domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Aleppo. Gelo Usa-Russia, via libera per Assad
Pubblicato il 04-10-2016


Ieri gli Stati Uniti hanno annunciato l’interruzione dei contatti diplomatici con la Russia per arrivare a una nuova tregua in Siria e come risposta la Russia ha sospeso un accordo con gli Usa vecchio di 16 anni per smaltire il plutonio delle armi atomiche. Sull’onda delle notizie terrificanti che arrivano da Aleppo dove la popolazione paga ogni giorno con la vita e con sofferenze enormi il costo della guerra civile, sembra che la situazione sia arrivata a una svolta importante. Quello di Washington potrebbe essere un passo indietro, o quasi, lasciando che sia Mosca a pagare il prezzo di immagine per la sua alleanza con Assad, ma al tempo stesso aprendo anche la via alla soluzione militare per la riconquista di Aleppo.
aleppoLa battaglia per Aleppo
Facciamo un passo indietro per ricordare che i guai recenti della Siria sono iniziati militarmente alla fine del 2012, sull’onda delle ‘Primavere arabe’, quando i ribelli – circa 30 mila uomini organizzati nelle file di al-Nusra (al-Qaeda) e Ahrar al-Sham (salafiti) con altre forze di opposizione laiche, riuniti nel cosiddetto Esercito libero siriano si scontrarono con l’esercito regolare subendo una prima dura sconfitta. I ribelli avevano alle loro spalle il sostegno più o meno concreto di Stati Uniti, Turchia, Francia, Croazia, Arabia Saudita, Giordania e Qatar, con l’ausilio di mercenari e contractor che avevano già partecipato alla coalizione anti-irachena.

Negli ultimi mesi l’attenzione dei mass media si è concentrata su Aleppo dove le forze ribelli sono assediate dall’esercito regolare siriano.

Come di consueto nel caso di battaglie che coinvolgono centri abitati, a farne le spese sono in larga parte civili inermi e le strutture essenziali per la sopravvivenza della comunità, acquedotti, linee elettriche, ospedali, collegamenti viari ecc.
Gli assedianti difatti, anche volendolo, non riescono a non colpire obbiettivi civili – i famosi ‘danni collaterali’ che inseguono la coscienza dell’Occidente dai tempi del Vietnam – perché nell’attacco per limitare le perdite tra le proprie file, non usano fanteria, ma mortai e bombardamenti aerei.
Le forze assediate ovviamente amplificano l’entità dei danni inflitti alla popolazione per alleggerire la pressione militare e ottenere maggiori sostegni a loro vantaggio.
Nella fase di assedio inoltre è ‘utile’ che la popolazione civile terrorizzata abbandoni le abitazioni perché questo consente agli assedianti, nella fase successiva, di penetrare più facilmente nel tessuto cittadino, anche con la fanteria, senza l’‘impiccio’ dei civili e di preoccuparsi dei ‘danni collaterali’.
Da Bagdad a Gaza city, la storia recente dell’assedio di Aleppo non fa eccezione.

La scontro sul campo
Le forze regolari siriane, sostenute attivamente dall’esercito russo e iraniano, stanno in questi giorni producendo lo sforzo maggiore possibile per far cadere Aleppo, l’ultima roccaforte in mano ai ribelli, che consentirebbe loro di stringerli in una tenaglia e conquistare l’enclave di Idlib ancora sotto il loro controllo, unificando tutto il territorio dal confine israelo-giordano fino a quello turco lungo l’asse che corre da Damasco fino ad Aleppo passando per Homs.

Per questo per Bashir Assad è assai importante la conquista di Aleppo e probabilmente per questa ragione è fallito l’ultimo tentativo di tregua umanitaria (10 settembre) che se da un lato avrebbe consentito di aiutare la popolazione civile, dall’altro avrebbe dato però respiro agli assediati consentendo loro di rifornirsi di armi e munizioni (la Turchia aveva annunciato l’invio di un convoglio di 20 camion con aiuti).

aleppo-convoglio-onu

I resti del convoglio di soccorsi dell’Onu

La tregua avrebbe dovuto consentire il ritiro delle ‘forze attive’ dalla via che conduce all’antica fortezza medievale situata nel centro di Aleppo (Kastilo road), principale strada di accesso alle zone in mano ai ribelli, e creare “una zona demilitarizzata” in quell’area. Ma la tregua è durata meno di dieci giorni.
Il 17 settembre, 62 soldati siriani sono stati uccisi in un attacco aereo della coalizione guidata dagli Stati Uniti sulla base militare siriana di Deir el-Zour. Gli Usa hanno chiesto ufficialmente scusa per l’incidente.
Pochi giorni dopo, un convoglio umanitario dell’Onu che portava soccorsi ad Aleppo, è stato colpito da aerei di cui a tutt’oggi si ignora la nazionalità. Nel bombardamento sono morti 18 autisti e l’Onu ha sospeso i soccorsi. Mosca e Washington si sono scambiate accuse reciproche.
Di certo la fine della tregua gioca a favore di Assad e per questa ragione la logica dell’‘incidente’ del bombardamento americano del 17 sulle forze regolari siriane, appare quantomeno misteriosa, a meno di non prendere per buone le giustificazioni americane e convenire però che, militarmente parlando, sono degli inetti.

Le conseguenze
L’assedio di Aleppo – e la probabile/possibile? vittoria di Assad – dimostra sul campo che da una parte c’è un’alleanza tra Damasco, Mosca e Teheran determinata a raggiungere i suoi obiettivi, ovvero una vittoria militare e politica che consenta di trattare da posizioni di forza anche l’eventuale ‘dopo Assad’, dall’altra c’è una coalizione di forze occidentali, assieme a quelle turche, saudite e degli Emirati, tutt’altro che coerente negli obiettivi di strategia politica e un arco di forze ribelli inquinate dal radicalismo islamico compreso quello di al-Nusra.
Ognuno dei partecipanti alla coalizione occidentale sembra avere obiettivi diversi: la Turchia vuole liberare il fronte curdo, sauditi ed emiratini castrare la marcia iraniana alla leadership regionale, gli Usa frenare la (ri)crescita regionale della Russia, la Francia riprendere il suo ruolo di king maker regionale e sostenere (allora) la rielezione di Sarkozy (dopo la sciagurata avventura libica) …
Più semplice invece la ‘visione’ comune del fronte che sostiene Assad: Mosca non vuole perdere il suo storico insediamento in Siria e in particolare la base militare (strategica per il Mediterraneo) di Tartus dove oggi è schierata un’imponente squadra navale; l’Iran vuole mantenere il controllo militare e politico di una porzione del Libano e per questo non può scoprire il fronte siriano, combattere il radicalismo sunnita, ma soprattutto deve costruire la sua credibilità regionale; Assad deve semplicemente salvarsi la pelle.

Anche Israele ha avuto (e probabilmente lo ha tuttora) un ruolo nella guerra civile siriana, ma sempre molto defilato nonostante la Siria occupi un posto cruciale nel suo passato come nel suo futuro, se non altro per ovvie ragioni geografiche. Israele ha avuto un ruolo sicuramente attivo all’inizio sostenendo militarmente i ribelli, ma più avanti è sembrato più preoccupato dalle conseguenze della destabilizzazione del Paese che non dalla permanenza al potere di Assad. Ancora oggi le alture siriane del Golan sono occupate illegalmente dalle forze israeliane.
Per Israele, molto pragmaticamente, è forse meglio un cattivo equilibrio con Assad (o chi per lui) al potere, che nessun equilibrio in un caos dove potrebbero trovare spazio il terrorismo islamico sunnita come quello sciita alleato di Teheran.

Ancora, mentre russi e iraniani hanno messo i loro ‘boots on the ground’, insomma sono impegnati in prima persona, americani, francesi e inglesi per ora si sono limitati a un sostegno indiretto, ambiguo, semi nascosto, con bombardamenti aerei, armamenti, intelligence, addestramento.
Niente fa credere che questa situazione possa mutare perché il rischio che militari delle due parti si trovino coinvolti in un confronto diretto, con un possibile allargamento del conflitto, viene considerato evidentemente reale ed eccessivo per tutti. Il gioco non vale la candela.
Non a caso proprio la settimana scorsa il ministro degli esteri russo Lavrov ha apertamente evocato lo spettro di uno scontro militare Usa-Russia.

Lavrov-Kerry

Il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov e l’americano John Kerry

Comunque il fronte pro-Assad è oggi parecchio in vantaggio e se sfrutta bene i tempi, può sbaragliare le opposizioni e recuperare buona parte delle posizioni perdute. Dalla sua ha almeno due fattori decisivi:
Primo. Mentre l’intervento della Russia è stato richiesto da Damasco nessuno ha chiesto alle forze pro ribelli di intervenire. Almeno formalmente i ribelli non hanno nessuna legittimità. Dicono a Mosca: “Il governo legittimo della Siria ha invitato la Russia, il suo stretto alleato. Ha chiesto a Mosca di prestare aiuto, per combattere ISIS e altri gruppi terroristici impiantati dall’Occidente e dai suoi alleati. Nel 2011 si è voluto scatenare la guerra in Siria intendendo punire il popolo siriano per aver sempre dato il proprio sostegno alla resistenza palestinese e per aver sostenuto quella irachena durante l’occupazione americana del 2003”. Lo stesso Kerry ha comunque riconosciuto che gli Usa non hanno alcun fondamento giuridico per attaccare il governo di Assad.

Secondo. Tra due mesi ci saranno le elezioni presidenziali e a Washington nessuno ha né la forza né la voglia per decidere una rischiosa escalation militare per sconfiggere Assad (e Putin). Meglio lasciare che Putin vada fino in fondo e appaia come un autocrate guerrafondaio (il ché non è poi molto lontano dalla realtà). In fin dei conti che nessuno sapesse come gestire il dopo-Assad, era chiaro fin dall’inizio.

Conclusioni
Come per la Libia, e prima ancora per l’Iraq, quando si è deciso di far cadere Assad sostenendo le forze di opposizione, nessuno sembra essersi preoccupato delle conseguenze, previsto gli sviluppi, preparato un piano ‘B’, soprattutto nel caso in cui il regime di Damasco non fosse stato sconfitto. Così hanno ignorato o sottavlutato:
la destabilizzazione militare, politica, economica, sociale dell’area e della regione;
i milioni di profughi – la metà dell’intera popolazione – in fuga dentro e fuori i confini siriani;
l’effetto ‘contagio’ del radicalismo islamico col tramite del terrorismo di Daesh, al-Nusra ecc.;
l’effetto ‘insicurezza’ che il comportamento degli Usa può produrre amici e alleati per l’ambiguità e la contraddittorietà dell’agire;
la marginalizzazione ulteriore degli interessi europei e il danno diretto e indiretto a Paesi neppure coinvolti, ma che, ad esempio, si trovano ad assorbire il flusso dei profughi;
il rischio ‘domino’ di un’implosione della Siria sui Paesi limitrofi, soprattutto Libano e poi la Giordania, ma anche Israele, intimamente connessi alle vicende del popolo siriano;
il rischio reale, per quanto remoto, di un allargamento del conflitto su base regionale e mondiale.

Prepariamoci dunque a qualche altro giorno di cattive notizie in arrivo da Aleppo, alla conquista della città da parte delle forze regolari, a un – si spera temporaneo – ulteriore peggioramento dei rapporti Usa-Russia.

A breve il capo della politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, discuterà con il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov della situazione in Siria mentre ha già parlato con il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif. Lo fanno sapere da Bruxelles, ma che serva a qualcosa è improbabile.
Il proverbio dice: chi rompe paga e i cocci sono i suoi. Qui invece i cocci – leggi migranti e profughi – sono solo nostri, con tutti i costi che comportano, economici e politici.

Carlo Correr

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