martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

L’industrializzazione “forzata” del Mezzogiorno fu “vera gloria”?
Pubblicato il 20-09-2016


Adriano Giannola, in un articolo pubblicato sul n. 4/2015 della “Rivista Giuridica del Mezzogiorno” (“L’estensione del settore delle imprese in mano pubblica; la sua funzione, storica e prospettica, per lo sviluppo”), torna a parlare del ruolo, a suo avviso centrale, che le imprese a partecipazione statale hanno svolto negli anni in cui il dualismo Nord/Sud dell’economia italiana è stato assunto come “problema prioritario” da risolvere.

In apertura dell’articolo, Giannola precisa di riferirsi, non tanto alla fase iniziale dell’intervento straordinario nelle regioni meridionali, quanto “alla fase nelle quale…si è avviato il processo di industrializzazione esterna del Mezzogiorno”; alla fase cioè che ha visto, all’inizio degli anni Sessanta, prendere il via del “processo di industrializzazione forzata” del Mezzogiorno.

Nel corso degli anni Cinquanta, la Cassa del Mezzogiorno ha avviato ed attuato un programma di investimenti pubblici d’ispirazione keynesiana, che però non è stato orientato a realizzare modifiche strutturali nel settore industriale dell’economia meridionale, ma solo in quello primario. In pratica – afferma Giannola – è stato avviato “un grande programma di investimenti pubblici tesi al sostegno dei redditi nel Mezzogiorno, alla trasformazione dell’agricoltura e, rapidamente, a ripristinare la governabilità di un turbolento, drammatico dopoguerra”.

Superata la prima fase dell’attività della “Cassa”, l’intervento straordinario è stato assunto “come modello di riforma radicale del funzionamento dell’intero sistema-Paese”. Il momento in cui tutto ciò ha avuto inizio ha coinciso con l’inaugurazione di una politica di industrializzazione del Mezzogiorno, a integrazione dell’azione infrastrutturale della “Cassa”; in tal modo, l’intervento straordinario, oltre che a supporto della Riforma Agraria, è stato inteso come asse portante del processo d’industrializzazione. Le modalità di attuazione dell’intervento hanno richiesto l’impiego delle “imprese a partecipazione statale”, uno strumento rispetto al quale l’Italia aveva il vantaggio di disporre una “collaudata esperienza” e la disponibilità di un soggetto, Pasquale Saraceno, che ben conosceva lo strumento stesso, per aver partecipato alla sua “messa a punto”, attraverso l’IRI, già prima del secondo conflitto mondiale.

Saraceno ha sovrinteso all’operazione complessiva, configurando la prosecuzione dell’intervento nel Mezzogiorno secondo modalità differenti dal “puro intervento keynesiano”; ciò al fine – afferma Giannola – di supportare una “trasformazione economica, sociale, di modernizzazione ben diversa da quella dei semplici lavori pubblici a sostegno della domanda, che si propone di radicare al Sud irreversibili trasformazioni strutturali”. Con questa operazione, sorretta formalmente dalla legge n. 634/1957, le partecipazioni statali sono diventate “il fulcro di questa trasformazione”, in quanto, mancando ogni possibile riferimento a mercati inesistenti, la politica di industrializzazione del Mezzogiorno poteva prendere il via, “grazie all’immediata possibilità di forzare il sistema, di non aspettare che le convenienze private  attratte dagli incentivi a fondo perduto…producessero una risposta efficace”. La prima ondata dell’industrializzazione, all’inizio degli anni Sessanta, è stata seguita, sempre ad opera delle imprese pubbliche a partecipazione statale, dalla seconda e ultima ondata di investimenti, che si è esaurita entro la prima metà degli anni Settanta.

A parere di Giannola, ciò che ha caratterizzato il processo di industrializzazione forzata è il fatto che esso non sia stato l’esito di un’operazione “pianificata”, ma di una razionale operazione programmata, “cosa ben diversa e compatibile, anzi essenziale per aprire nel sistema dualistico nostrano uno spazio crescente all’economia di mercato”. L’operazione programmata che ha sorretto il processo di industrializzazione forzata non è stata, tuttavia, universalmente condivisa, in quanto alcune parti, tra le quali la Svimez, l’hanno valutata pericolosa, considerando che il superamento del dualismo economico dell’economia nazionale avrebbe penalizzato strutturalmente le regioni meridionali.

In effetti, lo stesso Giannola riconosce la concretezza del pericolo paventato dai critici dell’industrializzazione forzata, ma ne attribuisce la causa, non al “consolidato luogo comune” che l’industrializzazione forzata si sia risolta solo nella costruzione delle cosiddette “cattedrali nel deserto”, ma agli effetti collaterali dell’attività iniziale della “Cassa”. La fase della pre-industrializzazione degli anni Cinquanta ha originato, come conseguenza della Riforma Agraria, un esodo degli occupati in agricoltura e un aumento dell’occupazione nelle piccole e medie attività manifatturiere, che la comparsa delle “Cattedrali” negli anni successivi avrebbe concorso a distruggere.

Questo fenomeno, a parere di Giannola, deve essere imputato al fatto che la fase iniziale dei lavori pubblici e della Riforma Agraria, mentre ha concorso a sostenere con continuità il reddito meridionale, ha anche contribuito a sviluppare un mercato locale che ha consentito di stimolare una produzione di beni tesa a soddisfare una domanda in espansione; è stato perciò inevitabile che la concorrenza delle grandi, piccole e medie imprese centro-settentrionali, ben più strutturate di quelle meridionali, trovassero un ulteriore mercato di sbocco per le loro produzioni.

Quindi, conclude Giannola, la tesi che, in luogo dell’industrializzazione forzata del Mezzogiorno, sarebbe stato più conveniente uno sviluppo endogeno fondato su una lenta espansione di piccole e medie attività di trasformazione locali, in un contesto dualistico, era inesorabilmente destinato a consentire al Centro-Nord già sviluppato di consolidare “una forma di dipendenza del Sud, proprio ostacolando le possibilità di uno sviluppo endogeno”.

L’industrializzazione forzata doveva consentire di evitare questo pericolo, che si è concretizzato nella seconda metà degli anni Settanta, allorché si è imposta l’idea di promuovere la crescita del Mezzogiorno attraverso uno sviluppo endogeno autopropulsivo. Quindi, il pericolo scampato negli anni Sessanta si sarebbe invece puntualmente presentato successivamente, quando il “localismo autopropulsivo” avrebbe condotto “alla dipendenza patologica del Sud e alle ben note conseguenze disgregatrici del sistema, tuttora operanti e per nulla contrastate”.

Per scongiurare questi eventi sarebbe stata pertanto necessaria la razionale programmazione dell’industrializzazione forzata del Sud, tanto più che questa si prestava ad essere inquadrata “nella considerazione dei processi in atto a scala europea”. Alla fine degli anni Cinquanta, la firma dei Trattati istitutivi della CEE apriva all’Italia la possibilità di superare il persistente handicap competitivo dell’industria nazionale rispetto agli altri Paesi firmatari dei Trattati. Per consentire al nostro Paese di inserirsi in condizioni competitive nel Marcato Comune era necessario colmare il suo grande svantaggio di non disporre di un’”industria di base” in grado di assicurare i “prodotti intermedi” alle attività delle “seconde lavorazioni manifatturiere”, fornitrici dei comparti produttivi moderni, quali quelli dell’auto, degli elettrodomestici, della chimica e di altri ancora. La soluzione di questo problema – afferma Giannola – è stata attuata con la decisione di “’usare’ il Mezzogiorno”, la cui industrializzazione è divenuta in tal modo “la scommessa fatta anzitutto nell’intento di garantire la nostra posizione in Europa e, al contempo, di avviare a soluzione, con un intervento a trecentosessanta gradi, il problema storico dell’unificazione economica del Paese”.

A questo punto della sua analisi, stringente e lineare, Giannola effettua un’affermazione con cui sottolinea di ritenere, da “non specialista”, che all’analisi degli aspetti economici del Mezzogiorno sarebbe stato opportuno fare corrispondere un’analisi, altrettanto lineare, anche degli aspetti istituzionali e di quelli sociali; ciò, al fine di inquadrare anche le istituzioni e gli aspetti sociali in una prospettiva idonea a renderli coerenti con la politica di industrializzane forzata del Mezzogiorno. Sennonché, riguardo alle istituzioni, Giannola non va più in là del riferimento alle banche che hanno partecipato al finanziamento dell’intervento straordinario e, per quanto riguarda gli aspetti sociali, si limita a considerare le “lotte di potere” svoltesi tra i manager pubblici del sistema delle partecipazioni statali, nonché i loro rapporti con il mondo della politica. Troppo poco; sicuramente i comportamenti delle banche e dei “boiardi di Stato” sono da considerarsi tra i fatti rilevanti che hanno avuto un impatto, non sempre positivo, sull’attuazione della politica di intervento nelle regioni meridionali. Gli aspetti istituzionali e quelli sociali che maggiormente hanno pesato sulle conseguenze disgregatrici del sistema del Mezzogiorno sono però quelli che si riferiscono alle istituzioni strettamente politiche e alle modalità con cui esse si sono relazionate con le società civili delle regioni meridionali. Su questo punto, l’analisi di Giannola non è del tutto esaustiva.

Seguendo Alfred Hirschman, la formulazione del progetto di razionale programmazione dello sviluppo industriale del Mezzogiorno è stata fondata sull’ipotesi dell’”industrializzazione ritardata”; quest’ipotesi ha implicato la riproposizione, all’interno delle regioni arretrate meridionali, delle strutture produttive e dei comportamenti sociali propri delle regioni avanzate. Implicita a tale ipotesi era, infatti, l’idea che per promuovere il processo di crescita e sviluppo delle regioni arretrate fosse bastata l’immissione forzata di capitale nella loro struttura produttiva stazionaria, disinteressandosi della struttura sociale, ancora plasmata da valori totalmente estranei a quelli propri di una società industrializzata; in tal modo, si assumeva la speranza che in tempi successivi si verificasse un adeguamento automatico e spontaneo, susseguente alla forzata immissione del capitale, non solo di tutte le restanti variabili economiche, ma anche di quelle sociali rilevanti sul piano della crescita e dello sviluppo.

Inoltre, la logica dell’ipotesi dell’industrializzazione forzata, realizzata mediante lo strumento delle imprese a partecipazione statale, ha comportato che gli obiettivi da perseguire fossero determinati esogenamente, senza che alle regioni meridionali fosse data la possibilità di indicare un “insieme di condizioni” la cui assunzione nel progetto di industrializzazione potesse consentire, sia un loro coinvolgimento responsabilizzante nell’attuazione del progetto stesso, sia anche una maggior legittimazione sociale di esso, fondata localmente sull’aspettativa dell’avvio di un reale processo di crescita e sviluppo. Poiché i parametri in base ai quali sono state giustificate le forme d’impiego del capitale esterno non sono risultati compatibili con l’attivazione di rapporti di interdipendenza generalizzata dal lato della produzione con le piccole e medie attività produttive locali, queste non sono state motivate ad avviare forme specifiche di ricerca tecnologica, mancando in tal modo di aumentare la loro capacità competitiva, di allargare il mercato di collocamento delle loro produzioni e di resistere alla concorrenza delle imprese centro-settentrionali.

L’insuccesso del processo di industrializzazione forzata del Mezzogiorno può essere espresso anche in modo più esplicito: le strutture produttive impiegate dal sistema delle imprese a partecipazione statale sono state di solito sovradimensionate, sia perché la loro produzione (costituita da prodotti di base) non è stata totalmente “assorbita” dai comparti produttivi nazionali, sia perché esse non hanno avuto alcuna connessione con le attività produttive preesistenti, o ancora perché non è stata “programmata” la contemporanea localizzazione nelle regioni del Sud, a valle della attività produttive ad alto rapporto capitale/lavoro, di altre attività che avrebbero dovuto utilizzare, come fattori intermedi di produzione, una parte dei prodotti base allestiti. E’ questo il motivo per cui le grandi imprese a partecipazione statale, che hanno costituito il fulcro del processo di industrializzazione forzata del Sud, si sono lentamente trasformate nel simbolo del sostanziale fallimento del processo, ovvero in “cattedrali nel deserto”.

Per tutti i motivi esposti, non solo l’attività della “Cassa” degli anni Cinquanta, ma anche l’attività d’investimento forzato, attuata dall’inizio degli anni Sessanta sino alla fine della prima metà degli anni Settanta, ha concorso a migliorare solo il reddito disponibile delle regioni del Sud, ma non anche quello prodotto. Ciò a causa del fatto che, malgrado i notevoli investimenti effettuati al loro interno, non è stata migliorata la produttività della loro base produttiva; in altre parole, perché non è stata migliorata la loro capacità di produrre nuova ricchezza, idonea a consentire l’attivazione di un processo autopropulsivo di crescita e sviluppo, affrancato dal continuo flusso di trasferimenti di natura pubblica.

Anche dopo l’interruzione del processo di industrializzazione forzata, il persistente flusso dei trasferimenti pubblici, giustificato dalla necessità, di natura prevalentemente politica, di “tenere in vita” attività incapaci di conservarsi autonomamente sul marcato, ha causato nelle regioni meridionali la formazione di istituzioni politiche “estrattive”, non di istituzioni “inclusive” (secondo la terminologia introdotta nell’analisi dell’arretratezza economica da Daron Acemoglu e James Robinson in “Perché le nazioni falliscono”). Le prime hanno consentito che “ristretti gruppi locali” catturassero le opportunità offerte dai continui trasferimento o, peggio ancora, che gran parte dei trasferimenti fosse utilizzata per finalità extraeconomiche. Il prevalere di questo tipo di istituzioni ha impedito la formazione di istituzioni ad esse alternative, cioè quelle inclusive, sorrette da società civili orientate a legittimare le decisioni politiche solo se giustificabili sul piano strettamente economico e su quello dell’equità distributiva.

In chiusura della sua analisi, Giannola si chiede se oggi il “vecchio disegno” che ha preso il via alla fine degli anni Cinquanta possa essere “occasione di una riflessione quanto mai opportuna” sul rilancio di una politica diretta a promuovere la crescita e lo sviluppo dell’area meridionale del Paese. Egli è del parere che ciò sia possibile, ma solo attraverso un “responsabile intervento pubblico”, fondato, non su una riproposizione dell’esperienza del passato, ma su un nuovo progetto che sia l’esito di una “complessa operazione ‘maieutica’”; in altre parole, di un’operazione che consenta di esprimere i contenuti del nuovo progetto attraverso un complesso e generalizzato dialogo tra tutte le parti sociali interessate (incluse, si spera, le società civili delle regioni meridionali, in origine trascurate e fatte oggetto degli effetti connessi all’attuazione di una politica di intervento dai contenuti esogenamente determinati).

Il coinvolgimento delle società civili meridionali è oggi tanto più necessario, in quanto esse dovranno essere stimolate a compiere un bilancio dell’esperienza vissuta, al fine di prendere atto che oggi il Mezzogiorno non è più, come osserva Gianfranco Viesti, “la terra della miseria e del sottosviluppo”; ciò in considerazione del fatto che l’intera sua società civile appartiene alla parte ricca del mondo. Dal punto di vista delle condizioni di vita, il quadro delle regioni meridionali non è dunque catastrofico; ciò che è catastrofico è il modo in cui le società civili delle regioni del Sud hanno consentito, e continuano a consentire, che le risorse a loro disposizione siano utilizzate per soddisfare “interessi particolari” e non interessi di tutti.

L’obiettivo di un nuovo meridionalismo, che Giannola indica in un diverso e responsabile intervento pubblico, dovrebbe essere orientato prioritariamente ad aiutare sul piano istituzionale le genti del Sud perché, dotate di una maggiore autonomia decisionale, possano compiere scelte più responsabili nell’utilizzazione delle, al fine di inserire l’intero Mezzogiorno in un processo virtuoso di crescita e sviluppo e avviare finalmente a soluzione l’annosa questione dell’unificazione, non solo economica, del Paese.

Se si considera che la classe politica nazionale attuale è impegnata nella realizzazione di una riforma delle istituzioni politiche del Paese del tutto estranea ai problemi del Mezzogiorno, è plausibile prevedere che il persistente dualismo economico italiano e le implicazioni extraeconomiche che da esso derivano debbano ancora attendere tempi migliori per una loro definitiva rimozione.

Gianfranco Sabattini

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