martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Federico Parea
L’Arlecchino del No
Pubblicato il 14-10-2016


Quella di Aldo Cazzullo è indubbiamente una delle penne più ispirate del giornalismo italiano. Non è da lui, in questo senso, l’articolo apparso sul Corriere del 14/10, dal titolo “Il ritorno della Prima Repubblica nella battaglia del 4 dicembre” e dedicato all’incontro organizzato dalle fondazioni Italianieuropei, leggi D’Alema, e Magna Carta, vai alla voce Quagliariello, per promuovere le ragioni del No al prossimo referendum costituzionale e che ha visto la partecipazione, tra gli altri e oltre ai padroni di casa già ricordati, di Gianfranco Fini, Cesare Salvi, Paolo Cirino Pomicino, Lamberto Dini, Stefano Rodotà.

A colpire è, anzitutto, l’impianto dell’accusa ai partecipanti il meeting, grevemente impostato, anche per effetto di un impietoso servizio fotografico a corredo, sulla loro condizione di persone non più giovani. Non si ricordano, almeno sul Corriere, canzonature del novantenne Cuccia o dell’ottuagenario Gianni Agnelli, per non dire che non pare un limite, ad esempio, per Repubblica farsi dettare l’editoriale domenicale dall’ultranovantenne Scalfari. In sostanza, non si capisce perché non si perdoni a chi ha fatto politica quello che nemmeno si nota quando si versa negli ambienti del giornalismo o della finanza o dell’industria.

Non è solo questione di canizie, tuttavia, quella che solleva Cazzullo. Quanti hanno animato l’iniziativa dalemiana – non ce ne voglia Quagliariello, ma di questo si tratta – non sono solo vecchi, sostiene il giornalista, ma anche reduci. E reduci di che? Nientepopodimeno che della Prima Repubblica.
Qui, si direbbe, l’errore è blu. Infatti, non dovrebbe sfuggire ad un commentatore attento come Cazzullo che, se è vero che le carriere di D’Alema o di Fini o di Dini abbiano radici, chi più e chi meno, nelle istituzioni e negli apparati degli anni ’70 e ’80, è solo con gli anni successivi al 1994 che salutiamo le esperienze di questi, come di tanti altri animatori del fronte del No, ai vertici della politica e dello Stato. Se si vuole parlare di reducismo, allora, si riferisca più propriamente alla Seconda Repubblica e non alla Prima.
Non è, quest’ultima, una precisazione da poco, per una questione di metodo e una di merito. Uno dei germi che ha prodotto il mostro della Seconda Repubblica è stato proprio l’effetto deresponsabilizzante – per la società civile, media in testa, prima ancora che per la classe politica – provocato dall’agitazione indiscriminata e indistinta del fantasma della Prima. Se il Paese versa nella condizione critica che tutti riscontriamo, forse, sarebbe ora di smettere di perseverare in questo viatico e iniziare a fare responsabilmente i conti con la nostra storia, sia come individui che come animatori di soggetti collettivi. E, di qui, al merito della questione. Gli anni dal 1994 al 2016, dalla prima legislatura post tangentopoli all’anno del referendum costituzionale, non sono una lunga parentesi ma un breve ciclo nel corso degli eventi della storia repubblicana. Le riforme costituzionali votate nel corso delll’attuale legislatura non sono necessarie ai fini del superamento della Prima Repubblica, ma sono rese urgenti dal fallimento della Seconda, quella dei D’Alema e dei Fini, dei Prodi e dei Berlusconi, dei Veltroni e dei Di Pietro, dei leghisti di Bossi, Maroni e ora Salvini.

A pensarci bene, in questo senso, le cose stanno nell’esatto opposto di come le descrive Cazzullo. D’Alema, Fini & Co,, paradossalmente, avrebbero migliore titolo e maggiore credito ad intestare le ragioni del proprio No alle proprie personali e distinte matrici novecentesche, dimostrando ciascuno per sé, individualmente, la fondatezza delle proprie posizioni nel richiamo alla storia ideale delle proprie origini nella Prima Repubblica, piuttosto che presentandosi, era questo l’elemento da rilevare, nel patchwork multicolore della classe dirigente dal 1994 in poi.

Dice bene Cazzullo, Renzi ha solo da sperare che D’Alema o chi altri riconvochi presto una riunione simile. Ma, se si vuole sostenere il fronte del Sì, non la si descriva più come quella dei reduci della Prima Repubblica. Sono l’Arlecchino redivivo della Seconda. Da mettere a risposo una volta per tutte.

Federico Parea

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