sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

52 anni fa il Nobel
a Martin Luther King
Pubblicato il 14-10-2016


Era il 14 ottobre 1964 quando Martin Luther King riceveva il Premio Nobel per la pace. L’”uomo dalla faccia nera” fu premiato per il suo impegno per la lotta alla segregazione razziale. Combatté per i diritti civili e fu incarcerato nel 1963 per la partecipazione a una protesta non violenta. La lettera dalla prigione di Birmingham, che vi proponiamo è una risposta alla dichiarazione scritta da otto ecclesiastici il 12 aprile. I sacerdoti si auguravano che la battaglia contro la segregazione razziale si combattesse nelle strade e non nei tribunali. La lettera venne pubblicata il 12 giugno del 1963.


“L’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque”. Cinquantadue anni fa il premio Nobel a Martin Luther King

di Blog Fondazione Nenni

Miei cari confratelli, mentre mi trovo relegato qui, nella prigione della città di Birmingham, mi è accaduto di leggere la vostra recente dichiarazione in cui le mie attuali iniziative sono definite “imprudenti e intempestive”. È raro che mi soffermi a rispondere alle critiche rivolte al mio lavoro e alle mie idee. Se volessi mandare una risposta a tutti i messaggi di critica che capitano sulla mia scrivania, i miei segretari dovrebbero dedicare quasi per intero la giornata a questa corrispondenza, e a me non resterebbe il tempo per il lavoro costruttivo. Ma poiché mi sembrate autenticamente animati da buone intenzioni, e proponete con sincerità le vostre critiche, voglio cercare di rispondere alla vostra dichiarazione in termini che mi auguro siano pacati e ragionevoli. Penso di dover dire perché mi trovo qui a Birmingham, dato che a quanto pare siete rimasti influenzati dal pregiudizio contro “gli estranei che si intromettono”. Ho l’onore di prestare servizio come presidente del Congresso dei dirigenti cristiani del Sud (Sclc), un organismo operante in tutti gli stati del Sud, con sede ad Atlanta in Georgia. Abbiamo circa ottantacinque affiliate in tutto il territorio meridionale degli Stati Uniti, una delle quali è il Movimento cristiano dell’Alabama per i diritti umani. Spesso mettiamo in comune con le nostre affiliate il personale e le risorse finanziarie e formative. Diversi mesi orsono la nostra filiale di Birmingham ci ha chiesto di tenerci pronti per impegnarci in un programma nonviolento di azione diretta, se ne fosse stata riconosciuta la necessità. Abbiamo acconsentito subito, e quando è stato il momento abbiamo tenuto fede alla nostra promessa. Perciò io, insieme a diversi miei collaboratori dell’associazione, sono qui perché sono stato invitato a venire qui. Sono qui perché qui mi lega la mia organizzazione.

Ma in senso più fondamentale, sono a Birmingham perché qui c’è l’ingiustizia. Così come i profeti dell’VIII secolo a. C. lasciavano i loro villaggi e portavano il loro “così dice il Signore” ben oltre i confini delle città in cui erano nati, e così come l’apostolo Paolo lasciò il suo villaggio di Tarso per portare il vangelo di Gesù Cristo negli angoli remoti del mondo grecoromano, allo stesso modo anch’io sono spinto a portare il vangelo della libertà oltre la mia città natale. Come Paolo, devo rispondere di continuo alla richiesta di aiuto che viene dalla Macedonia. Inoltre, sono consapevole del fatto che tutte le comunità e gli stati sono in reciproca correlazione. Non posso starmene con le mani in mano ad Atlanta, senza curarmi di quel che succede a Birmingham. L’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque. Siamo presi in una rete di reciprocità alla quale non si può sfuggire, avvolti da un’unica trama del destino. Qualunque cosa riguardi direttamente uno, riguarda in modo indiretto tutti. Non potremo mai più permetterci di vivere con l’idea ristretta e provinciale dell’”agitatore che viene da fuori”. Chiunque viva negli Stati Uniti, in qualunque località compresa nei suoi confini, non potrà mai essere considerato uno di fuori. Voi deplorate le manifestazioni che hanno luogo a Birmingham. Ma mi duole dire che la vostra dichiarazione non esprime analoga preoccupazione per le situazioni che hanno provocato le manifestazioni. Sono sicuro che nessuno di voi vorrebbe accontentarsi delle analisi sociali più superficiali, che si occupano soltanto degli effetti e non affrontano le cause. È deplorevole che a Birmingham abbiano luogo le manifestazioni, ma è ancor più deplorevole che in questa città la struttura di potere dei bianchi non abbia lasciato alla comunità nera nessun’altra scelta. 1 In una campagna nonviolenta ci sono quattro fasi fondamentali: la raccolta dei fatti per determinare se le ingiustizie ci sono; la trattativa; la purificazione di se stessi; l’azione diretta. A Birmingham siamo passati attraverso tutte queste fasi. Un fatto non si può negare: questa comunità è sprofondata nell’ingiustizia razziale. Birmingham è forse la città degli Stati Uniti dove il segregazionismo è applicato nel modo più totale. È noto a tutti che si sono registrati numerosi casi di atroci brutalità. Nei tribunali i neri hanno subito gravi e vistose ingiustizie. A Birmingham si sono avuti più attentati dinamitardi contro case e chiese di neri rimasti impuniti che in qualsiasi altra città americana. Ecco i fatti della dura e brutale realtà. A causa di questa situazione, i leader neri hanno cercato di trattare con le autorità locali. Ma queste ultime si sono sempre rifiutate di iniziare un negoziato in buona fede. Poi, lo scorso settembre si è presentata l’occasione di trattare con i capi del mondo economico di Birmingham. Durante questi colloqui, i commercianti avevano fatto alcune promesse: per esempio, di eliminare dagli esercizi pubblici le umilianti affissioni di carattere razziale. Basandosi su queste promesse, il reverendo Fred Shuttlesworth e i dirigenti del Movimento cristiano dell’Alabama per i diritti umani avevano accettato una moratoria di tutte le manifestazioni. Con il trascorrere delle settimane e dei mesi, ci siamo resi conto di essere vittime di un impegno non mantenuto: i pochi cartelli rimossi in seguito agli accordi presi venivano ripristinati; gli altri erano sempre rimasti al loro posto. Come era già accaduto tante volte in passato, le nostre speranze erano state abbattute, e su di noi pesava l’ombra di una profonda delusione. Non ci restava altra scelta che predisporci all’azione diretta, in cui avremmo offerto il nostro stesso corpo come mezzo per presentare la nostra causa davanti alla coscienza della comunità locale e nazionale. Consapevoli delle difficoltà del nostro compito, decidemmo di sottoporci a un processo di purificazione. Organizzammo una serie di gruppi di lavoro sulla nonviolenza, per chiedere più volte a noi stessi: “Sei in grado di ricevere colpi senza restituirli?”, “Sei in grado di sopportare la prova del carcere?”. Decidemmo di attuare il nostro programma di azione diretta nell’epoca della Pasqua, sapendo che, dopo quello natalizio, si tratta del periodo dell’anno in cui gli acquisti sono più numerosi. Sapevamo inoltre che l’azione diretta sarebbe stata affiancata da un forte programma di astensione dai consumi e ci sembrava che questo potesse essere il momento migliore per fare pressione sui commercianti in modo da provocare i cambiamenti richiesti. Poi pensammo che in marzo a Birmingham si sarebbe dovuto votare per eleggere il sindaco, e ci affrettammo a decidere di ritardare i nostri interventi fino al giorno dopo le elezioni. Quando si seppe che l’assessore alla pubblica sicurezza, Eugene “Bull” Connor, aveva accumulato abbastanza voti da partecipare al ballottaggio, ancora una volta rimandammo l’inizio delle attività al giorno dopo il ballottaggio stesso, per evitare che le nostre manifestazioni potessero essere strumentalizzate. Come molti altri, aspettavamo di assistere alla sconfitta di Connor, e per questo sopportavamo un rinvio dietro l’altro. Ma dopo aver dato il nostro contributo a questa necessità della cittadinanza di Birmingham, pensavamo che il nostro programma di azione diretta non potesse più essere rinviato. Potreste chiedere: “Perché optare per l’azione diretta? Perché i sit?in, i cortei e così via? Non è forse meglio percorrere la via del negoziato?”. Avete ragione di invocare la necessità della trattativa; anzi, è proprio questo il fine che si prefigge l’azione diretta. L’azione diretta nonviolenta cerca di creare una crisi così acuta, di suscitare una tensione così insopportabile, da costringere una comunità, che si è sempre rifiutata di trattare, ad affrontare la situazione. L’azione diretta nonviolenta cerca di accentuare gli aspetti drammatici del problema in modo tale che non si possa più ignorarlo. Potrà suonare piuttosto scandaloso che io consideri la creazione di uno stato di tensione un aspetto dell’attività di chi aderisce alla resistenza nonviolenta: ma devo confessare che la parola “tensione” non mi fa paura. Mi oppongo sempre con fermezza alla tensione violenta, ma esiste un genere di tensione costruttiva e nonviolenta che è necessaria per crescere. Come Socrate stimava necessario 2 creare una tensione nella mente, così che gli individui si liberassero dalla servitù dei miti e delle mezze verità, elevandosi fino al regno dell’analisi creativa e della disamina oggettiva, allo stesso modo dobbiamo comprendere la necessità che questi pungoli della nonviolenza riescano a creare nella società la tensione capace di aiutare gli uomini a sollevarsi dagli abissi tenebrosi del pregiudizio e del razzismo fino alle maestose altezze della comprensione e della fratellanza. Il nostro programma di azione diretta si propone di creare una situazione così satura di crisi da aprire inevitabilmente la strada al negoziato. Perciò nel vostro appello alla trattativa io concordo con voi. La nostra amata terra del Sud è rimasta troppo a lungo sprofondata in una palude, nel tragico tentativo di vivere nel monologo invece che nel dialogo. Nel vostro documento, un punto essenziale è che l’azione intrapresa a Birmingham da me e dai miei compagni è intempestiva. Alcuni chiedono: “Perché non avete lasciato alla nuova amministrazione cittadina il tempo di agire?”.

L’unica risposta che possa dare a questo interrogativo è che la nuova amministrazione di Birmingham dovrà essere pungolata quanto la precedente, prima che agisca. Sbaglia di grosso chi pensa che l’elezione a sindaco di Albert Boutwell porterà a Birmingham l’avvento dell’età messianica. Boutwell è una persona assai più garbata di Connor, ma entrambi sono fautori del regime segregazionista, volti alla conservazione dell’esistente. Io ho speranza che Boutwell possa essere così ragionevole da capire quanto sia futile contrastare con una resistenza massiccia l’abolizione del segregazionismo. Ma non potrà capirlo senza la pressione esercitata dai difensori dei diritti civili. Amici miei, devo dirvi che noi non abbiamo ottenuto un solo progresso in materia di diritti civili senza una decisa pressione esercitata con mezzi legali e nonviolenti. È deplorevole, ma è una realtà storica: è raro che i gruppi privilegiati rinuncino volontariamente ai loro privilegi. I singoli individui possono ricevere una illuminazione morale e rinunciare per propria iniziativa a una posizione ingiusta: ma, come ci ricorda Reinhold Niebuhr, i gruppi hanno la tendenza a essere più immorali dei singoli. Sappiamo per dolorosa esperienza che l’oppressore non concede mai la libertà per decisione spontanea: sono gli oppressi che devono esigere di ottenerla. Francamente, non mi è ancora accaduto di intraprendere una campagna di azione diretta che apparisse “tempestiva” agli occhi di quanti non hanno subito indebite sofferenze a causa del morbo segregazionista. Da anni sento dire la parola “Aspettate!”, che risuona all’orecchio di ogni nero con stridente familiarità. Questo “Aspettate” significa quasi sempre “Mai”. Noi dobbiamo arrivare a comprendere, insieme a uno dei nostri massimi giuristi, che “la giustizia ottenuta troppo tardi è giustizia negata”. Noi aspettiamo da oltre 340 anni di ottenere i nostri diritti sanciti dalla Costituzione e donati da Dio. Le nazioni asiatiche e africane si muovono con velocità supersonica verso l’indipendenza politica, mentre noi ancora ci trasciniamo, al passo di un calessino all’antica, per cercare di ottenere una tazza di caffè al banco delle tavole calde. Forse dire “Aspettate” è facile per chi non è mai stato ferito dalle frecce aguzze della segregazione. Ma se uno vede plebaglie inferocite lasciate libere di linciare vostra madre, vostro padre, di annegare i vostri fratelli e sorelle a piacimento; se vede poliziotti pieni d’odio insultare, prendere a calci e perfino uccidere i vostri fratelli e sorelle neri; se uno vede la stragrande maggioranza dei venti milioni di suoi fratelli neri che soffocano, in una gabbia di povertà a tenuta stagna, nel bel mezzo di una società opulenta; se uno sente che la lingua s’inceppa e le parole escono in un balbettio perché bisogna cercare di spiegare alla figlia di sei anni come mai non può andare al parco pubblico di divertimenti che la televisione ha appena finito di pubblicizzare, e si accorge che le vengono le lacrime agli occhi appena sente che la Città dei divertimenti è vietata ai bambini di colore, e vede minacciose nubi di inferiorità cominciare a formarsi nel suo piccolo cielo mentale, e la sua personalità cominciare a distorcersi nello sforzo di maturare un inconscio rancore verso i bianchi; se uno deve cercare di rispondere a un figlio di 3 cinque anni che chiede: “Papà, ma perché i bianchi trattano così male la gente di colore?”; se uno, quando fa un viaggio in macchina, si trova costretto una notte dopo l’altra a dormire in posizione disagiata, in un angolo dell’automobile, perché non lo accettano in nessun motel; se tutti i giorni, immancabilmente, uno vive incalzato da umilianti cartelli su cui sta scritto “bianchi” e “di colore”; se il suo nome di battesimo diventa “negraccio”, il secondo nome “ragazzo” (qualunque sia la sua età) e il cognome diventa “John”, e se per sua moglie o sua madre nessuno usa mai il titolo di cortesia di “signora Taldeitali”; se il fatto di essere un nero lo tormenta di giorno e l’ossessiona di notte, lo costringe a vivere sempre in punta di piedi, senza sapere che cosa può capitare da un momento all’altro, se lo fa sentire angustiato da ogni sorta di paure interiori e da ogni sorta di risentimento verso l’esterno; se uno non può mai smettere di lottare contro la corrosiva sensazione di “non essere nessuno”… se tutte queste cose accadessero a voi, capireste perché per noi è difficile aspettare. Arriva il momento in cui la coppa della sopportazione trabocca, e gli uomini non accettano più di sprofondare nell’abisso della disperazione. Spero, signori, che possiate comprendere la nostra legittima e inevitabile impazienza. Sembrate molto in ansia per la nostra dichiarazione di disponibilità a violare la legge. Si tratta senza dubbio di una preoccupazione legittima. Dal momento che con tanta diligenza noi insistiamo perché sia osservata la sentenza emanata nel 1954 dalla Corte suprema, in base alla quale il regime segregazionista è bandito dalle scuole pubbliche, potrebbe in effetti apparire un paradosso che noi stessi, consapevolmente, ci disponiamo a violare le leggi. Si potrebbe chiedere: “Come potete propugnare la violazione di alcune leggi e l’osservanza di altre?”. La risposta sta nel fatto che ci sono due tipi di leggi: giuste e ingiuste. Sarei il primo a invocare l’osservanza delle leggi giuste: abbiamo una responsabilità non soltanto legale, ma anche morale, che ci impone di obbedire alle leggi giuste. Di converso, abbiamo anche la responsabilità morale di disobbedire alle leggi ingiuste: io concordo con sant’Agostino nel ritenere che “una legge ingiusta non è legge”. Ora, qual è la differenza fra le une e le altre? Come si fa a stabilire se una legge sia giusta o ingiusta? Una legge giusta è un codice composto dall’uomo che corrisponde alla legge morale o alla legge di Dio. Una legge ingiusta è un codice in disarmonia con la legge morale. Per usare il linguaggio di san Tommaso d’Aquino: una legge ingiusta è una legge umana che non è radicata nella legge eterna e naturale. Una legge che eleva la personalità umana è giusta; una legge che degrada la personalità umana è ingiusta. Tutti gli statuti del segregazionismo sono ingiusti perché il regime segregazionista distorce l’anima e danneggia la personalità: al segregazionista conferisce un falso senso di superiorità, a chi è vittima della segregazione un falso senso di inferiorità. Per usare la terminologia del filosofo ebreo Martin Buber, il segregazionismo sostituisce al rapporto “Io?Tu” un rapporto “Io?Oggetto” (1), ossia finisce con il considerare le persone come cose. Quindi il segregazionismo non è soltanto privo di fondamento politico, economico, sociologico: è contrario alla morale e peccaminoso. Paul Tillich dice che il peccato è separazione. Il segregazionismo non è forse un’espressione esistenziale della tragica separazione dell’uomo, della sua orribile alienazione, della sua atroce peccaminosità?

Perciò io posso insistere perché si osservi la sentenza emanata dalla Corte suprema nel 1954, in quanto moralmente giusta; e posso insistere perché non si obbedisca alle ordinanze del regime segregazionista, in quanto moralmente ingiuste. Consideriamo un esempio più concreto di leggi giuste e ingiuste. È ingiusta la legge di cui un gruppo maggioritario per numero o per potenza impone l’osservanza a un gruppo minoritario, mentre esenta se stesso dalla stessa osservanza. Questa è la differenza fatta legge. Allo stesso modo, la legge giusta è quella che una maggioranza impone alla minoranza di osservare, essendo comunque disposta a osservarla a sua volta. Questa e l’uguaglianza fatta legge. Permettetemi di fornire un’altra spiegazione. Una legge è ingiusta se viene inflitta a una minoranza che, vedendosi negato il diritto di voto, non ha contribuito affatto alla formulazione o all’approvazione della legge. Chi può dire che il governo dell’Alabama, autore delle leggi 4 segregazioniste vigenti sul suo territorio, sia stato eletto democraticamente? In tutto l’Alabama si adotta ogni sorta di espediente surrettizio per impedire ai neri di essere registrati nelle liste elettorali, e in certe contee, dove pure i neri costituiscono la maggioranza della popolazione, neppure uno solo di loro è presente nelle liste. È possibile considerare conforme ai richiesti criteri democratici una legge promulgata in simili circostanze? Talvolta una legge è giusta in apparenza e ingiusta nell’applicazione. Per esempio, io sono stato arrestato con l’accusa di avere sfilato durante una manifestazione non autorizzata. Ebbene, non c’è niente di ingiusto in un’ordinanza che richiede un’autorizzazione per poter sfilare in un corteo: ma la stessa ordinanza diventa ingiusta quando è usata per conservare il regime segregazionista e per negare ai cittadini l’esercizio di un diritto sancito dal Primo Emendamento, quello di riunirsi e protestare in forma pacifica. Spero che riusciate a comprendere la distinzione che cerco di far notare. Non sono in nessun senso favorevole a chi elude o sfida la legge, come vorrebbe il segregazionista violento. Il risultato sarebbe l’anarchia. Chi infrange una legge ingiusta lo deve fare in modo aperto, con amore ed essendo quindi disposto ad accettare la pena corrispondente. La mia opinione è che l’individuo che infrange una legge perché la sua coscienza la ritiene ingiusta, ed è disposto ad accettare la pena del carcere per risvegliare la coscienza della comunità circa la sua ingiustizia, manifesta in realtà il massimo rispetto per la legge. S’intende che una simile forma di disobbedienza civile non è affatto una novità. Ne esiste un esempio sublime nel rifiuto di Sidrac, Mesac e Abdenago di obbedire al comando di Nabucodonosor [cfr. Dn, 3], in nome di una legge morale più alta. E stata praticata in modo superbo dai primi cristiani, che erano disposti ad affrontare leoni famelici e lasciarsi fare a pezzi dal carnefice piuttosto che sottomettersi ad alcune leggi ingiuste dell’impero romano. Fino a un certo punto, la libertà di insegnamento di oggi è diventata una realtà grazie a Socrate, che praticò la disobbedienza civile. Nel nostro stesso paese, il “tè di Boston” (2) ha rappresentato un gesto di disobbedienza civile su vasta scala. Non dovremmo mai dimenticare che tutto quel che ha fatto Adolf Hitler in Germania era “legale”, e tutto quel che hanno fatto in Ungheria i combattenti per la libertà era “illegale”. Nella Germania di Hitler aiutare e confortare un ebreo era “illegale”. Eppure sono sicuro che, se fossi vissuto nella Germania di allora, avrei aiutato e confortato i miei fratelli ebrei. Se oggi vivessi in un paese comunista, dove certi principi cari alla fede cristiana sono banditi, propugnerei apertamente la disobbedienza alle leggi antireligiose di quel paese. Per onestà devo confessare due cose a voi, miei fratelli cristiani ed ebrei. In primo luogo, devo confessare che negli ultimi anni i bianchi di opinioni moderate mi hanno dato una grave delusione. Starei quasi per arrivare alla spiacevole conclusione che nel cammino dei neri verso la libertà l’ostacolo maggiore non è l’aderente al “White Citizens Council” [Consiglio dei cittadini bianchi], o l’affiliato del Ku Klux Klan, bensì il bianco moderato, che ha a cuore l’”ordine” più della giustizia; che preferisce la pace negativa, ossia l’assenza di tensioni, a una pace positiva, ossia la presenza della giustizia; che dice sempre: “Sono d’accordo con voi per quanto riguarda gli obiettivi che vi prefiggete, ma non posso essere d’accordo con i vostri metodi di azione diretta”; che crede, nel suo paternalismo, di poter essere lui a determinare le scadenze della libertà di un altro; che vive secondo un concetto mitico del tempo e continua a consigliare ai neri di attendere “un momento più propizio”.

La scarsa comprensione da parte di persone bendisposte è ben più frustrante dell’assoluta incomprensione mostrata da chi è maldisposto. L’accettazione tiepida sconcerta assai più del rifiuto secco. Io avevo sperato che i bianchi moderati comprendessero che la legge e l’ordine esistono allo scopo di fondare la giustizia, e quando falliscono questo obiettivo diventano dighe pericolosamente strutturate, ostruzioni lungo il flusso del progresso sociale. Avevo sperato che i bianchi moderati potessero comprendere come la tensione oggi presente negli stati del Sud sia un passaggio necessario nella transizione da una perniciosa pace negativa, in cui i neri accettavano passivamente 5 il loro ingiusto destino, a una pace sostanziale e positiva, in cui tutti gli uomini rispettino la dignità e il valore della persona umana. In effetti, noi che siamo impegnati nell’azione diretta non siamo i creatori della tensione: ci limitiamo a portare in superficie la tensione nascosta che già esiste; la portiamo alla luce, dove può essere vista e affrontata. Come un foruncolo che non potrebbe mai guarire se continua a rimanere coperto, e invece dev’essere esposto in tutta la sua bruttura all’azione di aria e luce, i medicamenti naturali: così, se vogliamo guarire l’ingiustizia, dobbiamo metterla a nudo, con tutte le tensioni che un simile svelamento crea, esponendola alla luce della coscienza umana, all’aria dell’opinione pubblica del paese. Nel vostro documento dichiarate che le nostre azioni sono da condannare perché, sebbene pacifiche, determinano lo scoppio della violenza. Ma una simile asserzione è davvero logica? Non è un pò come condannare l’uomo rapinato perché il fatto di possedere del denaro ha determinato l’azione malvagia della rapina? Non è un pò come condannare Socrate perché la sua indefettibile dedizione alla verità e le sue indagini filosofiche hanno determinato l’azione di una plebaglia mal consigliata, che ha finito con l’obbligarlo a bere la cicuta? Non è un pò come condannare Gesù perché l’unicità della sua coscienza di Dio e la sua incessante devozione a Dio hanno determinato l’azione malvagia della crocefissione? Dobbiamo deciderci a capire che, secondo quanto affermato dalle coerenti sentenze dei tribunali federali, non è giusto insistere perché un individuo smetta di adoperarsi per vedere rispettati i propri diritti costituzionali fondamentali, con la scusa che tale tentativo potrebbe provocare atti violenti. La società deve proteggere il rapinato e punire il rapinatore. Avevo sperato inoltre che i bianchi moderati respingessero la visione mitica del tempo per quanto riguarda la lotta per la libertà. Ho appena ricevuto una lettera da un fratello bianco che vive in Texas. Mi scrive: “Tutti i cristiani sanno che prima o poi ai popoli di colore sarà data la parità di diritti, ma può darsi che lei esageri nella sua ansia religiosa di accelerare i tempi. Il cristianesimo ha impiegato quasi duemila anni per arrivare dov’è oggi. La dottrina di Cristo richiede tempo per scendere sulla terra”. Questo atteggiamento nasce da una concezione tragicamente errata del tempo, dall’idea curiosa e irrazionale che lo scorrere del tempo abbia in se stesso l’immancabile dote di guarire ogni male. In realtà, il tempo è neutro: può essere usato in modo distruttivo oppure costruttivo. Io ho la sensazione sempre più forte che le persone malintenzionate abbiano saputo usare il tempo in modo assai più efficace, rispetto alle persone benintenzionate. Nella nostra generazione dovremo pentirci non soltanto per le parole e gli atti odiosi di cui sono responsabili i cattivi, ma anche per lo spaventoso silenzio dei buoni. Il progresso umano non viaggia sui binari dell’inevitabile: si produce grazie agli sforzi instancabili di uomini disposti a collaborare con Dio, e senza il loro duro lavoro il tempo stesso diventa un alleato delle forze della stagnazione sociale. Dobbiamo usare il tempo in modo creativo, sapendo che i tempi sono sempre maturi per fare quel che è giusto. È adesso il momento giusto per attuare nella realtà la promessa della democrazia, per trasformare la nostra elegia nazionale sospesa in un salmo creativo di fraternità. È adesso il momento giusto per sollevare la nostra politica nazionale dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale, fondandola sulla solida roccia della dignità umana. Voi definite estremiste le nostre iniziative a Birmingham. Sul momento sono rimasto piuttosto deluso che dei confratelli vedessero le mie azioni nonviolente come espressione di estremismo. Ho cominciato a riflettere sul fatto che all’interno della comunità nera mi trovo preso fra due forze opposte. Una è la forza dell’acquiescenza costituita in parte da neri che dopo lunghi anni di oppressione hanno perduto a tal punto il rispetto di sè e il sentimento di essere persone da arrivare a adattarsi al regime segregazionista; e in parte, da un ristretto numero di neri appartenenti alla classe media i quali, poiché posseggono una certa misura di sicurezza accademica ed economica e in certo modo traggono vantaggio dal segregazionismo, sono diventati insensibili ai problemi delle masse. L’altra forza è costituita dal rancore e dall’odio, e si avvicina pericolosamente all’idea di propugnare la violenza: si esprime nei diversi gruppi dei nazionalisti neri che stanno nascendo in tutto il paese, fra i quali il più vasto e celebre è il movimento musulmano di Elijah Muhammad. Si tratta di una 6 formazione alimentata dal senso di frustrazione che coglie i neri di fronte alla persistenza della discriminazione razziale, costituita da persone che hanno perduto la fede nell’America, hanno ripudiato del tutto il cristianesimo, e si sono persuase che l’uomo bianco è un “demonio” irrecuperabile. Io ho cercato una posizione a metà strada fra queste due forze: ho detto che non dobbiamo imitare nè il “non far niente” di chi si crogiola nell’autocompiacimento nè l’astio e la disperazione dei nazionalisti neri. Infatti esiste la via eccellente, quella dell’amore e della protesta nonviolenta. Sono grato a Dio per il fatto che grazie all’influenza della chiesa nera, la via della nonviolenza sia diventata parte integrante della nostra lotta. Se non fosse emersa questa filosofia, oggi, ne sono convinto, in molte strade del Sud il sangue scorrerebbe a fiumi. E inoltre sono convinto che se i nostri fratelli bianchi liquidano con gli epiteti di “mestatori” e “fomentatori di disordine” quanti di noi si dedicano all’azione diretta nonviolenta, e se rifiutano di appoggiare i nostri tentativi nonviolenti, milioni di neri saranno colti da frustrazione e disperazione, e cercheranno sollievo e sicurezza nelle ideologie dei nazionalisti neri: un esito che non mancherebbe di provocare uno spaventoso incubo razziale. I popoli oppressi non possono rimanere oppressi per sempre. Prima o poi l’anelito alla libertà si manifesta, e questo è accaduto ai neri americani. Qualcosa nel loro intimo ha ricordato loro che per nascita hanno diritto alla libertà, e qualcosa all’esterno ha ricordato loro che la libertà può essere ottenuta. Per vie consapevoli o inconsce, lo “spirito dell’epoca” ha toccato anche loro, e insieme ai fratelli neri dell’Africa e ai fratelli di pelle scura o gialla in Asia, in Sudamerica e nei Caraibi, i neri degli Stati Uniti si muovono con un senso di grande urgenza verso la terra promessa della giustizia razziale. Se riconosciamo questa spinta vitale che coinvolge l’intera comunità nera, capiremo subito perché si verificano le manifestazioni pubbliche. I neri hanno molti risentimenti repressi e frustrazioni latenti, ai quali devono dare libero sfogo. Perciò lasciateli sfilare in corteo; lasciateli andare in pellegrinaggi di preghiera fin sotto il municipio; lasciateli partire per i “viaggi della libertà”: e cercate di capire come mai devono fare queste cose. Se le loro emozioni represse non potranno esprimersi in forme nonviolente, cercheranno un’espressione violenta: e questa non è una minaccia, è una realtà storica. Perciò io non ho detto al mio popolo: “Sbarazzatevi della vostra insoddisfazione”. Ho cercato piuttosto di dire che questa insoddisfazione, normale e sana, può trovare modo di esprimersi in forme creative, con l’azione diretta nonviolenta. Ora una simile posizione viene definita estremista. Ma sebbene sul momento mi disturbasse essere messo nel novero degli estremisti, continuando a riflettere sull’argomento sono arrivato pian piano a ricavare una certa soddisfazione da questa etichetta. Gesù non era forse un estremista dell’amore? “Amate i vostri nemici, fate bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi calunniano e vi perseguitano” [Lc, 6, 27?28]. Amos non era forse un estremista della giustizia? “Il diritto abbia il suo corso come l’acqua, e la giustizia come un fiume perenne” [Am, 5, 24]. Paolo non era forse un estremista del vangelo cristiano? “Io porto nel mio corpo le impronte di Gesù” [Gal, 6, 171]. Martin Lutero non era forse un estremista? “Qui sto e non posso altrimenti, che Dio mi aiuti”. E John Bunyan: “Preferisco restare in prigione fino alla fine dei miei giorni piuttosto che fare scempio della mia coscienza”. E Abraham Lincoln: “Questa nazione non può sopravvivere schiava per metà e libera per metà”. E Thomas Jefferson: “Noi riteniamo queste verità essere evidenti di per sè: che tutti gli uomini sono creati uguali…”. Perciò non si tratta tanto di sapere se siamo estremisti o no, ma piuttosto quale tipo di estremisti siamo. Siamo estremisti dell’odio o dell’amore? Siamo estremisti nel difendere l’ingiustizia o nell’estendere l’ambito della giustizia? Nella drammatica scena del calvario ci sono tre uomini crocefissi. Non dobbiamo mai dimenticare che tutti e tre sono stati crocefissi per lo stesso delitto, un delitto di estremismo: due erano estremisti dell’immoralità, e quindi sono caduti al di sotto del loro 7 ambiente; il terzo, Gesù Cristo, era un estremista dell’amore, della verità, della bontà, e in virtù di questo si è innalzato al di sopra del suo ambiente. Forse gli stati del Sud, la nazione e il mondo hanno un estremo bisogno di estremisti creativi. Avevo sperato che i bianchi moderati comprendessero questo bisogno. Forse ho peccato per eccessivo ottimismo; forse pretendevo troppo. Forse mi sarei dovuto rendere conto che ben pochi appartenenti alla razza degli oppressori possono comprendere i gemiti profondi e gli aneliti appassionati di chi appartiene alla razza oppressa; e sono ancor più rari gli uomini dotati di un’ampiezza di vedute tale da capire che occorre sradicare l’ingiustizia con un’azione forte, persistente e determinata. Tuttavia provo gratitudine al pensiero che alcuni dei nostri fratelli bianchi del Sud hanno colto il senso di questa rivoluzione sociale e si sono impegnati per realizzarla. Sono ancora troppo pochi per numero, ma la loro qualità è grande. Alcuni ? come Ralph McGill, Lillian Smith, Harry Golden, James McBride Dabbs, Ann Braden e Sarah Patton Boyle ? hanno scritto sulla nostra lotta in modi eloquenti e profetici. Altri hanno marciato con noi in corteo lungo strade senza nome del Sud; si sono lasciati relegare in prigioni sudicie e infestate di scarafaggi, a patire gli insulti e la brutalità dei poliziotti che li considerano “sporchi amici dei musi neri”.

A differenza di molti loro fratelli e sorelle di vedute moderate, hanno compreso la spinta impellente di questo momento storico, hanno sentito la necessità del potente antidoto dell’ azione per combattere il male del segregazionismo. Dirò adesso della seconda grossa delusione che ho provato. Sono rimasto gravemente deluso dalla chiesa bianca e dalle sue gerarchie. Ci sono, s’intende, alcune eccezioni degne di nota. Non dimentico che ci sono state importanti occasioni in cui ognuno di voi ha preso posizione su questo problema. La elogio, reverendo Stallings, per l’atteggiamento cristiano che ha assunto la scorsa domenica, accogliendo i neri al culto da lei presieduto e quindi rifiutando il segregazionismo. Elogio le autorità cattoliche di questo stato per aver introdotto l’integrazione razziale nello Spring Hill College diversi anni orsono. Ma nonostante queste eccezioni degne di nota, devo in tutta onestà ripetere che la chiesa mi ha deluso. Non lo dico come certi critici distruttivi, che trovano sempre qualcosa da rimproverare alla chiesa. Lo dico come ministro del vangelo che ama la chiesa, che è stato allevato nel suo seno, sostenuto dalle sue benedizioni spirituali e che le resterà fedele per quanto si prolungherà il filo della vita. Alcuni anni fa, quando mi sono trovato scaraventato all’improvviso alla guida della protesta degli autobus a Montgomery, nell’Alabama, pensavo che la chiesa dei bianchi ci avrebbe sostenuto. Pensavo che i ministri del culto protestante, i sacerdoti cattolici, i rabbini del Sud sarebbero stati i nostri più forti alleati. Invece, alcuni si sono opposti a noi in modo diretto, rifiutando di comprendere il movimento per la libertà e descrivendo i suoi dirigenti sotto una luce inesatta; e fra gli altri, fin troppi si sono mostrati cauti piuttosto che coraggiosi, restando in silenzio dietro la sicurezza anestetizzante delle vetrate istoriate. A dispetto della disillusione subita, sono arrivato a Birmingham sperando che i capi religiosi bianchi di questa comunità avrebbero compreso la giustezza della nostra causa, e per una profonda esigenza morale si sarebbero posti come il canale attraverso il quale far giungere le nostre giuste lagnanze alla struttura del potere. Avevo sperato che tutti voi sapeste comprendere; ma sono stato ancora una volta deluso. Ho udito numerosi capi religiosi del Sud esortare i loro fedeli a conformarsi a una sentenza che abolisce il segregazionismo perché questa è la legge, ma avrei tanto desiderato sentire i ministri del culto bianchi dichiarare: “Obbedite a questo decreto perché l’integrazione è moralmente giusta, e perché i neri sono vostri fratelli”. Mentre ai neri venivano inflitte le più eclatanti ingiustizie, ho visto ecclesiastici bianchi restare in disparte a mormorare commenti devoti del tutto fuori tema, oppure banalità da bigotti. Mentre imperversava una battaglia poderosa per liberare la nostra nazione dall’ingiustizia economica e razziale, ho sentito molti ministri dire: “Sono problemi sociali, che non riguardano 8 davvero il vangelo”. E ho visto molte chiese dedicarsi a una religione del tutto ultramondana, che traccia una strana distinzione, estranea alla Bibbia, tra corpo e anima, tra sacro e laico. Ho viaggiato in lungo e in largo in Alabama, nel Mississippi e in tutti gli altri stati del Sud. Nelle afose giornate estive e nelle frizzanti mattinate autunnali ho guardato le bellissime chiese del Sud, con le loro alte guglie puntate verso il cielo. Ho osservato il profilo imponente degli edifici dove si attua l’educazione religiosa. Mi sono sorpreso più e più volte a pensare: “Di che genere sono le persone che pregano qui? Chi è il loro Dio? Dov’era la loro voce quando dalle labbra del governatore Barnett scaturivano parole di compromesso interlocutorio e di nullification (3)? Dov’erano, quando il governatore Wallace faceva risuonare una fanfara di sfida e di odio? Dov’erano le loro voci a sostegno quando uomini e donne neri, feriti e stanchi, hanno deciso di sollevarsi dalle buie segrete dell’autocompiacimento fino ai monti luminosi della protesta creativa?”. Sì, questi interrogativi sono ancora nella mia mente. Profondamente deluso, ho pianto per la negligenza della chiesa. Ma siate certi che le mie lacrime erano lacrime d’amore. Non può esserci una profonda delusione se non dove c’è un profondo amore. Sì, io amo la chiesa. Come potrei non amarla? Mi trovo in una situazione unica: sono il figlio, il nipote e il pronipote di pastori. Sì, vedo la chiesa come il corpo di Cristo. Ma, ahimè, di quanti sfregi e cicatrici abbiamo coperto questo corpo, per negligenza verso la società e per la paura di apparire non conformisti! C’è stato un tempo in cui la chiesa era molto potente: il tempo in cui i primi cristiani si rallegravano per essere considerati degni di soffrire per quello in cui credevano. Allora la chiesa non era un semplice termometro che misurava le idee e i principi dell’opinione pubblica: era un termostato, che trasformava il costume della società. Quando i primi cristiani entravano in una città, le autorità si allarmavano e subito cercavano di imprigionare i cristiani perché “disturbavano l’ordine pubblico” ed erano “agitatori venuti da fuori”.

Ma i cristiani non cedettero, convinti di essere “una colonia del cielo”, chiamati a obbedire a Dio e non agli uomini. Erano un piccolo numero, ma la loro dedizione era grande. Erano troppo inebriati di Dio per cedere a “intimidazioni spaventose”. Con il loro impegno e il loro esempio misero fine a mali antichi, come l’infanticidio e le lotte fra i gladiatori. Oggi la situazione è diversa. Troppo spesso la chiesa di oggi è una voce inefficace, debole, dal suono incerto. Troppo spesso è la prima a difendere lo status quo. Per lo più, la struttura di potere di una comunità non è affatto allarmata dalla presenza della chiesa, anzi è confortata dalla silenziosa – e spesso perfino stentorea – approvazione dello status quo da parte della chiesa stessa. Ma sulla chiesa incombe il giudizio di Dio, come non era mai accaduto prima. Se la chiesa di oggi non recupera lo spirito di sacrificio della comunità ecclesiale dei primi tempi, perderà la sua autenticità, renderà vana la fedeltà di milioni di aderenti, e sarà messa da parte come una associazione qualunque, priva di qualsiasi senso per il XX. secolo. Tutti i giorni incontro dei giovani in cui la delusione nei confronti della chiesa si è trasformata in vera e propria avversione. Forse sono ancora una volta troppo ottimista. Forse la religione organizzata è legata allo status quo da nodi talmente inestricabili da non essere in grado di salvare la nazione e il mondo intero? Forse devo rivolgere la mia fede alla chiesa interiore e spirituale, la chiesa all’interno della chiesa, come vera ecclesia e speranza del mondo. Ma anche qui, sono grato a Dio che nelle file della religione organizzata alcune anime nobili si siano liberate dalle catene paralizzanti del conformismo e si siano unite a noi per prendere parte attiva alla lotta per la libertà. Hanno lasciato la sicurezza delle loro congregazioni e insieme a noi hanno percorso le strade di Albany in Georgia. Hanno viaggiato per le autostrade del Sud nei tortuosi percorsi dei “viaggi della libertà”. Sì, sono andati in prigione con noi. Alcuni sono stati espulsi dalle loro chiese, hanno perduto il sostegno dei loro vescovi e confratelli ecclesiastici. Ma hanno agito sostenuti da una fede assoluta: che la giusta ragione, anche quando viene sconfitta, è più forte del male trionfante. La loro testimonianza è stata il sale dello spirito che in questi tempi tumultuosi ha preservato intatto il significato autentico del vangelo. Sono riusciti a scavare una galleria di speranza nella montagna tenebrosa della delusione. 9 Io spero che la chiesa nel suo insieme raccoglierà la sfida di quest’ora decisiva. Ma anche se la chiesa non dovesse venire in aiuto della giustizia, non dispero del futuro. Non ho timore circa l’esito della nostra lotta a Birmingham, anche se per ora le nostre motivazioni rimangono incomprese. Raggiungeremo il traguardo della libertà, a Birmingham e in tutta la nazione, perché la libertà è l’obiettivo dell’America. Per quanto maltrattati e vilipesi, il nostro destino è legato a quello dell’America. Prima che i pellegrini sbarcassero a Plymouth, noi eravamo qui. Prima che la penna di Jefferson vergasse le solenni parole della Dichiarazione d’indipendenza sulle pagine della storia, noi eravamo qui. Per oltre due secoli i nostri antenati hanno lavorato in questo paese senza ricevere compenso; hanno fatto del cotone una ricchezza; hanno costruito le case dei loro padroni mentre pativano macroscopiche ingiustizie e vergognose umiliazioni: e tuttavia, grazie a una inesauribile vitalità, hanno continuato a crescere e a svilupparsi. Se le crudeltà inaudite della schiavitù non sono riuscite a fermarci, l’opposizione con cui oggi abbiamo a che fare dovrà senza dubbio fallire. Noi conquisteremo la nostra libertà, perché nelle nostre reiterate richieste si incarnano il sacro retaggio della nostra nazione e l’eterna volontà di Dio. Prima di concludere mi sento in dovere di citare ancora un punto della vostra dichiarazione che ha suscitato in me un profondo turbamento: il caloroso elogio che rivolgete alla polizia di Birmingham per aver mantenuto “l’ordine” e “impedito atti di violenza”. Dubito che la vostra lode sarebbe stata altrettanto calorosa se aveste visto i cani della polizia affondare i denti nella carne di neri disarmati e nonviolenti. Dubito che avreste avuto tanta fretta nell’elogiare i poliziotti se aveste potuto osservare il modo sgradevole e disumano in cui trattano i neri qui nella prigione cittadina; se li aveste visti mentre prendevano a spintoni e insultavano anziane donne e ragazze nere; se li aveste visti prendere a schiaffi e a calci neri vecchi e giovani; se li aveste visti, com’è accaduto in due occasioni, mentre si rifiutavano di darci da mangiare perché volevamo cantare insieme la preghiera di ringraziamento per il nostro cibo. Nell’elogio della polizia di Birmingham non posso unirmi a voi. È vero che gli agenti hanno mostrato una certa disciplina nell’affrontare i manifestanti; in questo senso, in pubblico si sono comportati in modo abbastanza “nonviolento”.

Ma a quale scopo? Per continuare a proteggere il malvagio regime segregazionista. Negli ultimi anni ho sempre predicato che la nonviolenza esige di usare mezzi puri quanto gli obiettivi che ci si prefigge. Ho cercato di spiegare con chiarezza come sia sbagliato usare mezzi immorali per ottenere fini morali. Ma ora devo affermare che è altrettanto sbagliato, o forse è ancor più sbagliato, usare mezzi morali per difendere fini immorali. Forse Connor e i suoi poliziotti sono stati abbastanza “nonviolenti” in pubblico, come lo è stato ad Albany il capo Pritchett: ma gli uni e gli altri si sono serviti di un mezzo ineccepibile dal punto di vista morale, la non violenza, per difendere il fine immorale dell’ingiustizia razziale. Ricordo T. S. Eliot: “L’ultima tentazione è il più grande tradimento: compiere la retta azione per uno scopo sbagliato”. Avrei voluto vedervi lodare i neri che hanno partecipato ai sit-in e alle manifestazioni di Birmingham: per il loro sublime coraggio, per la disponibilità a soffrire, per la stupefacente disciplina dimostrata nonostante le forti provocazioni. Un giorno il Sud saprà riconoscere i suoi veri eroi. Saranno i James Meredith, dotati di quella nobile risolutezza che li rende capaci di affrontare lo scherno e l’ostilità di folle rabbiose e caratterizzati dalla dolorosa solitudine tipica della vita del pioniere. Saranno le vecchie donne nere, oppresse, maltrattate, personificate da quella settantaduenne di Montgomery, che facendo appello al senso della dignità, insieme al suo popolo decise di non salire più sugli autobus sottoposti al regime segregazionista, e a chi le domandava se fosse stanca dette una risposta tanto sgrammaticata quanto profonda: “Ho i piedi che non me li sento più, ma ho l’anima in pace”. Saranno gli studenti del liceo e del college, i giovani predicatori del vangelo e uno stuolo di loro confratelli più anziani: tutti, con coraggio e senza usare la violenza, pronti a sedersi al banco delle tavole calde, e disposti ad andare in prigione per il rispetto della propria coscienza. Un giorno il Sud saprà che quando questi figli di Dio diseredati si sono seduti al banco di una tavola calda, in realtà si stavano schierando a favore della parte migliore del sogno 10 americano, a favore dei valori più sacri del nostro retaggio giudaico-cristiano, e così facendo riportavano la nostra nazione ad attingere ai grandi pozzi della democrazia, scavati dai padri fondatori degli Stati Uniti quando avevano formulato la Costituzione e la Dichiarazione di indipendenza. Non avevo mai scritto una lettera tanto lunga. Temo che sia davvero troppo lunga per il vostro tempo prezioso. Posso assicurarvi che sarebbe stata assai più breve se avessi potuto scriverla seduto a una comoda scrivania, ma che cosa resta da fare, a chi si trova nell’angusta cella di una prigione, se non scrivere lunghe lettere, dedicarsi a lunghe riflessioni e pregare a lungo?

Se in questa lettera ho detto qualcosa che dipinge la verità in colori troppo accesi e indica impazienza irragionevole, vi prego di perdonarmi. Se ho detto qualcosa che dipinge la verità in colori troppo smorti e indica che la mia capacità di pazientare mi permette di accettare qualcosa di meno della fraternità, prego Dio di perdonarmi. Spero che la mia lettera vi trovi forti nella fede. Spero inoltre che presto le circostanze mi permettano di incontrarvi , non come fautore dell’integrazione o dirigente del movimento per i diritti civili, ma come collega nel ministero religioso e fratello in Cristo. E tutti insieme speriamo che le nere nubi del pregiudizio razziale si diradino presto, e la fitta nebbia del malinteso si allontani dalle nostre comunità sommerse dalla paura, e che in un domani non troppo lontano le stelle luminose dell’amore e della fraternità risplendano sulla nostra grande nazione in tutta la loro sfavillante bellezza.

Vostro per la causa della pace e della fraternità,

Martin Luther King junior

di Martin Luther King, lettera dal carcere di Birmingham del 16 aprile 1963

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