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Opinioni e commenti
 

“Storia d’Italia in 15 film” di Alberto Crespi ‘cancella’ Pietro Germi
Pubblicato il 19-09-2016


crespiDopo avere raccontato la Gioventù perduta dell’immediato secondo dopoguerra, il regista Pietro Germi negli anni 1948-1950, attirato dalle caratteristiche antropologiche, culturali e sociali della Sicilia, costruisce un discorso cinematografico che, felicemente combinando impegno civile e forma spettacolare, racconta la condizione di certe estreme contrade del Sud travagliate dalla povertà e dalla delinquenza, dalla mancanza di lavoro e dall’assenza di una vera democrazia.

In pratica, nei film In nome della legge e Il cammino della speranza Germi racconta l’incipiente degrado dell’Italia postbellica occultato dai cinegiornali dell’epoca e dai film di puro intrattenimento. Alle soglie del boom economico, in antitesi con il cinema del neorealismo rosa e dell’arcadia romanesca, che diffonde un’immagine improbabile, artificiale dell’esistenza, Germi con Il ferroviere e L’uomo di paglia racconta la vita opaca, esclusa, fatta di sacrificio degli operai alle prese con i reali problemi del lavoro e di una società spietata con i deboli e i loro errori.

All’inizio degli anni ’60, il vuoto che si nasconde dietro il “miracolo economico” e la modernizzazione ambigua, contraddittoria della società italiana, fanno precipitare il pessimismo di Germi. Di qui trae origine la triade satirica costituita dai film Divorzio all’italiana, Sedotta e abbandonata, Signore e Signori. Tramite queste pellicole, il regista ligure fu tra i primi a cogliere i risvolti affaristici, amorali, cinici, cialtroni che stanno alla base del vero miracolo italiano. A disegnare un affresco pungente dell’Italia del tempo, leggibile come un apologo del “Paese mancato”. Alla luce di questa filmografia, che ho sinteticamente passato in rassegna, trovo assai discutibile che nel libro di Alberto Crespi, Storia d’Italia in 15 film, edito in questi giorni da Laterza, nessuna opera di Germi sia stata non solo sistematicamente discussa ma nemmeno accennata.

Lorenzo Catania

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Commenti all'articolo
  1. Sicuramente Alberto Crespi, critico cinematografico e uomo de L’Unità, è cresciuto a quella cultura marxista su cui basava le sue fondamenta il PCI, e, in coerenza con quella cultura sconfitta dalla storia, ha continuato inveterato a redigere i suoi libri. Del resto è noto che Pietro Germi, indubbio Maestro del cinema italiano, come Mario Monicelli sostenitore socialista fino all’elezione di Craxi a segretario del PSI, era un fervido socialdemocratico; una fede che non abbandonò, e che non gli impedì, nei suoi film, di stigmatizzare vizi e virtù della classe operaia in Italia nel percorso di quel filone neorealistico del nostro cinema che poi abbandonò per dedicarsi alla commedia (non realizzò “Amici miei”, come lo stesso Monicelli avrebbe gradito accadesse, per causa della malattia che lo aveva colpito). Un’offesa quel modo di fare cinema e di denunciare la società d’intorno, un oltraggio certamente per Crespi, che avendo cucito addosso a Germi – come son soliti fare i comunisti (peggio che mai i veterocomunisti, come gli ex fumatori) ieri come oggi – una camicia di stoffa dogmatica voluta per lui l’intellighenzia del PCI (quella più ottenebrata) che non poteva accettare ciò che Germi aveva intuito, ossia la trasformazione della classe sociale del mondo operaio italiano, non può perdonargli, come sempre fece il PCI, la sua vena eretica e chiaramente libertaria. Germi fu un socialista riconosciuto dagli stessi comunisti (ovviamente senza mai dirlo) che ottenne successi nella patria del comunismo reale, ma non poteva cozzare contro l’italica ortodossia del PCI. I film che ha girato, sia quelli della fase neorealista, sia quelli della commedia all’italiana, mettendo a fuoco i problemi della società e del Paese, sono capisaldi della nostra cinematografia che, vorrei dire, ben difficilmente si possono riassumere in soli 15 titoli, con un metro di analisi forse troppo iniquo.

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