletto in Piemonte), in un tweet ha parlato di “disastro Raggi”. Il che può anche essere vero. Ma se di disastro si tratta, allora bisogna prendere atto che parte da lontano e con una certa sensibilità autocritica bisognerebbe anche ammettere che il Pd non ne è del tutto estraneo. Due giunte Rutelli, due Veltroni, una Marino, dal 1993 al 2015 (con l’intermezzo tutt’altro che commendevole di Gianni Alemanno, dal 2008 al 2013): non si può certo dire che nelle sue svariate forme le forze che fanno riferimento al partito attualmente guidato da Renzi siano state ai margini della cosa pubblica capitolina. Né si può dire che l’ultimo tratto, quello che si identifica con Marino, sia stato gestito splendidamente da Esposito e compagni. L’impressione è che sino a quando il dibattito politico sarà questo, la città farà fatica ad avere una amministrazione in linea con le sue necessità; sino a quando da un lato si griderà alla congiura e dall’altro al fallimento, i problemi dei cittadini finiranno per rimanere ai margini di un confronto che è tutto interno agli schieramenti in Campidoglio.

Antonio Maglie

Blog Fondazione Nenni

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Commenti all'articolo
  1. Condivido questo tuo chiarimento caro compagno.Consentimi di aggiungere che dal 1993 al 2015 gli ex sindaci di Roma,da Rutelli a Veltroni e da Alemanno a Marino sono stati subdoli “alleati”dell’ottavo re di Roma.Hanno consentito al Cerroni di nascondere sotto terra i rifiuti urbani romani per farlo arricchire tramite l’utilizzo improprio degli stessi,lasciati forzatamente indifferenziati.Costoro non avevano capito l’economia ambientale,l’emergenza rifiuti e la valorizzazione della loro “immondizia”.Manfredi Villani.

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