mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Montanelli giovane, le parole oscure, il golpe editorale, il “filosofo” Freud
Pubblicato il 15-09-2016


Su Indro Montanelli vi è ormai una ricca letteratura : biografie , testimonianze di amici , estimatori ,studenti di giornalismo,lontani parenti. Ma un libro,come quello di Salvatore Merlo,ancora non era stato scritto ,anche se si occupa  solo degli anni giovanili del giornalista  (“Fummo giovani soltanto allora”,Mondadori ). Un libro brillante che fa emergere la vera anima del “principe del giornalismo” negli anni verdi della sua vita e delle sue prime prove professionali nello scenario del fascismo : un regime , di cui fu gregario,  ma in cui presto si smarcò, riuscendo  a subirne le conseguenze , che lo portarono all’emarginazione e persino in carcere ( a San Vittore) , dove conobbe Mike Bongiorno e il falso generale Della Rovere.

I racconti di Merlo non sono solo la biografia di un controverso e suggestivo personaggio ma rappresentano gli affreschi di un’epoca , caratterizzata da una generazione che visse le contraddizioni del Novecento ,con i totalitarismi,le tragedie della guerra , le sofferenze,le tensioni ideali violente ma anche da furbo opportunismo e cinica realpolitik. Il Montanelli degli anni ’30 e ’40 è  molto diverso di quello che poi diventò nel dopoguerra. Già allora  era temuto , stimato e riverito da amici e nemici.”Montanelli – osserva Merlo- non è ancora l’italiano che si sente sempre altrove , sempre contro , sempre fuori e che afferma il suo impegno civile sotto la specie di un affetto ombroso e sarcastico per l’Italia  alle vongole. Indro viveva ancora , malgrado l’altalena degli umori di pressioni faziose , da italiano appunto”. Montanelli fu uno dei massimi esponenti del “partito degli apoti”,cioè di quelli che non se la bevono . Fu un “partito” inventato da Giuseppe Prezzolini, a cui il “toscanaccio” aderì subito con grande entusiasmo,come testimonia un suo articolo sul “Corriere” (4 gennaio 1996) . A questo principio rimase fedele per tutta la sua vita.

Si parla spesso del linguaggio difficile , oscuro , riservato solo ai tecnici e ad altri addetti ai lavori , politici compresi. Se ne parla anche nelle scuole di giornalismo ma i risultati non sono sempre positivi. Ora un ex magistrato ed ora scrittore di successo,Gianrico Carofiglio , affronta questo argomento nel libro “Con parole precise – Breviario di scrittura civile” (Laterza) .

Un libro appassionato che fa riflettere sulle difficoltà della comunicazione “se non si è capaci di parlare e scrivere con chiarezza”, come  afferma il filosofo John Searle . Le nazioni ,con i loro popoli (spesso di formazione ed etnie diverse ) , si reggono se  funzionano bene gli strumenti della comunicazione , a cominciare dalla scrittura e ,in generale,da un linguaggio condiviso . Scriveva   Primo Levi: “Abbiamo una responsabilità, finchè viviamo : dobbiamo rispondere di quanto scriviamo , parola per parola , e far sì che ogni parola vada a segno”. In questo vi è sicuramente la responsabilità dei media (giornali in modo particolare), ma in primo luogo è la scuola a rimanere sotto processo perchè è dalle aule scolastiche che  si comincia ad apprendere il linguaggio pubblico e la sua qualità .

Le metafore non piacciono agli editori,specie se somigliano troppo ai finanzieri che investono nell’industria editoriale e che danno origine a grandi gruppi che finiscono col restringere pericolosamente la libertà di pubblicare .E’ il tema di un romanzo fantasioso (ma non troppo) di Antonio Manzini (“Sull’orlo del precipizio “, Sellerio editore) . E’ una storia in – verosimile di un grande  scrittore italiano , Giorgio Volpe ,  che , alla consegna di un suo testo , si trova “inghiottito”

nelle trame di un “golpe”editoriale ,che  gli provoca una terribile angoscia. Come ne uscirà ?  Sarà in grado il nostro eroe di  difendere la sua libertà di espressione ? Sembra un brutto sogno,ma ,purtroppo,la nostra società è costellata anche da troppi sogni orrendi che spesso diventano realtà.

Luciano Dottarelli è un filosofo molto apprezzato, anche se vive  fuori dai grandi circuiti culturali delle città metropolitane. Ha al suo attivo numerosi libri (su Kant,Popper e il recente Musonio l’Etrusco) . Nel libro “Freud,un filosofo dietro al divano” (Annulli editori) Dottarelli  si cimenta con la psicoanalisi . E , ovviamente,qualcuno maldestramente gli  ha fatto subito notare : che cosa c’entra Freud con la filosofia ?   La risposta è facile. Anzi è lo stesso padre della psicanalisi a darla. Scrivendo allo studioso Fliess, infatti, ha osservato : “Vedo che,per le vie traverse della medicina,tu stai raggiungendo il tuo primo ideale,vale a dire la comprensione fisiologica dell’uomo , mentre io nutro la segreta speranza di arrivare per le stesse vie , alla mia metà iniziale , la filosofia. Questo volevo infatti in origine , quando ancora non mi era per nulla chiaro per qual fine fossi al mondo”. In una lettera successiva ,confermava : “da giovane non ero animato da altro desiderio che non fosse quello della conoscenza filosofica, e ora , nel mio passare dalla medicina alla psicologia,quel desiderio si sta avverando”.

L’autore ha saputo ben interpretare il rapporto di Freud con la filosofia , non solo “come irresistibile attrazione “, ma anche come strumento culturale per “rassicurare se stesso”.  Dottarelli è riuscito a trasmettere nel lettore , in forma didascalica e coinvolgente , i messaggi di questo grande maestro: messaggi profetici,che hanno fatto nascere una nuova scienza (la psicoanalisi) e ancora oggi si stanno rivelando fonte di sviluppi importanti per la  salute mentale .

Aldo Forbice              

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