domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Ministero del lavoro:
La crisi si allontana.
Cig in calo
Pubblicato il 07-09-2016


La crisi si allontana
CIG IN CALO NELLE AZIENDE
Nei primi sei mesi del 2016 sono diminuite del 40,5% le aziende che hanno dichiarato una crisi strutturale rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Le unità produttive che hanno utilizzato ammortizzatori sociali sono state 4.116 a fronte di 6.915 dello scorso anno. E’ quanto emerge da un’indagine sulle crisi aziendali effettuata dall’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro su dati del ministero. Secondo il rapporto, nel quale si sottolinea che per la prima volta dopo 4 semestri in costante crescita i dati tornano a diminuire, i motivi sono dovuti ad uno stato economico migliore delle aziende italiane e ad una maggiore responsabilità delle imprese nell’utilizzo della cassa integrazione, alla luce delle nuove regole introdotte a partire dal 24 settembre 2015. Nel documento, si legge infatti, nel corso dei primi 6 mesi del 2016 sono stati emanati dal ministero del Lavoro 2.347 decreti di cigs che hanno interessato 4.116 unità produttive, registrando rispetto allo stesso periodo del 2015 una flessione del 36,6% del numero di decreti e dell’40,5% del numero complessivo di unità produttive interessate. Analizzando le causali dei decreti di cigs per sede, nel primo semestre 2016, nel rapporto si osserva che oltre la metà delle unità produttive coinvolte (52,1%) sono interessate da Contratti di solidarietà (+5,4 punti percentuali rispetto alla composizione percentuale del primo semestre 2015) e che i decreti per crisi aziendale riguardano il 30% del totale delle unità produttive interessate, con una flessione pari a 6 punti percentuali in confronto al numero di unità produttive coinvolte nel corso dell’analogo lasso di tempo del 2015. Considerando anche le altre causali, le riorganizzazioni e conversioni, interessano il 5,8% delle unità produttive, seguite dalle unità produttive che hanno richiesto la cigs per amministrazione straordinaria (3,7%). In termini assoluti l’unica causale che vede un incremento è costituita dai decreti di concessione per ristrutturazione che passano dai 147 del 2015 ai 183 del 2016 (+24,8%) mentre diminuiscono quasi completamente i decreti per fallimento. Infine, analizzando anche i settori economici delle unità produttive (al primo livello della classificazione Ateco 2007), dal confronto fra il primo semestre 2015 e il primo semestre 2016 si nota che il settore commercio ha esaurito la sua fase di crisi: il rapporto registra una diminuzione del 50,7% passando dalle 1.666 unità interessate da decreti di cigs nel 2015 a 822 nel 2016. L’unico incremento di decreti si riscontra per il comparto dei trasporti e magazzinaggio (+16,7%).

Proia
SI A LAVORI PER MIGRANTI DEI CENTRI

Far lavorare i migranti, anche con lavori socialmente utili, si può ma occorre fare attenzione ad alcuni aspetti normativi. Il tema del lavoro per chi ha fatto domanda d’asilo o è rifugiato “è un tema complesso e va affrontato con una visione d’insieme”, ha recentemente spiegato a Labitalia Giampiero Proia, giuslavorista, fondatore e presidente dello Studio Legale Proia&Partners, professore ordinario di Diritto del lavoro alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre. “Intanto va fatta una premessa – ha detto Proia -: in Italia non esiste il lavoro coatto e quindi ci vuole la disponibilità a lavorare di chi sta nei centri di accoglienza. Dunque non si può imporre il lavoro. Forse – ha ragionato Proia – se uno non è disponibile ad impegnarsi, ho un titolo di legittimità per respingere la domanda, anche perché nella nostra Costituzione, all’art.4 secondo comma, si dice che ‘ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società'”. “Insomma, c’è in Italia un diritto-dovere a svolgere un’attività socialmente utile per la collettività”, ha affermato il giuslavorista. L’altro aspetto da tenere in conto nel caso di lavoro per i migranti dei centri, ha sottolineato Proia, è la retribuzione ed è “anch’esso legato alla Costituzione”. “Nella nostra Carta è previsto il diritto a ‘una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa’”, ha rimarcato il giuslavorista citando l’art. 36 della Costituzione. “E questo minimo retributivo al di sotto del quale non si può andare – ha aggiunto Proia – è individuato dai contratti collettivi nazionali di lavoro. Dunque pagare ‘qualcosa di meno’ a questi lavoratori potrebbe confliggere con l’art. 36. Si potrebbe però pensare – ha ipotizzato Proia – a un sistema che prefigura l’integrazione tra il minimo contrattuale e i costi dell’accoglienza, quelli cioè erogati per vitto spese sanitarie e quanto altro, che potrebbero essere detratti dalla paga base. Ma l’insieme delle due voci dovrebbe arrivare al minimo contrattuale”. “Del resto – ha osservato Proia – il Codice Civile prevede la possibilità di una retribuzione anche in natura. Il caso più noto è quello del lavoro domestico: se alla colf si dà anche vitto e alloggio, si può dare una retribuzione più bassa”. Alcuni comuni o enti pubblici hanno trovato il modo di far lavorare i migranti, finanziando progetti di volontariato, magari con piccole cifre. “Il volontariato così come i Lsu (i lavori socialmente utili), sono strumenti legali – ha ancora riferito Proia – che se utilizzati non comportano l’obbligo della retribuzione contrattuale”. Senza voler entrare nel dibattito politico o “in polemiche strumentali”, però Proia ha avvertito: “Occorre in questo caso fare attenzione al problema sociale che ne può derivare: con gli Lsu non abbiamo avuto una stagione felice perché abbiamo creato una sacca di disoccupati con altissime aspettative di stabilizzazione. Un’esperienza da non ripetere”, ha concluso il professore.

Lavoro
IN 12 MILIONI IN ATTESA DI RINNOVO CONTRATTUALE

Non solo Pubblica Amministrazione: secondo uno studio della Uil, in attesa del rinnovo di un contratto collettivo nazionale di lavoro, già scaduto o in scadenza nel corso del 2016, sono oltre 12 milioni di lavoratori comprendendo sia il settore pubblico sia quello privato (9 milioni nel privato e circa 3 milioni nel pubblico). Per gli ultimi dati Istat disponibili in attesa sarebbero 8,2 milioni di dipendenti e di questi 2,9 milioni riguarderebbero la P.a. Nel mese di luglio c’e’ stato un rush di contratti siglati. Si sono chiusi quelli del settore ottica (15.000 addetti), vetro (20.000 addetti), autonoleggio (10.000 addetti), le aziende del terziario che fanno parte di Confesercenti (400.000 addetti) e il contratto dei lavoratori delle aziende pubbliche del settore igiene ambientale (50.000 lavoratori). Gli aumenti ottenuti da questi lavoratori oscillano dagli 80 ai 120 euro lordi spalmati in tre anni. Rinnovi che arrivano dopo che nel primo trimestre 2016 la crescita delle retribuzioni contrattuali orarie è stata la più bassa mai registrata dall’Istat dall’inizio delle serie storiche cioè dal 1982. Insieme ai contratti nella pubblica amministrazione (che non vengono rinnovati da quasi 7 anni) restano ancora da rinnovare i Contratti nazionali più significativi e di maggior impatto sulla capacità di spesa e sull’andamento dei consumi. Il primo e il più importante è quello dei lavoratori metalmeccanici scaduto il 31 dicembre. Riguarda 1,5 milioni di lavoratori ed e’ ancora in stallo. Restano poi da rinnovare i contratti di settori importanti come il Tessile, l’Edilizia e quello dell’Editoria e delle Comunicazioni e in quest’ultimo settore è da rinnovare anche il contratto dei giornalisti. Secondo l’indagine fatta dall’Uil fra i 37 contratti scaduti nel 2015 ne sono stati rinnovati solo 8, mentre dei 21 ccnl scaduti nel 2016 ne sono stati rinnovati solo 5. Una situazione che conferma un generale malessere del mondo produttivo e che contribuisce a bloccare i consumi in un circolo vizioso che alimenta la deflazione. Una situazione alla quale i sindacati sono determinati a dare una scossa. Nel corso del mese Cgil, Cisl e Uil tireranno le fila dei diversi rinnovi e non si esclude il ricorso allo sciopero generale di fronte allo scenario più pessimista. Gli occhi sono puntati sul rinnovo del contratto dei metalmeccanici che si intreccia con il confronto fra le confederazioni sindacali e Confindustria sul nuovo modello contrattuale. L’ipotesi sarebbe quella di chiudere il contratto dei metalmeccanici, e quelli già scaduti, con le vecchie regole, come hanno già fatto categorie importanti come i Chimici e gli Alimentaristi, e poi concentrarsi sul nuovo schema di contratti nazionali.

Carlo Pareto

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