venerdì, 9 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Rottamatore-Rottamato, duello finale
Pubblicato il 24-10-2016


dalema-e-renziColpi sempre più duri, micidiali. Matteo Renzi, “il rottamatore”, e Massimo D’Alema, “il rottamato”, non si sono mai amati. Ma adesso la “guerra” nel Pd tra il giovane quarantenne fiorentino e il veterano sessantenne romano è salita di tono: è passata dallo scontro politico alle ironie e agli sberleffi personali. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd, intervenendo ad una riunione a Palermo in favore del “sì” al referendum costituzionale del governo, ha sfoderato una battuta corrosiva. Mentre compariva sullo schermo una immagine di D’Alema ha sparato: «Togliete quella foto, magari qui molti non hanno mangiato».
D’Alema, ex presidente del Consiglio, già segretario del Pds-Ds, non più deputato, ora semplice iscritto al Pd, è tra i principali esponenti delle minoranze interne del partito in favore del ‘no’ al referendum costituzionale del 4 dicembre. Di qui la lotta senza quartiere. Una parte delle sinistre del Pd, come le opposizioni, bocciano senza appello la revisione costituzionale soprattutto se sommata all’Italicum, la nuova legge elettorale maggioritaria per le elezioni politiche. Le accuse sono pesantissime: rischi di deriva autoritaria, di regime, di dittatura. D’Alema ha accusato: è una riforma sbagliata «perché riduce gli elementi di controllo democratico e, combinata con l’Italicum, trasforma il Parlamento nella falange di un capo».
Ha rincarato le accuse contro il premier-segretario: «C’è un clima di intimidazione avvertito da chi vuole votare ‘no’ al referendum»; in favore del ‘sì’ c’è «uno schieramento minaccioso da cui capita di subire insulti». Il presidente della Fondazione culturale Italianieuropei ha puntato il dito contro «una forte personalizzazione della politica e un’idea di partito personale» realizzati da Silvio Berlusconi; poi ha lanciato un’altra accusa sanguinosa contro Renzi: «È paradossale che tra i suoi allievi ci sia anche il leader del centro-sinistra».
Berlusconi, l’avversario storico della sinistra, il leader del centro-destra con il quale sia Renzi sia D’Alema hanno sottoscritto accordi per attuare le riforme istituzionali, è utilizzato dai due contendenti come l’uomo al quale l’altro si è arreso. Il “rottamatore” è andato giù pesantissimo. Il Cavaliere voterà ‘no’ al referendum: Berlusconi e D’Alema fanno la stessa scelta, “si amano”. Il presidente del Consiglio ha rilanciato: la riforma costituzionale serve a ridurre i costi della politica, a velocizzare il processo legislativo, a modernizzare le istituzioni, il premier non avrà maggiori poteri: «Se il referendum passa è finita la stagione degli inciuci», se vincerà il ‘no’ allora «non cambierà niente per i prossimi venti anni». Le accuse di dittatura? «Questa è una democrazia e metterla in discussione significa insultare l’Italia e non ve lo permettiamo».
Lo scontro tra due diverse visioni politiche si è allargato finanche agli aspetti personali. Il duello cominciò quasi tre anni fa, quando Renzi divenne presidente del Consiglio e segretario del Pd. Lanciò subito un appello alla discontinuità politica e generazionale. Furono “rottamati” vari dirigenti della “vecchia guardia” del partito come Romano Prodi, Walter Veltroni e D’Alema. Tuttavia sotto mira è finito soprattutto quest’ultimo, dirigente storico del Pci-Pds-Ds-Pd, per trent’anni uno dei principali esponenti della sinistra e del sistema politico italiano. D’Alema ha dato battaglia a tutto campo, ha sempre smentito ogni intenzione di realizzare una scissione, ma adesso lo scontro è arrivato a un bivio.
I prossimi appuntamenti sono il referendum e il congresso Pd dell’anno prossimo. D’Alema, come le sinistre del partito, ha detto basta al doppio incarico di presidente del Consiglio e di segretario. Renzi rischia di perdere tutto: se vincesse il ‘no’ al referendum (i sondaggi lo danno in vantaggio sul ‘sì’) a dicembre potrebbe essere disarcionato dalla guida del governo e al congresso alla fine del 2017 potrebbe dire addio anche alla segreteria del Pd. Se vincesse il ‘sì’, invece, potrebbe consacrare la sua egemonia sul Pd e sul sistema politico italiano. La partita è aperta.

Rodolfo Ruocco

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento