lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Grande Fratello Vip: la disumanizzazione culturale
Pubblicato il 13-10-2016


ilary-blasi-gfStiamo diventando meno umani? Analisi culturale e linguistica del fenomeno Grande Fratello Vip
Il Grande Fratello VIP è indubbiamente uno dei programmi più guardati in televisione nelle ultime settimane. Ciò che mi ha dato maggiormente da pensare è il linguaggio mozzo e degradato con cui tali soggetti si esprimono. Cinema e TV hanno sdoganato un modo di parlare che un tempo era relegato solo a determinati luoghi. Ora, invece, l’influsso esercitato dai mass media è talmente intrinseco che esprimersi in modo triviale pare anzi la normalità.

Incapacità di tradurre emozioni in parole

Osservando i personaggi all’interno della “casa”, appare evidente che vorrebbero riuscire ad esprimersi, vorrebbero poter concretizzare quel pensiero che sta invadendo la loro mente, ma il tutto si traduce in qualche frase disarticolata e spesso incomprensibile. È il caso degli svariati sfoghi di Stefano Bettarini, ex calciatore ed ex marito di Simona Ventura; dopo una brutta situazione che lo ha visto protagonista e di cui parleremo a breve, appare infatti pentito, amareggiato e preoccupato, soprattutto per ciò che riguarda il suo rapporto con i figli. Ciò che invece giunge al pubblico sono solo gli echi dei suoi pensieri, in un delirio di alexitimia: parole mozzate, proposizioni senza verbi e senza soggetti.

Le parole sono importanti: il caso Clemente Russo

Anche il linguaggio adoperato da Clemente Russo e dalla moglie aderisce a questo degrado. Il primo, durante un discorso con l’amico Bettarini, si lascia scappare una frase di dubbia moralità, in un imbarbarimento non solo lessicale ma soprattutto umano: “dovevi lasciarla morta nel letto” – riferendosi alla Ventura. Frase che ha scatenato una decisa reazione dell’opinione pubblica, portando all’espulsione del concorrente dal programma. Intanto, dallo studio, la moglie si lancia in un’arringa in sua difesa. Al di là della penuria concettuale espressa dalla stessa, si osservi che, per ben due volte, afferma: “sono l’emPlema”.

L’errore non è dunque imputabile a una svista transitoria, bensì alla convinzione che la parola corretta sia “emplema”. Questo fatto potrebbe sembrare una leggerezza ma non lo è: non conoscere una parola molto utilizzata nella nostra lingua come “emblema” è, certamente, sinonimo di ignoranza e retaggio di un modo di parlare strettamente vernacolare.

Le parole amebe

Tutti i concorrenti del Grande Fratello Vip si esprimono in modo semplice ed elementare, coniugando quasi sempre il verbo al presente indicativo. Molte le frasi fatte (“è un’emozione forte”) e gli intercalari usati malamente (“comunque sia”). Potrebbero trattarsi, in un certo senso, di “parole di plastica” o “parole-amebe”[1], ossia parole estremamente generiche che, proprio in virtù della loro vacuità, sembrano adattarsi a qualsiasi situazione.

Calvino: l’antilingua come paura dei significati

Un pensiero simile a quello delle “parole amebe” potrebbe essere “l’antilingua” di Italo Calvino, il cui valore basilare “è il “terrore semantico”, cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato […]. Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente […]”[2].

“La distuzione del linguaggio è premessa di futura distruzione”

Per comprendere al meglio questi concetti, dobbiamo pensare alla lingua come espressione dell’io e dell’umanità: il linguaggio nasce per esprimere e condividere sentimenti e dolore. Esso è quanto di più umano esista.

Alla luce di quanto detto, una cosa è certa: la disumanizzazione ha sempre inizio da un degrado del linguaggio (basti pensare all’affermazione dei totalitarismi), che rende l’uomo incapace di farsi domande e ne inibisce la capacità di formulare pensieri critici.

Un treno in corsa

Appare ora evidente quale sia la mia preoccupazione circa il Grande Fratello Vip, ossia che la visione civile, sociale e culturale espressa da quelle persone -trasformate dal piccolo schermo in personaggi-, non sia altro che la rappresentazione di una fase piuttosto avanzata della nostra disumanizzazione-meccanicizzazione, un treno in corsa che probabilmente è ormai impossibile fermare.

Giulia Quaranta

[1] Polsken, Uwe “Parole di plastica. La neolingua di una dittatura internazionale”, 2011

[2] Calvino, Italo, “L’antilingua”, 1965

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