sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Clinton-Trump, un duello… non da ‘gentlemen’
Pubblicato il 19-10-2016


trump-clinton-showdownManca poco all’ultimo duello televisivo fra Hillary Clinton e Donald Trump, in scena dall’Università del Nevada, a Las Vegas, alle 3 del mattino, ora italiana. Il terzo e ultimo dibattito fra la candidata democratica e il candidato repubblicano alla Casa Bianca sarà condotto da Chris Wallace di Fox News e toccherà una manciata di argomenti fondamentali: l’immigrazione, il debito pubblico, la corte suprema, l’economia, la politica estera e l’idoneità a svolgere le funzioni di presidente. I due politici arrivano al dibattito con stati d’animo opposti: Clinton coi numeri dalla sua parte, ma ancora troppo variabili e alle prese con un nuovo scandalo legato alle mail del suo capo campagna elettorale; Trump travolto dalle polemiche dopo la diffusione di un vecchio video in cui fa dichiarazioni sessiste e dal successivo crollo nei sondaggi ma ancora combattivo. L’ultimo tema ricorrente della sua campagna elettorale sono i brogli.

Alla vigilia dell’ultimo scontro diretto, la situazione dei due candidati è questa: Trump è odiato e/o temuto da più di tre quarti degli americani; mentre Hillary è disprezzata e/o poco o per nulla credibile per una robusta maggioranza dei medesimi. A questo punto (siamo a due settimane dal voto) la Clinton appare nettamente” meno in coda” e può affrontare tranquillamente il suo avversario. Gli basterà continuare, come ha fatto sino ad ora, ad elencare le magagne del Magnate evasore e sessista senza dire nulla su se stessa e i suoi progetti; e, a meno che Trump trovi il colpo del KO, avrà la vittoria in tasca.
In tempi normali questa notizia sarebbe sufficiente per rassicurarci: un sospiro di sollievo e pratica archiviata. Ma il fatto è che non ci sentiamo affatto rassicurati. Non abbiamo più la catastrofe alle porte. Non saremo, nei prossimi quattro anni, in balia di un irresponsabile. Ma dovremo, nel contempo, convivere con una persona che “sa tutto ma non capisce niente”. Con una persona che si vanta di aver visitato, da segretario(a) di Stato “centoventi paesi” ma senza lasciare alcuna apprezzabile traccia di se né a livello di idee, né sul piano delle iniziative concrete.
E, per dirla tutta, ci spaventa, e non poco, non diciamo il livello ma la stessa natura del dibattito. Passi (o non passi…) che al centro dello scontro ci sia il numero (se non la presenza in sala) delle donne vittime di abusi, fisici o verbali dell’avversario o del futuro principe consorte di Hillary. Ma quello che è oggettivamente inammissibile è nessuno dei due (si fa per dire) leader di un paese che che da per scontato il diritto/dovere di esercitare questa leadership a livello mondiale abbia saputo andare oltre l’invettiva trucida o la banalità desolante nel descrivere come far fronte a questa responsabilità.
Si dirà che, superata la stretta della campagna elettorale, le cose potranno cambiare. Lo vedremo. E, allora, quello che dovremmo cercare di capire, qui e ora, è perché si sia arrivati a questo punto, in una campagna elettorale che, a memoria d’uomo, è certamente la peggiore che si sia mai vista.
Qui i tanti palati fini di nostra conoscenza, soprattutto in Europa, hanno già la risposta pronta: la colpa è del “populismo”.
A quanto si è potuto capire, si tratterebbe di una malattia contagiosa, da sempre presente in modo endemico all’interno del “popolo bue” ma per decenni tenuta a freno da gruppi dirigenti illuminati e tendenzialmente “bipartisan”. Una malattia che però sarebbe improvvisamente esplosa, come per effetto della caduta delle difese immunitarie dei sullodati gruppi dirigenti, sino ad occupare tutto lo spazio della politica; o, per dirla più esattamente, quello del partito repubblicano.
La diagnosi medica che mi sentirei di proporre è, invece, diversa. Niente malattia infettiva; piuttosto allergia di massa. E, ciò che più conta, una malattia di cui oggetto e vittima non sono le oligarchie illuminate ma piuttosto il sullodato popolo bue.
L’estremismo di destra che occuperà e distruggerà il partito repubblicano, non nasce tra i sottoproletari bianchi del sud o tra gli operai disoccupati del Midwest, è piuttosto creato a tavolinoda ideologi magari importati dall’Europa o da gruppi di pressione vicini al potere. E cresce, sempre attentamente fomentato dall’alto, per il duplice shock determinato dal fallimento della presidenza Bush e, soprattutto, dalla duplice vittoria di Obama verso il quale è la dirigenza del Gop a scatenare una guerra a morte assai simile a quella vissuta ai tempi di Roosevelt. Guerra di cui essa stessa sarà vittima con l’arrivo di Trump: a differenza degli altri populista coerente. E come tale- e non per le idee che professa (su molti temi più ragionevoli di quelle professate da cinici estremisti come Cruz e c.) condannato unanimemente.
Si è insomma, allergici ai gruppi dirigenti perché questi sono venuti meno agli impegni assunti nei confronti del loro popolo: giusti o sbagliati che fossero. E la stessa allergia si è manifestata, seppur in forme meno distruttive, all’interno del partito democratico. Per ora sedata dalla necessità di fare fronte comune contro il pericolo Trump; e, per dirla tutta, per le pressioni esercitate da Obama su Sanders. Ma sempre suscettibile di esplodere in futuro; tanto più se, come è molto probabile, la Clinton presidente si dimostrerà del tutto sorda alle sollecitazioni politico-programmatiche dello stesso Sanders a nome dei dieci milioni di persone che l’hanno sostenuto (da questo punto di vista l’atteggiamento tenuto da Hillary in campagna elettorale non lascia presagire nulla di buono).
A quel punto la crisi esploderà, magari apparentemente meno violenta ma, forse, ancora più dirompente. E stare lì con il ditino puntato e la parolina magica a disposizione per esorcizzarla non ci aiuterà affatto a capirla e risolverla.

Alberto Benzoni

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