domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il Fondamentalismo risposta all”intrusione’ occidentale
Pubblicato il 02-09-2016


fondamentalismoIl rapporto tra le comunità del mondo islamico e quelle del mondo occidentale può essere approfondito, non limitandosi unicamente ad un’analisi critica del ruolo e della funzione degli agenti interni, che dovrebbero interpretare e rappresentare le diverse istanze ed aspirazioni delle comunità islamiche; ma estendendo l’analisi anche alle forme con cui l’Occidente ha intessuto ed approfondito le relazioni con quelle comunità. Da quest’ultimo punto di vista, può essere utile leggere le argomentazioni che Luciano Pellicani sviluppa in un suo recente articolo (“La teoria dell’aggressione culturale di Toynbee”), apparso sul n. 2/2015 di “Nuova Storia Contemporanea”, sulle riflessioni del grande storico inglese Arnold Toynbee.
Secondo Toynbee, quando due culture, una endogena ad un dato contesto sociale ed una ad esso esterna, vengono in contatto, quella dotata della maggior “potenza radioattiva” provoca nell’altra un mutamento della sua struttura, nel senso che la cultura “inferiore” incomincia ad accogliere i valori e ad imitare i comportamenti propri della cultura “superiore”. Allorché il processo si attiva, la cultura “inferiore” può neutralizzare le “minacce esterne”, a condizione che dal suo interno sorgano barriere idonee ad evitare che la radiazione culturale rimuova ed azzeri i caratteri identitari propri della cultura che subisce l’”intrusione”. Ciò richiede che, dall’interno della cultura “inferiore”, le iniziative dissuasive delle “intenzioni aggressive” di quella “superiore” siano strutturate tenendo conto di alcune condizioni formulate sulla base di generalizzazioni ricavate dall’esperienza storica.
Innanzitutto, la cultura “inferiore” dovrebbe tener conto che il potere di penetrazione della cultura “superiore” è direttamente proporzionale al grado della propria “debolezza”. In secondo luogo, dovrebbe tener presente che le componenti della cultura “superiore” che riescono a penetrare, sebbene altamente positive nel contesto culturale di origine, possono produrre effetti disaggreganti in una cultura diversa, all’interno della quale siano avvertite come elementi estranei. In terzo luogo, la cultura “inferiore” dovrebbe considerare gli effetti cumulativi che le componenti della cultura “superiore” possono attivare, per via del fatto che ogni struttura culturale storica è un tutto organico di parti interdipendenti, di guisa che se ne viene staccata una parte, la parte isolata e il tutto mutilato si comporteranno diversamente da come si comportavano quando la struttura non aveva ancora subito “aggressioni”.
Se una “scheggia” di una certa cultura si introduce in un corpo sociale estraneo, essa tenderà a trascinarsi appresso gli altri elementi costitutivi del sistema sociale in cui è nata e da cui si è staccata. Le barriere che possono essere erette all’interno della cultura “inferiore”, per contenere o evitare gli effetti negativi dell’intrusione di una cultura esterna, dipendono dalla possibilità che gli agenti che rappresentano le istanze conseguenti al mutamento intervenuto nella cultura “inferiore” si trasformino, tenendo conto delle condizioni precedentemente indicate, come dice Luciano Pellicani, in “partito erodiano” (evocando evidentemente le problematiche nate sul piano delle relazioni internazionali con l’occupazione della Palestina da parte dei Romani); la cultura “inferiore”, per salvaguardare la propria identità, ha bisogno cioè che quegli agenti siano dotati delle capacità intellettuali ed organizzative idonee a consentir loro di assumere atteggiamenti opposti a quelli conservativi del “partito degli zeloti”.
Gli erodiani, nell’esperienza storica evocata da Pellicani, anziché rifiutare ostinatamente la cultura esterna, si sono fatti sostenitori di una intenzionale e programmata acculturazione; essi, per evitare di subire la colonizzazione, si sono anche prodigati per stimolare una sorta di autocolonizzazione”, nel senso che hanno teso ad esercitare un “controllo” dall’interno sugli esiti e sugli effetti della radiazione culturale esterna. Se il partito degli erodiani fosse fallito, sarebbe stata inevitabile l’egemonia politica del “partito degli zeloti”, per il quale l’autocolonizzazione appariva la via che conduceva all’annientamento delle specificità culturali ed identitarie del loro mondo. Da ciò, l’inevitabile lotta dello “zelotismo” contro ogni influenza esterna percepita come eversiva della tradizione; per questo motivo non deve meravigliare che l’atteggiamento delle “vittime” verso una cultura straniera intrusiva sia di ostilità, destinata normalmente a ritorcersi contro di esse.
La prospettiva di analisi di Toynbee può consentire di capire in termini più approfonditi perché i rapporti tra le comunità islamiche e il mondo esterno siano sempre stati “travagliati”, e continuino ad esserlo ancora, da “duri scontri” tra istanze e pretese integraliste, tese a salvaguardare l’identità della cultura autoctona attraverso la riproposizione della tradizione, e forme di apertura verso l’esterno che, a volte, vengono percepite come forme di subordinazione. Una via quest’ultima che, pur nel rispetto della tradizione, tende ad accelerare contraddittoriamente la decomposizione della cultura autoctona in funzione della valorizzazione di tutto ciò che proviene dall’esterno.
Quale la ragione per cui ciò è avvenuto, e continua ancora ad avvenire nelle relazioni tra il mondo islamico e quello occidentale? Innanzitutto si deve ricordare che “ancora oggi – osserva Pellicani – due cose caratterizzano in maniera forte la condizione esistenziale dei popoli musulmani. Il loro immenso senso di frustrazione e il fatto che essi vivono l’Occidente come una presenza al tempo stesso oppressiva e invadente”: oppressiva, per la sua schiacciante superiorità materiale; invadente perché la modernità costituisce una permanente minaccia per le loro tradizionali forme di vita. In secondo luogo, si deve considerare che la religione dei popoli musulmani investe la totalità della loro esistenza, come conseguenza del fatto che il principio di separazione tra Stato e Chiesa, tratto essenziale della cultura occidentale, è inconcepibile per le popolazioni islamiche. In terzo luogo, si deve tener presente l’assenza, all’interno delle società musulmane, di agenti endogeni dinamici, ovvero di forze politiche, imprenditoriali e culturali in grado di portare a compimento un processo di modernizzazione della tradizione.
Questo stato di cose, conseguentemente, impedisce che le forze politiche, imprenditoriali e culturali musulmane si pongano nei confronti dell’esterno in termini di interpreti innovativi dei messaggi intrusivi; la loro azione è stata orientata a ridursi ad un’attività aperta unicamente alla necessità di interpretare e di rappresentare gli interessi e le istanze materiali della cultura “debole” presso quella dotata di maggior forza. L’incapacità delle forze politiche, imprenditoriali e culturali dei Paesi islamici di esercitare una leadership che andasse al di là della pura e semplice rappresentanza degli interessi materiali ha originato l’inevitabile contrapposizione tra “modernizzanti” e “tradizionalisti” e la totale mancanza di un “progetto politico-culturale”, attraverso il quale coinvolgere la generalità dei componenti i sistemi sociali islamici in un processo di conciliazione della modernizzazione con la conservazione dei tratti identitari. Da questa stessa incapacità è derivato l’avvio di un processo evolutivo dei Paesi musulmani, privo della necessaria condivisione sociale; processo che tuttora perdura, con la conseguenza, sul piano dei rapporti internazionali, che non si riesce ad “incanalare” lungo un percorso che porti al superamento della diffidenza che sinora non ha lasciato intravedere un punto fermo di arrivo.
Singolarmente, Pellicani, seguendo le “orme” di Toynbee, assimila la contrapposizione culturale oggi esistente tra i Paesi musulmani e l’Occidente a quella, nata dopo la Rivoluzione d’Ottobre, tra la Russia bolscevica e l’Occidente; grazie alla versione leninista del marxismo, osserva Pellicani, i bolscevichi sono riusciti, “elevando una compatta ‘cortina di ferro’, a impedire la penetrazione nella società russa dei valori dell’Occidente”. Non solo. I rivoluzionari russi sono anche riusciti a convertire alle loro idee una parte di non poco conto degli intellettuali dell’Occidente; lo stesso avviene ora in molti Paesi occidentali che, ospitando consistenti flussi di migranti musulmani, alcuni degli ospiti siano spesso protagonisti di azioni di guerra contro le società ospitanti, con la “solidarietà” di molti intellettuali occidentali. Questi, così come quelli che, dopo il 1918, hanno aderito all’idea di demonizzare la cultura dell’Occidente, ritenuta responsabile dell’affermarsi della propensione del capitalismo a dominare il mondo, si schierano ora, se non proprio a giustificare, ma a comprendere acriticamente le ragioni addotte dai musulmani, creando una contro-cultura tendente a rinvenire le cause degli atti di guerra dei migranti nei torti subiti dai loro Paesi per iniziativa di quelli occidentali.
Gli intellettuali filo-musulmani, dopo “la bancarotta planetaria del paradigma marx-leninista”, svolgerebbero ora il ruolo di sostenitori della prosecuzione della contrapposizione culturale tra l’Occidente e l’Oriente, per via della comparsa sulla scena mondiale di un “movimento zelota” – il fondamentalismo islamista – che, sempre secondo Pellicani, avrebbe proclamato “alto e forte di essere determinato a surrogare il comunismo nella lotta contro l’Occidente”, mettendosi alla testa di tutti i popoli sfruttati del mondo. Quasi ironicamente (ma non troppo), Pellicani conclude, rifacendosi ad una osservazione formulata nel 1989 da Helmut Schmidt, affermando che per capire la logica sottostante i rapporti tra Oriente ed Occidente “bisognerà studiare il Corano, anziché il Capitale”.
A parte gli intellettuali occidentali filo-musulmani, che dire però di quelli che, dichiaratamente filo-occidentali, non esitano, per motivi di convenienza, a svolgere il ruolo di sostenitori degli zelotiani dei Paesi islamici? I cosiddetti tedofori della cultura occidentale, non sono meno anti-occidentali degli intellettuali filo-musulmani, con l’aggravante di essere pienamente consapevoli del “tradimento” perpetrato ai danni della cultura occidentale, pur di salvaguardare il loro tornaconto petrolifero; e ciò, nonostante siano altrettanto consapevoli che il loro ruolo di sostenitori degli zelotiani non impedisca che alcuni Paesi musulmani finanzino tanti atti di guerra ai danni delle società occidentali.

Gianfranco Sabattini

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