domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Elisa Gambardella
Perché è giusto cambiare
Pubblicato il 10-10-2016


Perché Sì

Il 4 dicembre siamo chiamati ad esprimerci su un quesito fondamentale, eppure troppo spesso semplificato in modo eccessivo o reso incomprensibile per mania di tecnicismo. Il quesito è composito e complesso. Per questo mi trovo nella curiosa posizione di chi vuole votare sì e spinge altri a farlo, ma vorrebbe vedere una campagna per il sì più articolata, senza essere più complicata, di quella attualmente in essere sui principali canali di comunicazione. E per questo scrivo questo articolo: l’intento è dire cosa cambierebbe e perché ritengo giusto che avvenga. Il titolo è deliberatamente provocatorio, voterò sì per le ragioni che sto per esporre e mi piacerebbe vedere abolite le campagne che non informano né forniscono ragioni solide al voto, facendo del 4 dicembre la data in cui inizierà o finirà il mondo. Non è così: una vittoria del sì determinerebbe cambiamenti sostanziali nell’assetto costituzionale, quella del no la semplice conservazione del sistema vigente. Conservazione fino a data da destinarsi ovviamente, perché nessuna forza politica troverebbe nuovamente la volontà di cimentarsi nell’impresa per almeno un decennio.

Entriamo nel merito: perché va cambiato l’assetto vigente del Parlamento? Il cambiamento non è di per sé migliorativo. Tuttavia se non c’è dubbio che la volontà politica sia la sola capace di produrre azione politica è altrettanto vero, come ricordava Giuliano Amato quando su sollecitazione di Craxi preparava la proposta di riforma costituzionale del PSI, la volontà politica viene dispersa quando non ci sono istituzioni capaci di servirla e renderla azione. E farlo in modo pronto ed efficace, in un contesto globale in cui il processo decisionale è sempre più rapido. Fare in modo che ciò avvenga è un atto dovuto nei confronti della democrazia e prenderne atto è un fatto di pragmatismo, che non prescinde dalla volontà di liberare la politica e renderla nuovamente autonoma, anzi.

Il superamento del bicameralismo perfetto

Superare il bicameralismo perfetto significa dare la possibilità al legislatore di agire, rendere più responsabile il Governo, ridurre il numero di decreti legge e rinvigorire il dibattito parlamentare.

La legge di riforma costituzionale su cui ci esprimeremo a dicembre è perfettibile e, del resto, è la riforma stessa a chiedere successivi interventi: il nodo del metodo di selezione dei futuri Senatori non è un dettaglio e verrà disciplinato con legge ordinaria. Ciò che potremo già definire votando sì al referendum è però un tassello importante e positivo a parere di chi scrive, composto dalla migliorata efficienza dell’iter legislativo e dal coinvolgimento costante nella politica nazionale dei rappresentanti del territorio, contraltare della nuova proposta di ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni. Con efficienza istituzionale non si intende qui l’accelerazione del processo legislativo, bensì il suo miglioramento: oggi in Italia si producono troppe norme, scritte malamente e quindi incomprensibili o ancor peggio inapplicabili. Soprattutto, si priva di fatto il Parlamento del proprio ruolo, a causa del continuo ricorso a decreti legge, maxiemendamenti e fiducia. È una sincera democrazia parlamentare quella che funziona così? I veri pesi e contrappesi di una democrazia, cari a chiunque ne abbia a cuore le sorti, sono questi. Permettere a ciascuna istituzione di svolgere al meglio la propria funzione, in modo indipendente ma vigilato. Non mi auguro che la riforma permetta di approvare più leggi, al contrario voto sì affinché se ne scrivano meno, ma bene e discusse nel merito. Senza subire l’ostruzionismo oggi permesso dai regolamenti parlamentari, che verrebbe impedito o perlomeno smascherato dalla nuova disciplina per il procedimento legislativo.

Forse è un limite di comprensione personale, ma non riesco a capire la minaccia di deriva autoritaria che verrebbe imposta dalla riforma: il potere esecutivo non è ampliato e le Camere vedrebbero casomai rinvigorite le proprie funzioni e prerogative. Il Governo perderebbe, anzi, uno strumento per ottenere leggi in poco tempo, i famigerati decreti legge. La riforma introduce la possibilità per il Governo di chiedere alla Camera di legiferare su una materia di particolare importanza per l’esecutivo entro 70 o 85 giorni, con termine di scadenza scelto dalla Camera stessa a seconda del proprio calendario.

Il Senato cambierebbe, per composizione e funzioni: sarebbe composto da 95 componenti elettivi (consiglieri regionali e sindaci) e 5 Senatori di nomina del Presidente della Repubblica, oltre agli ex Presidenti. Il Senato non sarebbe più coinvolto nel voto di fiducia al Governo, che resterebbe prerogativa della sola Camera dei Deputati (come in tutte le altre democrazie parlamentari) e si prevedono due procedimenti legislativi distinti: uno bicamerale, per poche leggi di particolare importanza (ad esempio quelle costituzionali) e uno monocamerale, per tutte le altre leggi. Il Senato potrebbe tuttavia proporre modifiche ai testi approvati alla Camera, ma senza possibilità di ostruzione strumentale: al Senato sono concessi da 10 a 40 giorni al massimo per restituire alla Camera il testo arricchito con le proprie modifiche. Il procedimento è così più chiaro e si concentra sul merito delle leggi. Nondimeno il Senato esercita la propria funzione di controllo su diverse materie: dalle politiche pubbliche, all’attuazione delle leggi, all’attività delle pubbliche amministrazioni fino all’impatto nei territori delle politiche dell’UE. Anche il Presidente della Repubblica vede di fatto rafforzato il proprio ruolo di garanzia: oggi a causa del termine di 60 giorni per l’approvazione di un decreto legge il Capo dello Stato non riesce di fatto a rinviare alle Camere la legge di conversione di un decreto, pena lo scadere del termine. Con la riforma, tale termine viene prolungato: si arriva a 90 giorni, dando così più tempo al Presidente della Repubblica di chiederne il riesame alle Camere.

La nuova ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni

Che il Titolo V della Costituzione vigente stia generando mostri è un fatto noto: in Italia c’è una causa di contenzioso tra Stato e Regioni ogni tre giorni. La media è di centoventi cause all’anno. Tra le materie più contestate figurano la finanza pubblica, l’ambiente e il paesaggio, le infrastrutture, l’edilizia e l’urbanistica. E quali sono le materie che ora verrebbero sottratte alla competenza regionale? Quelle sulle grandi infrastrutture strategiche, sul coordinamento della finanza e del sistema tributario, sulla tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, porti e aeroporti civili di interesse nazionale e internazionale. Ovvero quelle che riguardano l’interesse nazionale. In questo modo oltre a ridurre il numero di contenziosi, verrebbe resa più rapida, ma soprattutto più razionale, la legislazione in queste materie. Francamente l’operazione pare talmente logica e giusta da non necessitare ulteriori ragioni per sostenerla. Inoltre le Regioni non vengono private della facoltà di dire la propria su queste le materie, essendo appunto ampiamente rappresentate in Senato.

I diritti dei cittadini e la partecipazione politica

Se vince il sì, viene rafforzata la partecipazione politica, grazie all’introduzione del referendum propositivo e all’obbligo per le Camere di prendere in esame entro termini definiti le leggi di iniziativa popolare. Ci vogliono 150mila firme anziché le 50mila di oggi, è vero. Ma oggi siamo 60 milioni, quando ne furono previste 50mila eravamo 40 milioni di cittadini. Nel 1948, poi, internet non c’era: oggi è estremamente più semplice raccogliere le firme. Inoltre, conosciamo quanto difficilmente le leggi di iniziativa popolare siano oggi effettivamente prese in considerazione dal Parlamento: con questa riforma non potrebbero più sottrarsi alla loro discussione. Per quanto riguarda il referendum abrogativo, quando i proponenti raccolgono 800mila firme (quelle minime perché il referendum sia ammesso restano 500mila) cambia il quorum: non sarà più necessario che si rechi alle urne la maggioranza degli elettori affinché la proposta sia approvata, bensì la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni per la Camera dei Deputati. Anche qui una modifica intrisa di pragmatismo, che cerca di rivitalizzare nel complesso la partecipazione politica, ma che non chiude gli occhi di fronte all’astensione quale fenomeno crescente. Prendendone atto, non ci si arrende di fronte al dato, ma si rende giustizia a tutti quei cittadini che compiono il proprio dovere andando a votare e al vasto consenso raccolto in fase di proposta del referendum.

Più garanzie

Mai più consultellum e accuse continue (e infondate) di legislatore illegittimo: con la riforma costituzionale si introduce una nuova forma di controllo sulle leggi elettorali. Prima dell’entrata in vigore della legge elettorale un quarto dei Deputati o un terzo dei Senatori potrà chiedere alla Corte Costituzionale di verificare la costituzionalità di una qualsiasi legge elettorale. Vale anche per l’Italicum. Ci libereremo finalmente dell’incertezza, quando non dello sdegno, di leggi scritte talmente male da risultare incostituzionali. Magari dopo essere state applicate, comportandone una versione modificata di fatto inapplicabile. Guadagneremo tempo e fiducia, perché sapremo se esistono vizi di incostituzionalità prima dell’entrata in vigore e potremo votare sempre con la serenità che anche quando una legge elettorale non ci piace, non viola i principi della Carta costituzionale.

Il metodo

Un’ultima osservazione. Sento dire da molti sostenitori del no che una riforma tanto importante non andrebbe affidata a referendum popolare, ma dovrebbe trovare consenso più ampio di quanto non sia accaduto in questo caso nel Parlamento. Li invito per prima cosa a rileggere l’art.138 della Costituzione (quella che non hanno intenzione di modificare), così che si possa parlare dei fatti in modo informato. Perché il referendum serve appunto a garantire che la Costituzione venga modificata solo e se c’è ampio consenso popolare. Ma li invito anche a rimboccarsi le maniche e ad avere più fiducia nei cittadini: se non vogliamo che gli Italiani cerchino su internet il significato del quesito referendario il giorno dopo il voto mangiandosi le mani (come accaduto dopo il voto in Regno Unito sulla Brexit) informiamoli a dovere. Senza demagogia, parlando agli elettori della sostanza della riforma. In qualunque modo la si pensi circa la sua validità. Il sale in zucca è distribuito in modo equo tra gli Italiani! Sapranno capire, se spieghiamo in cosa consiste il quesito, senza tecnicismi bizantini né semplificazioni azzardate. L’onestà di chi fa politica è questa.

Elisa Gambardella

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Commenti all'articolo
    • Con la composizione parlamentare attuale penso di no, non se ne può fare una che non sia frutto di compromessi. E dal mio punto di vista le ragioni che spingono a votare sì sono maggiori di quelle che generano perplessità. Con un quesito che tocca così tante materie bisogna metterle sulla bilancia tutte e vedere se le modifiche che piacciono superino quelle che non piacciono. Per me è così. L’ho definita perfettibile perché anche dove ho dubbi (composizione del Senato), questi non sono sufficienti per me per dire no

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