domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

L’Italia, Renzi e l’Europa… sulla bilancia
Pubblicato il 20-09-2016


renzi-new-yorkDalle Nazioni Unite a New York Matteo Renzi riparte dal tema dei migranti e in particolare dall’Africa che resta, ha detto, una priorità per l’Italia. È duro lo scontro con l’Europa, che per ora, secondo il presidente del Consiglio, ha parlato molto ma non ha ancora mostrato fatti concreti. “Riuscire a gestire in modo diverso la questione africana. Noi torniamo all’Onu ribadendo questo punto, che è l’elemento che ha lasciato dubbi a molti di noi a Bratislava. Siamo arrivati a leggere un documento in cui di Africa non c’era neanche il nome”. “C’è da gestire la questione immigrazione, è evidente che vogliamo salvare tutti quelli che possiamo ma è anche evidente che non può essere l’Italia ad accoglierli tutti”. “O si interviene per tempo in Africa o l’Europa non è in grado di gestire questo problema. Gli europei ci devono dire, come pare stiano facendo con i loro eloquenti silenzi, se hanno capito che l’immigrazione non si risolve con un’intervista o un convegno o una dichiarazione ed è una questione diversa dal terrorismo e credo sia un pericolo sovrapporle”. L’Italia farà la sua parte sottolinea Renzi: “Se l’Europa non ha intenzione di fare la propria parte faremo da soli. Non è una questione drammatica”. Poi Renzi è stato premiato dal segretario di Stato americano John Kerry al Museo di storia naturale a New York con il Global Citizen Award dell’Atlantic Council. Un premio che ha ricevuto con “grande emozione” ha detto, strappando un sorriso alla platea: “L’Atlantic Council è una grande istituzione prestigiosa… fino a oggi – ha scherzato Renzi – visto che ha deciso di premiarmi”.


Renzi e l’Europa, un bilancio

di Alberto Benzoni

Un qualsiasi bilancio della politica internazionale di questo governo deve tener conto del quadro in cui, sin dall’inizio, si è trovato ad operare; quadro complessivamente e direi strutturalmente sfavorevole rispetto agli interessi italiani.
In economia gravava su di noi l’eredità di in debito alto e sostanzialmente non riducibile in un contesto di mancata crescita e di deflazione: e la convinzione pregiudiziale che i dirigenti del nostro paese, al di là dei loro impegni verbali, fossero costantemente dediti a non rispettare gli impegni assunti.
Sulla questione immigrazione, esplosa in questi ultimi anni, i vincoli europei ci ponevano di fronte a tutti gli obblighi di un paese di prima accoglienza, in presenza di strumenti chiaramente inadeguati.
Infine, a livello di politica estera e di sicurezza, ci trovavamo esposti al triplice fenomeno: dell’Europa baltica e, in quanto tale, scarsamente interessata ad un Mediterraneo diventato nel frattempo epicentro delle crisi internazionali; dell’esplodere di iniziative unilaterali, in particolare da parte dei paesi vincitori della seconda guerra mondiale;e, infine, del peso crescente, in particolare a livello Nato, dell’asse Usa-paesi dell’est, con annesso ritorno alla politica di confronto rispetto a Mosca.
Questo per dire che il successo o l’insuccesso della nostra politica internazionale si misurava, in un confronto impari, sulla possibilità di mutare, a nostro favore, un quadro europeo sin dall’inizio strutturalmente negativo.
Il fallimento o, più correttamente, il “mancato successo” erano quindi nell’ordine naturale delle cose. L’essere rimasti al punto di partenza, forse meno.
Perché di punto di partenza si tratta. In economia, apprezzamenti generici per le riforme realizzate (di quelli che, insomma, non si negano a nessuno) accompagnati, peraltro, dalla stucchevole, oltre che profondamente ingiusta, insistenza, sulla nostra irresponsabilità finanziaria; sino a negarci, almeno in punto di diritto, quella flessibilità concessa, invece, senza tanti problemi, a Spagna e Portogallo. Sulla questione immigrazione, niente di niente: con l’aggravante che mentre altri paesi stanno evadendo i loro obblighi più elementari, noi restiamo sempre più con il cerino in mano, in presenza di obblighi che siamo sempre meno in grado di sostenere. Infine, sulle grandi questioni internazionali, siamo riusciti ad evitare il peggio: ma non certo a disegnare una politica mediterranea e mediorientale conforme ai nostri ideali e ai nostri interessi. E la stessa nostra linea- apertura sull’immigrazione, dialogo politico in Libia, rifiuto della logica della guerra di civiltà appare oggettivamente appesa ad un filo.
Cos’è che non ha funzionato? Sostanzialmente l’inadeguatezza dei nostri metodi rispetto ai fini, ripeto del tutto condivisibili, che intendevamo raggiungere.
È vero. Ci siamo trovati sin dall’inizio di fronte ad una contraddizione assai difficilmente superabile. Non volevamo semplicemente maggiore spazio per lo svolgimento delle nostre politiche all’interno dell’Europa così come è; avevamo invece bisogno di un’Europa diversa a sostegno delle nostre politiche.
Ora, a questo fine, non potevamo agire da soli. Avevamo bisogno di alleanze; insomma di uno schieramento disposto a difendere le nostre tesi; o, indipendentemente o, meglio, in modo complementare rispetto a questo, di paesi che fossero disposti a prenderle in considerazione.
Oggi, non abbiamo (nel primo caso, soprattutto per l’indisponibilità della Francia, nel secondo per l’atteggiamento virtuosamente difensivo di Berlino) né l’uno né l’altro. Anche perché non ci siamo mossi con coerenza né nell’una né nell’altra direzione. Così che i risultati apparentemente raggiunti- l’incontro di Ventotene nella seconda prospettiva, quello dei paesi mediterranei nella prima, sono stati tutti e soltanto in termini di immagini, e le immagini, senza i fatti, durano lo spazio di un mattino.
Ad indebolirci, e sin dall’inizio, è stata forse la mancanza di coraggio. Quella strana commistione tra la burbanza nei toni e la timidità negli obbiettivi (e qui vale in un certo senso la vecchia formula nenniana “forti con i deboli e deboli con i forti” ) che è un segno distintivo dell’agire politico del nostro Presidente del Consiglio. Nel caso specifico si dichiarava di voler “cambiar verso all’Europa”; mentre ci si riprometteva semplicemente di poter derogare alle regole dell’Europa che c’è.
Ma, se quello era l’obbiettivo, conveniva abbassare i toni e volare basso. Alzare la voce senza avere niente in mano funziona certamente in Italia; ma, in Europa ci fa trovare di fronte ad un muro ostile e senza avere le forze disponibili per attaccarlo.

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