sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

È in grado il Pd
di guidare l’italia?
Pubblicato il 31-10-2016


Come prima forza politica che oggi guida il Paese il P.D. merita rispetto. Ma il rispetto è sempre più diffusamente sostituito dal disgusto per lo scontro virulento fra i seguaci e i nemici di Matteo Renzi e dalla preoccupata consapevolezza dei danni che questa lotta quotidiana provoca sul  funzionamento del nostro sistema politico e dunque sul corpo vivo della Nazione.

Diciamoci la verità. L’acrimonia e la violenza con cui la minoranza bersanian-dalemiana stronca ogni giorno l’azione del proprio segretario del partito e capo del governo non ha l’eguale in nessun partito europeo.

Se debbo ricercare, però, con il regolo dell’assonanza, un precedente storico, La memoria corre subito alla dura contestazione che il gruppo dirigente del PCI sviluppò quotidianamente nei confronti dell’emergente leader socialista Bettino Craxi e della classe dirigente che assunse la guida del PSI a metà degli anni ’70. L’accusa ricorrente era  questa: è in corso, o è già avvenuta, una mutazione genetica.

Certo, la similitudine è solo approssimativa, anche perchè relativa ad un contesto diverso dall’attuale.  E tuttavia, se è sempre vero, come insegna Giambattista Vico, che la natura delle cose sta nel loro nascimento, non è arbitrario riconoscere nella foga distruttiva del post-comunista D’Alema, ed anche nella “buonista” di Bersani riminiscenze di stampo leninista: i nemici del partito-principe devono essere stroncati..

Non mi pare di esagerare. Questa è comunque la conclusione cui perviene chi interpella i cittadini.

Naturalmente, come ho già detto, l’accostamento ai tempi del nuovo corso socialista è improprio. Craxi aveva alle spalle il riformismo socialista di Turati e di Nenni, ma anche di Riccardo Lombardi e di Fernando Santi. Per di più, il PSI aveva sperimentato, partecipando ai primi governi di centro-sinistra, che è possibile, sia pure a fatica, attuare una politica riformatrice.

Renzi, invece, privo di questo retroterra ideale e programmatico, ha tentato – pragmaticamente e mettendo in campo una nuova classe dirigente – di colmare il vuoto politico-programmatico, associato alla depressione economica, che è il magro lascito della Seconda Repubblica: gli anni in cui hanno governato D’Alema, Prodi e Berlusconi, con il codicillo del deludente governo “tecnico” di Mario Monti, il deus ex cathedra che ha fatto fiasco.

Così stando le cose, merita attenta riflessione l’esegesi della attualità politica di Ernesto Galli Della Loggia, perspicuamente chiosata da Claudio Martelli negli articoli ospitati da Il Piacere della Lettura, supplemento de Il Giorno.

Secondo Galli della Loggia “Cambiando l’identità della sinistra italiana Matteo Renzi obbliga anche la Destra a cambiare la propria. Ma la destra non se n’è accorta e perciò continua ad annaspare”.

L’analisi di Martelli coglie nel segno quando rileva che siamo di fronte alla “crisi d’identità dei partiti e degli schieramenti attuali, di destra e di sinistra”, accompagnata dalla “pratica sparizione di tutte le principali formazioni e culture politiche del ‘900”.

Questo terreno politico terremotato è lo scenario dell’aspra, e ormai quasi stucchevole battaglia sul referendum costituzionale. I propugnatori del Si, a parte Renzi, eccedono in compostezza: dopo molti lustri di conati riformatori improduttivi, finisce il bicameralismo paritario; l’Italia può finalmente diventare una democrazia decidente.  Il fronte  del NO è invece granguignolesco  ed è guidato dalla armata Brancaleone  così ben effigiata sulla Stampa del 16 ottobre: “D’Alema, Fini, Quagliariello, Brunetta, Romani, Bernini, Matteoli, Gasparri, Schifani, i leghisti Giorgetti e Fedriga, Civati, il segretario dell’UDC Cesa, l’ex premier Dini, Giuseppe De Mita, Mario Mauro, Cesare Salvi.”. Ci sono da aggiungere Mario Monti, il deus ex machina Universitatis, aspirante statista senza successo, l’ineffabile Antonio Ingroia e il redivivo Ciriaco De Mita da Nusco.

E’ quasi paradossale che quel che resta della del centro-destra italiano, compreso il troncone berlusconiano – che mal sopporta il “papa straniero“ Stefano Parisi  “al comando” – si unisca al coro di chi, da sinistra, denuncia il pericolo e lo spettro del “partito della nazione” in arrivo, peraltro positivamente sperimentato dal laburista Tony Blair.

Insomma alla crisi della sinistra, incarnata dal post-comunismo e dagli stanchi eredi dell’Ulivo, l’amalgama non riuscito, fa riscontro, sull’altro versante, una destra senza nerbo, accerchiata dal grillismo e dal populismo neo-leghista  di Salvini (“sotto la felpa, niente”). Sullo l’astro sorgente Stefano Parisi. L’ho conosciuto. Ma non so se possieda la leadership necessaria per dar vita a quella destra liberale che non c’è.

L’accusa più sferzante che viene rivolta dalla minoranza del PD a Renzi  è di  aspirazione autocratica, aggravata dalla ricerca di consensi sul fianco destro.

Ricordo a me stesso che anche i socialisti di Craxi furono accusati di cercare consensi a destra: rinverdendo il “socialismo tricolore”, rivalutando l’idea stessa di Nazione e rivendicando il primato italiano in campo alimentare, nella moda, nello sport ed anche enfatizzando ilvalore delle nostre Forze Armate. Ho ancora in mente una riunione della Direzione del PSI che si tenne dopo un risultato elettorale incoraggiante. Craxi ci disse dei risultati della ricerca sulla provenienza del “nuovi voti”.  Un gruzzolo era di ex elettori del M.S.I. “Per parte mia – celiò –, ho contribuito con i miei stivali!”.

Si tratta ora di vedere se “Il trasformismo del Giovin Premier” – così lo definisce il sotto-titolo del saggio di Martelli su Il Giorno – concorrerà alla vittoria del Si nel Referendum del 4 dicembre.

Se poi, quale che sia l’esito del Referendum, continuerà la guerra guerreggiata all’interno del PD, questo partito diventerà unfit to lead Italy, per mutuare la sferzante battuta dell’Economist nei confronti di Berlusconi e del suo partito. In ogni caso, quale che sia l’esito del referendum, la situazione internazionale, la crisi disastrosa dell’Unione Europea, il rischio del figlio di Gianroberto Casaleggio alla guida del Paese, rendono necessario un governo di larghe intese che comprenda almeno una parte di Forza Italia: con il riconoscimento implicito che Pierferdinando Casini e Angelino Alfano hanno avuto ragione. Non è dunque senza significato l’incontro al Quirinale di Berlusconi con il Presidente della Repubblica.

Fabio Fabbri

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Commenti all'articolo
  1. da vecchio riformista di sinistra e cofondatore dell’ulivo sono stato formato dai principi dell’umanesimo socialista e sono sempre stato a favore della democrazia progressiva nata con la Resistenza. Ergo sono stato avversario del craxismo, del berlusconismo ed ora del renzismo . Il royal baby rappresenta la quintessenza della spregiudicatezza e del nuovismo finto-innovatore ed è lì solo per la dabbenaggine di Bersani e per i voti del CDX ai gazebo l’8 dicembre 2013. Peccato che nel frattempo il PSI di Nencini (che avevo votato nel 2008 facendo splitting col PD) abbia sbracato perdendo un’occasione importante di raccogliere consensi da sinistra.
    Se a Fabbri il royal baby piace affari suoi. Come me ci sono alcuni milioni di ex elettori del PD , vediamo certo la complessità di oggi e le difficoltà delle forze socialiste in Europa ma sappiamo che se si continua a cedere sui principi (v. i socialdemocratici tedeschi o i craxiani diventati berlsuscones) l’idea di socialismo è semplicemente finita. Noi lavoriamo per una democrazia moderna che parte dal basso, responsabile e ferma nei principi di una sinistra moderna. E ovviamente al referendum del 4 dicembre voteremo NO.

  2. A me, sinceramente, pare un’offesa alla memoria di Craxi, paragonare il suo percorso politico a quello del “premier” attuale.
    Quanto al PD, mi sembra che sia stato il risultato finale del percorso iniziato nei primi anni settanta con la proposta del compromesso storico.

  3. Non voglio fare polemica, ma nell’articolo si aprono autostrade per cantare viva l’Italia. Dico soltanto una cosa, noto, in questo come in altri articoli, che cercate di accostare il nome di Matteo Renzi a quello di Bettino Craxi, ma sarà bene ridirlo e ripeterlo a cuore aperto e a squarciagola che politicamente, umanamente, professionalmente e storicamente e anche sul piano della comunicazione, essi sono due personaggi completamente diversi. Da craxiano invito tutti a smettere di fare certi paragoni. Renzi è un cattolico che deve dimostrare ancora tutto, ha vinto le primarie e le amministrative fiorentine (direi scontate), e le primarie per la segreteria del Pd, stop. Bettino è stato un grande Socialista e un autorevole e lungimirante Presidente del Consiglio, e lo sappiamo tutti!
    Cordiali saluti Giovanni Caciolli

  4. Non voglio fare polemica, ma nell’articolo si aprono autostrade per cantare viva l’Italia. Dico soltanto una cosa, noto, in questo come in altri articoli, che cercate di accostare il nome di Matteo Renzi a quello di Bettino Craxi, ma sarà bene ridirlo e ripeterlo a cuore aperto e a squarciagola che politicamente, umanamente, professionalmente e storicamente e anche sul piano della comunicazione, essi sono due personaggi completamente diversi. Da craxiano invito tutti a smettere di fare certi paragoni. Renzi è un cattolico che deve dimostrare ancora tutto, ha vinto le primarie e le amministrative fiorentine (direi scontate), e le primarie per la segreteria del Pd, stop. Bettino è stato un grande Socialista e un autorevole e lungimirante Presidente del Consiglio, e lo sappiamo tutti!
    Cordiali saluti Giovanni Caciolli

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