lunedì, 29 maggio 2017
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Opinioni e commenti
 

A Mosul si combatte per noi
Pubblicato il 23-10-2016


I miei sedici lettori potranno testimoniare quante volte, da due anni a questa parte, ho sottolineato la necessità di sottrarre il territorio conquistato con la forza ai barbari dell’Isis, attraverso un’azione militare di terra e di cielo dell’intera comunità internazionale. Finalmente l’operazione è iniziata, da poche settimane e con successo, sia in Iraq e sia in Siria, sia pure attraverso contingenti e alleanze tutt’ora non omogenee. Si dice ora quel che mi permisi di dire tempo fa e non sono certamente un esperto di politica internazionale. E cioè che sottrarre il territorio al cosiddetto stato islamico ha una duplice funzione. E cioè quella di togliere le risorse ai suoi adepti, ricavate in gran parte dalla vendita del petrolio e quella di sconfiggere il mito della vittoria che la propaganda dell’Isis ha sempre vantato per convincere e aggregare a sé gli islamisti di mezzo mondo.

Mosul, la seconda città dell’Iraq, è sotto assedio delle truppe regolari irachene, dei peshmerga curdi, del contingente sciita, aiutati dal cielo dagli aerei americani. Le ultime notizie filtrate dai reporter di guerra parlano di atrocità immani perpetrate dagli uomini di Al Bagdadi. Chiunque tenti di fuggire, uomini, donne, bambini, viene bloccato e ucciso. Si parla di fosse comuni in cui sarebbero stati gettati i cadaveri di 284 civili, mentre appare certo che i miliziani dell’Isis avrebbero dato alle fiamme depositi si anidride solforosa e di carburante con gravi danni per la salute dei civili. Le donne yazide, divenute schiave dei guerriglieri, sarebbero state incarcerate in quattro prigioni, pronte a divenire scudi umani o a essere massacrate dai loro persecutori. Nella cittadina di Bartella, appena conquistata, si scorgono le macerie della storia di una città cristiana, con croci a pezzi, statue decapitate, altari sbriciolati, secoli di storia spazzati via.

Anche in Siria, coi russi all’offensiva, lo stato islamico ha ormai perso gran parte del suo territorio. Restano i conflitti sulla modalità di affrontare i ribelli, che non sono tutti jidahiisti e pare che un accordo coi russi sia stato individuato sulla necessità di combattere solo i miliziani del califfato e la compagine di Al Nusra, che è di stampo islamista e terrorista, mentre sempre più evidente risulta l’impossibilità di reggere a conflitto concluso da parte di Assad. Quel che stona in tutto questo, mi dispiace sottolinearlo ancora una volta, é un certo atteggiamento italiano, molto ispirato alla logica del vecchio lodo Moro (ma era giusto preservare dagli attentati l’Italia permettendo che le armi dei terroristi palestinesi transitassero tranquillamente per andare a mietere morti laggiù?). E cioè il nostro tirarci indietro, non tanto dall’azione militare che è bene sia stata affidata alle truppe regolari e ai curdi, ma anche dalla stessa logica della guerra. Dobbiamo evitare, come negli anni settanta, attentati nel nostro paese e la prudenza anche nel linguaggio non é mai troppa. Ma se al posto nostro muoiono altri per noi non è la stessa cosa, anzi non é che muoiamo due volte? E se i jidaisti attaccassero la diga di Mosul, a 35 chilometri dalla città, protetta da centinaia di soldati italiani, noi resteremmo convinti assertori della politica della non ingerenza?

E’ giusto sottolineare come spesso fa il presidente del Consiglio, ma anche il ministro degli Esteri, che l’Italia è impegnata con numerosi contingenti militari in diversi teatri. Ma sempre, ci mancherebbe altro, in missioni di pace. La guerra la facciano i curdi che poi chiederanno ricompense e penso che la comunità internazionale dovrà pur accettarle anche entrando in conflitto con quel bel tomo di Erdogan. Vorremmo essere a capo di commissioni internazionali, avere una specie di leadesrhip sulla Libia, dove a combattere l’Isis, paradossalmente, è oggi assai di più l’esercito che fa capo a Tobruk e al generale Haftar che non quello di Tripoli riconosciuto dall’Onu. Ma se ci chiedono se ci sentiamo in guerra con qualcuno rispondiamo di no. Anzi, noi siamo in pace con tutti.

Che poi in Italia si manifestino ancora i pacifisti dell’indifferena, cosi poco sensibili al grido di dolore che si lancia laddove si muore sgozzati, con una pallottola alla nuca e sotterrati in fosse comuni, non è una novità. Trattasi, anche questo, di fenomeno italiano e prevalentemente di sinistra. Molto lontano dai sentimenti della sinistra francese di Mitterand e anche dal nouveau philosophe Henry Levi. Non sanno rispondere, costoro, a una semplice domanda. Quella che Galli della Loggia rivolgeva a uno di loro in tivù: “Ma voi volete combattere o no l’Isis?”. Ritornano alle cause e agli errori, che ci sono stati, dell’Occidente, si allargano in disquisizioni umanitarie ma astratte e non rispondono. Meno male che per loro rispondano i curdi, ai quali dovremmo non solo assicurare finalmente una patria ma fare anche un monumento. Lo disse anche Turati dopo Caporetto. A questa domanda bisogna rispondere e scegliere, o combattere o essere indifferenti alla sconfitta. Bisogna dire sì o no, proprio come nel prossimo referendum…

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Commenti all'articolo
  1. La politica estera e le vicende internazionali sono spesso di non facile comprensione per i non addetti ai lavori, causa una molteplicità di implicazioni, e siamo quindi portati ad affidarci ai nostri uomini di Stato e di Governo, sperando che facciano al riguardo le scelte più opportune, ma il Direttore tocca comunque un aspetto molto importante, ossia quello delle scelte.

    Ci sono infatti momenti storici o politici in cui le mediazioni non sono più possibili e un Paese è chiamato a fare scelte piuttosto nette, e che possono anche dividere, decidere cioè “da che parte stare” – vedi l’interventismo o meno all’epoca del primo conflitto mondiale, come ha ricordato il Direttore – anche a rischio di sbagliare, posto che solo a posteriori sapremo se abbiamo visto giusto oppure no.

    C’è purtuttavia una certa sinistra che è sempre stata abbastanza restia a decidere sulle “grandi questioni”, preferendo invece una linea più sfumata e tergiversante – che qualcuno ha anche definito “ambigua”, ma la terminologia conta poco – e si ha talvolta l’impressione che anche la nostra società sia stata un po’ “contagiata” da questa difficolta a prender posizione.

    Per fare un esempio, in tema di immigrazione, che è sicuramente materia delicata e complessa, e che non si presta ad eccessive semplificazioni, ma richiede comunque una qualche risposta, capita di ascoltare personalità illustri, e che fanno opinione, le quali partono col dire che sono sempre favorevoli all’accoglienza e al solidarismo, ma poi, sempre a loro dire, occorre tener conto di……, passano cioè ai “ma”, “tuttavia”, “sì però”, ecc….., senza arrivare ad una conclusione, che lasci capire cosa vorrebbero si facesse.

    Va da sé che molti di noi, in questo come in altri campi, sono parecchio combattuti tra l’uno o altro sentimento, e stato d’animo, ma ci rendiamo anche conto che quando non è più possibile tenere una posizione mediana, per ragioni economiche, sociali, ecc….,, bisogna imboccare l’una o l’altra direzione, anche opposte tra loro, pur nella consapevolezza di non avere la “verità in tasca”.

    Paolo B. 25.10.2016

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