venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Contro la “dittatura del politicamente corretto”
Pubblicato il 31-10-2016


Non passa giorno che il candidato repubblicano alla Casa Bianca Donald Trump, non sia oggetto di attacchi da parte delle vestali del “politicamente corretto”, tenendo, di converso, al riparo quella Hillary Clinton, della quale Wikileaks ci ha confermato il ruolo di rappresentate degli interessi del mondo della grande finanza, Goldman Sachs in testa. Certo il miliardario americano è un personaggio debordante: troppo ricco, con troppe donne, con troppa fortuna ostentata. Ma, è il caso di osservare, che di Trump non si condivide la violazione proprio del “politicamente corretto”, cortina fumogena del paradigma mondialista e, in Europa, dell’austerity monetarista.

Si guardino i cosiddetti “pensatori critici”, avanguardia dell’intellighenzia italica post-gramsciana, che imperversano sulle prime pagine dei quotidiani nazionali, sempre meno letti e sempre più indebitati, i cui rilievi ai problemi del nostro tempo non superano mai la soglia del pur deplorato recinto capitalistico del mondo e della sua l’ineluttabilità, senza mai varcarne i confini. Una prospettiva segnata da un manicheismo in cui non c’è alternativa tra cinismo e (sedicenti…) buonisti, tra razzisti e apologeti del melting pot, che vede protagonista la cosiddetta “sinistra democratica”, quella dei diritti civili, sostitutivi di ogni impegno sui diritti sociali e, quindi, di ogni programma, anche minimo, di critica al sistema economico globalizzato, che ha accantonato, ad un tempo, il comunismo ma anche la più pallida socialdemocrazia.

La sinistra ben pensante ed ipocrita, quella, per intendersi, che esorta all’accoglienza indiscriminata dei migranti dall’alto delle terrazze del radicalismo chic tutto cachemire e caviale, dogmaticamente attaccata a quelle dicotomie, tanto care ai vecchi e nuovi pupari della politica nazionale ed internazionale, perché gattopardescamente, “tutto cambi, per niente cambiare”, come nel caso della riforma costituzionale. Riecheggiano le parole di Dario Fo, intellettuale contradditorio nel suo percorso culturale e politico ma scomodo e non integrato, assolutamente aderenti per descrivere gli innumerevoli guitti e cantori del politically correct: “che aspettate a batterci le mani, a metter le bandiere sul balcone? Sono arrivati i re dei ciarlatani, i veri guitti sopra un carrozzone”.

E, forse, oltre l’orizzonte destra e sinistra del ’900 e quello della “dittatura del politicamente corretto”, si può andare a definire, in un diverso assetto geopolitico che pure in forma nebulosa sembra delinearsi, il recupero di alcune categorie politologiche come il comunitarismo, la sovranità nazionale, la critica al multiculturalismo imposto, l’economia sociale.

Maurizio Ballistreri

 

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Commenti all'articolo
  1. Continuerei personalmente a fare delle distinzioni e differenze, in particolare fra la cultura “liberale” e quella “illiberale” o comunque “meno liberale”, e mi sembra che il “politicamente corretto” non appartenga alla prima di queste categorie, e neppure faccia parte del patrimonio culturale della destra liberale.

    E sempre in tema di differenze ancora esistenti, mi pare che chi è orientato verso sinistra abbia un’idea un po’ diversa del multiculturalismo, e della sovranità nazionale, rispetto a chi sta ideologicamente sull’altro versante, o comunque da un’altra parte, e non a caso il nichilismo, il quale ispira sicuramente determinati atteggiamenti e modi di pensare, ha una ben precisa origine e collocazione politica.

    Paolo B. 02.11.2016

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