martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Alla ricerca di Dory”:
la memoria delle emozioni non si dimentica
Pubblicato il 03-10-2016


nemodoryDopo ‘Alla ricerca di Nemo’ del 2003, dal connubio Pixar e Walt Disney Pictures arriva il sequel ‘Alla ricerca di Dory’, che ne é lo spin off, per la regia di Andrew Stanton (con Angus McLane quale co-regista). Ottimo assolutamente il doppiaggio, che ha un ruolo fondamentale per rendere l’atmosfera di malinconica e nostalgica comicità ironica caratterizzante di questo film d’animazione. Attesissimo, il prodotto d’animazione gioca su elementi molteplici: non mancano certo risate e gag divertenti che fanno sorridere, ma neppure l’amarezza di alcuni tratti e passaggi salienti che racchiudono il messaggio e l’insegnamento che esso vuole dare; anche e soprattutto ai più piccoli.

Inizia un po’ in maniera incerta, confusionario, mostrando la Dory piccola che rivede e rivive il suo passato. Lo stesso caos che c’è nella mente di questa seppiolina adorabile e divertente, buffa ma mai banale o sottovalutata. Non si riesce a capire quale sia il senso di questo suo vagare…alla ricerca di non si capisce che cosa (parafrasando il titolo). Come noto lei soffre di perdita di memoria a breve termine, l’unica cosa che sembra ricordare veramente, ma poi man mano capirà quale è la sua missione. Le riaffiorano, pian piano, labili, flebili e istantanei ricordi alla mente reconditi. Lei deve ritrovare i suoi genitori perché le mancano. Così, senza pensarci due volte, parte per questa missione che si è posta, impavida del pericolo di rischiare di perdersi per sempre. Già, perché questo viaggio per lei significa conoscersi, capire se stessa e il suo valore e ritrovarsi: forse dovremmo dire “Alla scoperta di Dory” più che “Alla ricerca di Dory”; ma in fondo è lei che ricerca se stessa. Non a caso il titolo originario in inglese è “Finding Dory”, che racchiude in sé il verbo ‘find’ che significa appunto ‘trovare’. Tutto parte mentre assiste ad una lezione di Mr. Ray sulla migrazione. Scoprirà che alcuni ricordi (come si dice nel finale del film) sono “unforgettable’, ovvero ‘indimenticabili’, anche per una smemoranda quale lei. Perché sebbene le sembri, all’inizio, che non riuscire a ricordare equivalga a non soffrire, poi apprenderà il pesante senso di assenza per la mancanza delle persone care, quelle sì indimenticabili, che non potremmo mai dimenticare neppure volendo; e che anche lei, finalmente, riesce a sentire e provare.

Tuttavia Dory ha pochi punti di riferimento che possano aiutarla e condurla dai suoi genitori. Ricorda solamente che vivono al “Gioiello di Morro Bay, California” e “che i suoi genitori le dissero di seguire una scia di conchiglie per tornare a casa”, tanto che poi rammenterà persino i loro nomi: Charlie (il papà) e Jenny (la mamma). Ma lei non si arrende, dimostrando a se stessa che i limiti non sono un impedimento e che si possono superare: questa la lezione che imparerà e che insegnerà anche ai suoi amici; non mancano ovviamente Nemo e Marlin, ma ve ne saranno tanti altri: in particolare il polpo Hank, la sua amica d’infanzia Destiny, uno squalo balena, e Bailey, un beluga che crede di aver perso la sua abilità di ecolocalizzare. Il primo desidera solamente vivere in gabbia per sempre per non essere soggetto ai rischi che si possono correre in Oceano, ma Dory gli comunicherà l’importanza di essere liberi. La seconda è tremendamente miope e non riesce a nuotare libera in oceano, ma potrà vedendo guidata dai suoi compagni fedeli. Il terzo scoprirà che è solo la sua pigrizia a impedirgli di ecolocalizzare appunto.

Dory, invece, è ostinata e testarda, istintiva, incosciente, impavida del pericolo, anche quando gli altri non sembrano credere in lei. La sua regola è che “c’è sempre un modo”, come le disse suo padre, per uscire dai problemi e superare le difficoltà e gli ostacoli; anche con un briciolo di follia: “a me il folle sta bene”, sembra ripetersi continuamente per farsi coraggio. Per autoconvincersi, inoltre, prosegue sempre a chiedersi: “cosa farebbe Dory?”, come a dirsi di inventarsi qualcosa, di trovare una soluzione presa sul momento all’istante senza pensare. E, così facendo, approda all’Istituto Oceanografico dove domina la voce (vera) di Licia Colò, che sottolinea come lì la legge che domina è triplice: portare a tutti gli animali dell’oceano “soccorso, riabilitazione e liberazione”. Anche la nostra Dory arriverà ad essere libera, ma solo dopo che ha scoperto chi è veramente e quanto vale, il suo valore in assoluto a prescindere da tutte le sue imperfezioni e difetti, che chi le vuole bene adora ed ama. Ma “soccorso, riabilitazione e liberazione” equivalgono alle tre tappe della vita: infanzia, adolescenza ed età adulta; perché la maturità si raggiunge solo con l’esperienza, quando si sono coltivati dei vissuti che ci hanno forgiato e fatto capire che non bisogna mai aver paura di lottare per le cose in cui crediamo e che per noi sono importanti. Nonostante tutto e tutti. Proprio come successo a Dory. Nulla è impossibile allora, basta crederci. Perché “le cose più belle accadono per caso: questa è la vita”, come dice Dory appunto. Così “Alla ricerca di Dory”, ragiona divertendo, con tanto brio e spirito d’avventura, sul senso della famiglia, ma anche della vita. Per questo, non a caso, alla fine del film viene messa la canzone “What a wonderful world” di Louis Armstrong. La vita è meravigliosa quando si è liberi appunto, di vivere le emozioni in libertà: pare questo il vero miracolo anticipato dal film. A parte il gioco di parole, sono proprio le emozioni quello che tale film di animazione regala più di tutto il resto. Insegnando soprattutto che la cosa più importante è l’essere sempre pronti a portare “soccorso” (come cita lo slogan dell’Istituto Oceanografico), ad aiutare chi ha bisogno, chi è in difficoltà e/o in pericolo; costi quel che costi, mettendo a repentaglio la nostra stessa vita (come fanno in primis Nemo e Marlin). Basterà questa nuova consapevolezza a permettere a Dory di realizzare il suo sogno e, grazie ad essa, riuscirà Dory a ritrovare i suoi genitori, ma soprattutto la sua memoria? O questa resterà soltanto “Un’avventura indimenticabile, che lei forse non ricorderà…”, come citano le tagline del film? 

Barbara Conti

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