domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Populismi e proteste
contro le élite
Pubblicato il 26-09-2016


Di fronte all’incalzare di movimenti che esprimono la rabbia popolare per una crisi economica e sociale che appare senza fine, i politici abbarbicati alle poltrone e i corifei di regime lanciano all’unisono un anatema: “populisti!”.

Attraverso questa definizione, semplicistica e lapidaria, si cerca di legare l’odierna protesta che va da Marine Le Pen in Francia a Norbert Hofer in Austria, a Boris Johnson in Inghilterra, Kaczynski in Polonia, Orban in Ungheria, Grillo in Italia sino a Donald Trump negli States ai fascismi degli anni ’30 del Novecento in Europa, non tenendo conto che quelle esperienze totalitarie, pur parlando nominalmente per i ceti popolari furono la risposta del grande capitale allo spettro della rivoluzione comunista, come spiega bene Ernest Nolte, nel suo libro “Nazionalsocialismo e bolscevismo”, parlando di “controrivoluzione militante”.

A ben vedere, i cosiddetti neopopulismi, alcuni con pericolose tinte xenefobe, costituiscono la rappresentanza sul piano politico della rabbia popolare contro le élites, specie nel nostro Vecchio Continente, segnato sul piano sociale dal dogma dell’austerity e del monetarismo germanocentrico, con la frase che tutto obbliga e tutto spiega: “c’è lo chiede l’Europa!”.

Un tempo era la sinistra socialdemocratica in Europa a rappresentare le istanze dei ceti più deboli per un graduale cambiamento, dialettizzandosi con il metodo liberale nelle istituzioni e la vocazione sociale del popolarismo europeo: il risultato nella seconda metà del ‘900 sino alla caduta del Muro di Berlino è stato sviluppo dell’economia, occupazione, politiche di welfare e di redistribuzione del reddito per mezzo del fisco, diritti del lavoro e partecipazione nelle aziende. Oggi quel ciclo appare concluso, soprattutto dopo la crisi del 2008, con le sinistre riformiste che hanno spostato quasi acriticamente la globalizazione dell’economia, provocando insicurezza di massa a fronte di una sempre maggiore concentrazione di ricchezza in pochissime mani, i cui profitti, peraltro, non sono di tipo produttivo ma finanziario, con i movimenti di protesta che dilagano con parole d’ordine che sono sovranità nazionale, blocco delle frontiere, lotta alle élites bancarie, tecnocratiche e dell’informazione e ai loro riferimenti politici: i partiti tradizionali.

E così, la prospettiva sembra essere sempre più quella del caos politico, come testimonia l’incertezza che regna in Gran Bretagna dopo la Brexit o in Spagna che rischia le terze elezioni anticipate, per tacere dell’Italia, con un premier che concepisce la politica come una sorta di roulette russa, giocando la stabilità del Paese in un plebiscito sulla sua figura, quale sarà il referendum costituzionale.

Maurizio Ballistreri

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