domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Siria, sperare che le tregue reggano è ingannarsi da soli
Pubblicato il 19-09-2016


Rifugiati Siria

La guerra civile libanese durò 14 anni. E finì il giorno in cui la grande coalizione nata in occasione della prima guerra del Golfo volle premiare la partecipazione della Siria conferendogli ufficialmente il protettorato sul piccolo paese vicino. Era come affidare a un piromane la custodia di un edificio che aveva contribuito ad incendiare. Ma funzionò.
La guerra tra Iran e Iraq durò otto anni. E si concluse perché quando i due contendenti si resero conto dell’impossibilità di vincerla. Nel frattempo il paese aggressore – l’Iraq – si rovinò economicamente; mentre quello aggredito – l’Iran- accentuò a dismisura il suo carattere oppressivo.
La guerra civile in Siria, che si accompagna a quelle in corso in Iraq, Turchia e Yemen (per tacere di quelle in Afghanistan e Pakistan), dura da cinque anni; e tutto, almeno per ora, sembra congiurare per farla durare all’infinito.
Manca, innanzitutto, qualsiasi volontà di dialogo tra i contendenti. La guerra tra il regime e l’arco dei suoi avversari sunniti è, e rimane all’ultimo sangue, ed è un conflitto a somma zero. All’ultimo sangue perché è già costato centinaia di migliaia di morti. A somma zero perché nessuno è in grado di fare un passo indietro: se Assad si ritira, sarà il segnale di distruzione, politica e fisica, per la minoranza che lo sostiene; se l’opposizione accetta la sua permanenza in carica perderà la sua stessa ragion d’essere.
E, beninteso, non c’è nessuna “larga intesa” all’orizzonte; e parlare di elezioni è una evidente presa in giro. In quanto al mondo esterno, leggi le grandi e medie potenze coinvolte nel conflitto, queste possono al massimo orientarne l’andamento o frenare, all’occorrenza, l’ardore dei contendenti. Chiarendo, coubertininianamente, che ad ognuno di questi è dato di partecipare, ma che nessuno è autorizzato a vincere. E questo vale non solo per le varie fazioni siriane, come è ovvio; ma per gli altri attori. Così i turchi possono combattere i curdi in casa propria e magari anche in Siria; ma, nel secondo caso, senza esagerare. Così gli stessi curdi sono considerati i paladini della libertà e magari anche della laicità; ma purché manifestino il loro ardore combattivo entro precisi limiti geografici. Così, gli sciiti iracheni, con i loro consiglieri militari iraniani, sono sì i benvenuti (anche perché sono i più disponibili…) nella crociata anti isis; ma purché non diano troppo nell’occhio e lascino a qualcun altro (ma a chi?) gli oneri e gli onori della riconquista di Mosul. Altri poi, provvedono ad autolimitarsi da soli: Arabia saudita ed Egitto la guerra all’Isis la fanno in casa propria ma non sul terreno; in quanto agli occidentali la guerra non la fanno da nessuna parte, salvo a considerare tale quella condotta sui bagnasciuga della Costa Azzurra.
In questa situazione sperare che “le tregue reggano” è ingannarsi da soli. Perché le tregue fanno parte del balletto diplomatico tra americani e russi; mentre sul terreno non esistono. Perché prima della tregua, a furia di bombardamenti nel mucchio, i russi assicurano, o sperano di assicurare ai loro pupilli nuove posizioni sul terreno; e perché, dopo la tregua, gli oppositori del regime, al Qaeda e Isis compresi, si trovano, chissà come, a disposizione nuove armi, compresi, guarda un po’, i missili terra-aria.

A chiudere qualsiasi prospettiva di intesa politica c’è poi, in definitiva, il caos che governa la politica americana nell’area. Washington lamenta, spesso e volentieri, l’inaffidabilità dei suoi tradizionali alleati: che si tratti della Turchia o dell’Egitto, dell’Arabia saudita o dello stesso Israele. Constatando, con ragione, che nessuno sta rispettando il copione fissato dagli americani.
Il fatto è però che il nostro regista questo copione l’ha smarrito per strada: nel senso che ne sta seguendo due contemporaneamente. Da una parte c’è quello vecchio: alleanza con Israele e con il blocco sunnita contro la Russia e il blocco sciita, guidato dall’arcinemico Iran. uno schema in cui l’Isis è visto e foraggiato all’inizio come un possibile alleato.
Ma poi, prima in Europa e poi negli Stati Uniti, questo stesso Isis è visto come l’incarnazione del Male e il Nemico pubblico numero uno: e allora si indice si forma contro il medesimo una grande alleanza, sino ad accettare, ma a denti stretti, la partecipazione dei nemici di ieri, concludendo l’accordo nucleare con l’Iran e facendo buon viso a cattivo di gioco nei confronti dell’intervento russo in Siria.

Tutto questo però, senza scartare il vecchio copione: appoggio a Ryad nella sciagurata guerra nello Yemen, aiuti militari ai siriani buoni nella guerra civile siriana, rifiuto di normalizzare le relazioni politiche con l’Iran, tuttora nella lista dei cattivi; rinuncia ad esercitare qualsiasi pressione su Israele per la riapertura del negoziato con i palestinesi.
Oggi, nella guerre in corso in Medio oriente, l’America è realmente e/o potenzialmente amica e avversaria di tutti; il che equivale alla impossibilità di gestire qualsiasi conflitto e, a maggior ragione, di essere protagonista attivo di un processo di pace.
E, su questo terreno, non c’è molto da sperare dal nuovo inquilino della Casa bianca: caos da una parte, ritorno ai vecchi schemi della guerra fredda dall’altra.

Alberto Benzoni

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