giovedì, 8 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Dario Conti
Diciamo Sì al referendum
Pubblicato il 21-10-2016


Il 4 dicembre p.v. i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per esprimere un Sì oppure un No al referendum confermativo sulla riforma costituzionale, non avendo ottenuto, in parlamento, la maggioranza dei due terzi come prevede l’art.138, secondo comma ultimo paragrafo della Costituzione. La riforma non tocca i principi fondamentali, né la prima parte dell’attuale carta costituzionale. Non attribuisce nuovi poteri al presidente della repubblica; modifica semplicemente il sistema di elezione. Non sono neppure previsti nuovi e maggiori poteri al presidente del consiglio, che rimangono tali e quali agli attuali. Viene pertanto meno ciò che vogliono far credere i fautori del No, ovvero  un presidente con più poteri e autoritario. Cancella finalmente il bicameralismo perfetto. Quel ping-pong di disegni di legge tra Camera e Senato, che allunga assai i tempi di approvazione. La fiducia al governo sarà data soltanto dalla sola Camera dei deputati, senza più l’inutile ripetizione al Senato. E’ prevista la diminuzione del numero dei parlamentari, con un nuovo Senato (degli enti locali), che passerà da 350 a 100, composto di 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 di nomina presidenziale; quest’ultimi  in carica solo 7 anni. Tutti senza indennità di funzione e con un nuovo e diverso sistema elettivo.

E’ previsto un nuovo sistema per l’elezione dei 5 giudici della Corte Costituzionale; saranno eletti separatamente, due dal Senato e tre dalla Camera. Si modifica il Titolo V della Costituzione togliendo alle Regioni alcune materie riportandole alla competenza statale per meglio coordinarle e uniformarle a livello nazionale. Più firme, necessiteranno, per presentare proposte di legge d’iniziativa popolare. In compenso ci sarà una data certa per la pronuncia della Camera, senza più il rischio d’’insabbiamento, come purtroppo è accaduto per alcune di esse (come quella contro la chiusura dei piccoli tribunali, sessanta mila firme e firmata da moltissimi camerinesi). Sarà abolito il CNEL (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro), che nulla ha prodotto in tutti i suoi anni di vita, se non quello di pagare assai profumatamente i componenti del CdA con i relativi funzionari. Anche le Province saranno cancellate, sostituite, ora, dalle Aree vaste. E’ pure previsto il giudizio preventivo di legittimità da parte della Consulta sulle leggi elettorali prima che siano promulgate.

Viene modificato in parte il quorum del referendum abrogativo; il voto è valido se partecipa il 50% degli aventi diritto (come è oggi), ma se il referendum sarà richiesto da almeno 800mila elettori, il quorum scende al 50% dei votanti alle ultime elezioni politiche.
Nascono due nuovi tipi di referendum: quello propositivo e quello d’indirizzo.

Nell’articolo 55 entra un nuovo comma relativo all’equilibrio di genere( quote rosa): “Le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza”. Simili norme varranno anche per le elezioni dei Consigli Regionali. Questi, in breve sintesi, i principali punti della riforma.

Non si capisce la posizione assunta dall’Anpi, schieratosi per il No. Non si vede cosa centrano con la Carta Costituzionale i principi e i valori della Resistenza. Non tutti gli iscritti la pensano come i responsabili nazionali dell’Anpi. I sostenitori del No non entrano nel merito della riforma, la contestano solo per una semplice posizione politica allo scopo di mandare a casa Renzi, senza porsi il problema del dopo, solo perché è insopportabile o meglio indigesto alla destra,alla sinistra radicale e conservatrice, alla sinistra del Pd anche essa conservatrice e a tutti quei populismi o populisti che vogliono che nulla si modifichi.

Certo la riforma costituzionale poteva essere fatta meglio, ma la necessità ovvero l’inciucio della mediazione tra le compagini politiche di maggioranza, data la composizione del parlamento, ha portato a tale risultato. Comunque è un piccolo passo in avanti per l’Italia che vuole cambiare. Con i diversi sistemi elettorali, avuti nel  corso degli anni dal dopo guerra ad oggi, non si è mai riusciti a riformare nulla. Sempre sottoposti alla logica del mediare, fra alleati di governo, prima che una legge passasse. Da più di sessant’anni parliamo sempre delle stesse materie senza riformarle. Solo nel primo centro sinistra degli anni sessanta si è vissuto il periodo delle riforme. Dalla scuola, alla sanità, dallo stato sociale, alla nazionalizzazione dell’energia elettrica, all’istituzione delle regioni, che, purtroppo, con il passare del tempo hanno dimostrato tutto il loro limite, burocratizzandosi sempre di più e allontanandosi dalle necessità dei cittadini.

Si poteva prevedere anche una diminuzione dei parlamentari diminuendone il numero tra Camera e Senato senza modificare il tipo di elezione dei senatori. Dopo oltre settant’anni si poteva prevedere la cancellazione delle Regioni e delle province a statuto speciale, che subito dopo la guerra avevano una ragione, essendo regioni di confine e insulari; ora non hanno più senso. Creano solo disparità con le altre regioni. Se nulla cambierà, rimarremo con l’“istituto” della mediazione, con tutto il nulla che fino adesso ha prodotto.

Infine non si comprende l’accostamento, il famoso combinato disposto, che quelli del No  fanno con l’Italicum. Un conto è la legge elettorale, un conto è la riforma costituzionale. L’“Italicum” potrà pure essere modificato (mancanza delle preferenze, il doppio turno e il premio di maggioranza alla lista). In agguato, però, ci sarà sempre il rischio della mediazione. Il 4 dicembre non è in gioco il futuro di Renzi, bensì quello dell’Italia.

Un No è senza prospettive, farà rimanere il nostro Paese così come è. Un’Italia ingovernabile e senza speranza. Riusciremo finalmente ad entrare nella quarta repubblica, visto la fine che ha fatto la prima, la seconda è abortita e la terza non è mai nata?

Dario Conti
Consiglio nazionale Psi e presidente federazione socialista Macerata – Ex sindaco di Camerino

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. riecco le motivazioni dei nostri Comitati per il NO (i 56 costituzionalisti, ANPI, CGIL, forze sociali di CSX, molte personalità trasversali ecc).
    1) E’ falso dire che ‘aspettavamo da trent’anni’. Negli ultimi 15 anni ci sono state 13 modifiche di parti della Cost (e nel 2001 il CSX sbagliò nel metodo sul titolo V ma non granché nella sostanza). Però bisogna che la ‘manutenzione sia fatta bene perché la Cost è di tutti. Inoltre ricordiamo che anche nei progetti di VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) dopo tanto discutere spesso ci si rende conto che è meglio…l’opzione zero.
    2) Il Parlamento che ha votato (con forzature e canguri) questa de-forma è quello che la C.Cost nel gennaio 2014 aveva dichiarato eletto con una legge in buona parte incostituzionale. In ogni caso è un Parlamento pieno di trasformisti ed eticamente non adatto a modificare il 40% della Cost. Nel marzo 2014 bastava lasciare lavorare il governo E. Letta ma Renzi (Enrico stai sereno..) aveva fretta..di fare il figo e il nuovista (non innovatore).
    3)Il bicameralismo paritario causa ritardi? Intanto il parlamento bicamerale è sempre stato molto produttivo (anche questo..) e la media dei tempi per una nuova legge è di 110 gg tra le due camere (ma abbiamo fatte leggi anche in 10 gg). E poi in Italia abbiamo bisogno di delegificare/semplificare ed eventualmente di fare poche buone leggi.
    3) C’erano alternative valide. Invece di avere 730 parlamentari (630 dep +100 senatori indiretti) la proposta del PD V. Chiti DIMEZZAVA i 1000 e mantenendo il senato elettivo su base regionale, ne differenziava i compiti talchè la fiducia e il bilancio sarebbero stati votati solo dalla Camera. Questa proposta è stata rilanciata recentemente dal prof.Pasquino e dal prof.Pertici (in sostanza anche Quagliariello e D’Alema). E in parte ricalca la proposta della N.Jotti di 30 anni fa (che però manteneva una legge elettorale proporzionale)
    4) Aumenta il coinvolgimento popolare? Balle. D’ora in poi –art.71- le leggi di iniziativa popolare richiederebbero 150 mila firma (sinora erano 50 mila) e per la ‘obbligatorietà’ di esaminarle …si attendono le norme che per ora non ci sono. Idem per quanto riguarda i futuri referendum di indirizzo –art.70- così come sono da definirsi le modalità tecniche di elezione dei consiglieri regionali e sindaci. Campa caval..E poi chi si fida di Renzi?
    5) Il nuovo senato fa risparmiare? A prescindere dalla pochezza populistica dell’approccio, nella scorsa legislatura il bilancio del Senato di 315 membri era stato di 600 milioni di cui solo 50 di indennità ai senatori. Il resto sono costi fissi che non scompaiono in due ore..E inoltre i ‘regionali’ non andranno a Roma in bicicletta..O no? (per la cronaca col boicottaggio del referendum sulle ‘trivelle’ Renzi ha volutamente sperperato 50 milioni nostri, cioè la % di 360 milioni totali riferita ai 1200 Comuni dove si è votato a giugno). E a proposito, quanto costa oggi Palazzo Chigi pieno di consulenti renziani?
    6) Il nuovo Senato – ancorchè depotenziato e subalterno alla Camera- mantiene prerogative importanti (su UE, Stato-regioni ecc): a prescindere dalla effettiva competenza dei 74 regionali + 21 sindaci (ma dove troveranno il tempo?) questi a chi risponderanno? Inoltre la moltiplicazione delle modalità dei procedimenti legislativi (art.70) fa intravedere sicuri contrasti sulle competenze tra Stato e regioni ordinarie . Alternative? Il Bundesrat tedesco o un vero monocameralismo (ma allora con altro sistema elettorale). magari ‘costituzionalizzando’ la ‘Conferenza Sato-regioni.
    7) Il nuovo testo è erede dell’Ulivo? Balle. Nel programma del 1996 si parlava di un senato di ‘ispirazione federale’ (Camera delle regioni) ma il sistema elettivo non era specificato. Idem nel programma di Ulivo 2006 , dove si chiedeva un bicameralismo differenziato e un senato di 150 membri regionali ma si dava per scontata l’elezione diretta e ovviamente su un solo collegio regionale (non in 10 come Italicum).
    8) La fragilità attuale dei governi in Europa non dipende dalla Costituzione ma dalla coesione delle forze politiche e potrebbe perpetuarsi anche con una sola Camera…ed in più ora nei vari paesi emergono scenari tri o quadri polari .. Sarebbe invece stato più utile inserire l’istituto della sfiducia costruttiva .
    9) Tralascio il commento su Italicum (una bruttura ora disconosciuta da quasi tutti) che verrà liquidato davvero solo se vince il NO. E ci sono almeno 4 sistemi alternativi (UK, F, D + mattarellum), nessuno dei quali peraltro garantisce di sapere la sera chi ha vinto né ha la droga di un premio di maggioranza.
    Se il 4 dicembre vince il NO non succede nulla di clamoroso, non arriveranno ‘i cosacchi a S.Pietro’ né i ‘mercati’ se ne interesseranno. Solo si ridà dignità al prossimo Parlamento che vari una riforma molto mirata e condivisa. Se invece vince il Si ci saranno problemi perché la Renzi-Boschi-Verdini (una ‘puttanata’ come dice Cacciari) è comunque un gran pasticcio potenzialmente pericoloso, figlio di una concezione verticistica della democrazia.
    E il referendum non c’entra con la politica economica (come pensano i capi di Confindustria).
    P.P.S. Renzi in primavera diceva: Se perdo il referendum istituzionale considero fallita la mia esperienza in politica”. Magari..

Lascia un commento