giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Gustavo Zagrebelski,
un libro per raccontare
la crisi della democrazia
Pubblicato il 07-10-2016


zagrebelsky“Moscacieca”, l’ultimo libro di Gustavo Zagrebelski, è un “Manifesto” contro il degrado della democrazia nelle società moderne; in quelle società, cioè, nelle quali la politica è divenuta l’ancella del mercato, in particolare di quello finanziario, in funzione del quale compie delle scelte, non per assicurare la “vita buona” della società e la sua difesa da coloro che la volessero destabilizzare, ma unicamente per soddisfare lo stato di “necessità” del mercato. Ma scegliere in funzione della necessità di quest’ultimo, il cui unico scopo è quello di ottimizzare la posizione attuale dei suoi attori, significa per la politica agire per il conseguimento di fini ad essa esterni e costringere la società in una “gabbia”, nella quale “il posto di ognuno è quello che è. Qualcuno può stare bene, qualcun altro male, a seconda dei posti che occupa. Le idee progettanti sono escluse, e comunque non contano nulla”.

La politica è divenuta impotente, mentre il governo della società si è trasformato in un’affannosa “ricerca di palliativi” ai mali sociali contingenti, coi “governanti” divenuti “tecnici della sopravvivenza”, ai quali manca “la capacità di sollevare lo sguardo dall’immediato presente e gettarlo un poco più in là dalle continue ‘emergenze’ che li assillano”. La società globale, che il mercato ha plasmato e che la globalizzazione ha “reso una”, si sta disgregando, non più tenuta insieme da un qualsiasi principio d’ordine; in tal modo, la società mondiale è diventata una grande incognita e il vivere in essa è oggi – afferma Zagrebelski – “l’equivalente di sopravvivere”, che è il contrario di “vivere”. Per gli esseri umani e per le loro società, vivere significa “progettare ciò che ancora non è e che si vuole che sia”. Invece, sopravvivere significa battersi per non farsi sommergere delle emergenze sopravvenienti; ma chi pensa solo di sopravvivere deve poi subire le emergenze, perché non ha altre alternative. La sopravvivenza – sottolinea Zagrebelski – è accettazione passiva e necessaria delle emergenze, e una politica che pensi solo a garantire la sopravvivenza di fronte alla necessità è cieca, in quanto si trasforma “in convulsa agitazione di tecnici della sopravvivenza”; non deve stupire, perciò, se i governi politici delle società moderne siano stati ”soppiantati da governi tecnici, sia pure sotto mascherate politiche”.

Da quando in Italia è stato creato, nel 2011, un “governo dei tecnici”, grazie all’iniziativa del Capo dello Stato, era sembrato che l’evento eccezionale rispondesse alla necessità di superare le difficoltà temporanee in cui si dibatteva il Paese; ma, col tempo la supplenza dei tecnici è diventata una sostituzione dei politici. Il mandato dei tecnici è stato quello di sottrarre il Paese alle emergenze, e poiché la salvezza non è mai “modificatrice o trasformatrice”, ma solo “conservatrice dell’esistente”, l’azione dei tecnici è consistita nel “difendere lo status quo“, al servizio del quale sono stati chiamati. Ma la conservazione dello status quo è la negazione del ruolo e della funzione dello Stato moderno; questo, a differenza dello Stato liberale, mero garante dell’ordine legale, ha acquisto tra le sue funzioni quella di formulare un “qualche indirizzo politico” dell’evoluzione sociale, che il governo dei politici deve rendere “visibile ed operativo”.

Nelle società democratiche moderne, l’indirizzo politico nasce dal basso, attraverso modalità che coinvolgono le forze politiche impegnate a realizzare quell’indirizzo, attraverso l’ausilio di istituzioni rappresentative. Le società rette da governi virtuosi sono quelle che “fanno le riforme”, funzionali all’operatività dell’indirizzo politico nato dal basso, che tutti i componenti del sistema sociale si aspettano di veder realizzato, per concedere la loro fiducia agli attori della politica. Quando al governo siedono i tecnici, quelle che con grande enfasi sono chiamate riforme “non sono che adeguamenti tecnici”, i quali non hanno niente a che vedere con le riforme autenticamente politiche; le riforme dei tecnici, sono – afferma Zagrebelski – il “prezzo da pagare a quella che è stata definita la dittatura del presente”. I tecnici sono, infatti, le forze che sottendono questa dittatura, e le loro riforme, suggerite dal mercato, sono solo quelle che risultano ad esso funzionali.

L’assenza della politica e di ogni indirizzo politico dell’evoluzione sociale comporta l’assenza di “discorsi sui fini, condannati a priori come irresponsabili o, nella migliore delle ipotesi, come vaneggiamenti impossibili”; chi accetta questa condanna “si fa sostenitore della forma più perfetta di antipolitica conservatrice”, implicante l’esistenza della società totalmente ripiegata su sé stessa, cioè a una forma di nichilismo che nega ai cittadini ogni valida ragione per dare un senso ed una giustificazione alla loro esistenza. Il nichilismo del nostro tempo, a parere di Zagrebelski, scaturisce dal particolare rapporto, che si è consolidato nelle società moderne tra denaro e potere; per lungo tempo l’”idea del denaro come bene produttivo” è stato bandito, e anche quando esso è stato imposto dalle esigenze delle attività produttive e commerciali, il denaro non è stato concepito come mezzo per creare altro denaro, ma come risorsa finalizzata alla rimozione degli stati di bisogno delle singole comunità. “Il potere che la disponibilità del denaro assicurava e la disponibilità del denaro che assicurava il potere – afferma Zagrebelski – non stavano nel ciclo chiuso denaro-potere-denaro”.

Oggi si è verificato un mutamento radicale; la propensione a conquistare posizioni di potere, per accumulare denaro, mon è finalizzata a realizzare opere utili allo sviluppo della comunità, ma unicamente a perpetuare la crescita continua ed illimitata dell’accumulazione di altro denaro. Questa crescita è uno sviluppo di se stessa, nel senso che è una “sua autoriproduzione senz’altro scopo. La crescita continua dell’accumulazione del denaro “è senza senso e conduce all’ipertrofia autodistruttrice. Lo sviluppo è generativo. La crescita è per la morte; lo sviluppo per la vita. Ma affinché non degeneri, occorre che abbia sempre obiettivi esterni ai quali tendere. Se lo scopo del denaro è sempre altro denaro, la ricerca della sua crescita e dell’accumulazione è una forza devastatrice: nichlista e, allo stesso tempo, devastatrice”.

Dacché si è affermato, il ciclo chiuso denaro-potere-denaro, il suo libero svolgersi non ha impedito alla società di sopravvivere, sottraendole, però, quote crescenti di risorse. Quando queste hanno incominciato a scarseggiare, lo Stato si è esposto al rischio di “fallire”; a partire dalla metà del secolo scorso, “la sovranità dello Stato ha incominciato a subire rilevanti processi di corrosione e limitazione […] a favore di altri centri di potere”. Oggi, dopo l’aggravarsi di questi processi, il mercato ha fatto irruzione nel discorso politico; l’indebitamento, al quale si è fatto ricorso per necessità politiche ha fatto sì che lo Stato, quanto più si fosse gravato di debiti, tanto più si sarebbe esposto al potere del mercato e delle istituzioni finanziarie. Nella posizione di debitore, lo Stato ha cessato di essere il controllore delle sue posizioni debitorie, come accadeva una volta, in quanto sono stati i creditori a diventare i controllori dello Stato debitore.

Quando ciò accade, alla sovranità dello Stato subentra quella dei creditori, i quali, a tutela dei propri crediti, impongono la fine della politica autonoma dello Stato indebitato, con l’ascesa dei tecnici, loro fiduciari, in sostituzione dei politici. Ciò è quanto è accaduto in alcuni Paesi mediterranei indebitati, per via del fatto che i loro conti pubblici avevano accumulato larghi deficit; fra questi Paesi vi era l’Italia, i cui governi tecnici, succedutisi a partire dal 2011, sono stati appunto una risposta al pericolo di un suo fallimento e all’esigenza di assicurarne la governabilità, ovvero la continuità dell’azione di governo a salvaguardia degli interessi dei creditori.

Nelle società democratiche, la governabilità deve dipendere dal coinvolgimento dei cittadini, dal confronto e dalle discussioni sui problemi da risolvere, da cui deriva il loro consenso alle soluzioni che saranno adottate, col voto di coloro “che se ne faranno interpreti”. Quando però i politici, dotati del consenso sociale, sono sostituiti dai tecnici, la governabilità – afferma Zagrebelski – da “problema di democrazia politica si trasforma in questione di ingegneria costituzionale al servizio dell’efficienza dei mercati, i quali hanno bisogno di costituzioni reattive alla loro continua instabilità, di decisioni pronte, assolute e cieche, cioè di interventi esecutivi”, volti a garantire la soddisfazione certa degli interessi degli operatori economici, in particolare di quelli finanziari. E’ in questa temperie che, nel caso dell’Italia, sono nati i diversi “spostamenti costituzionali”, valsi a silenziare e a tentare di stravolgere molti aspetti della Carta posti a garanzia della vita democratica del Paese.

E’ nato così un vero programma di riforma politico-costituzionale del governo dei tecnici, concretizzatosi nella proposta di riforma costituzionale che sarà sottoposta a referendum confermativo nei prossimi mesi; ciò rappresenta un vero vulnus per le procedure politiche che si sarebbero dovute seguire per la riforma della Carta fondamentale su cui è fondata l’organizzazione politico-istituzionale del nostro sistema sociale. Che la modifica della Costituzione possa essere l’esito dell’attuazione di un programma di governo, è già di per sé, secondo Zagrebelski, “strano e pericoloso”, in quanto “i governi stanno sotto la Costituzione e non si danno la loro costituzione […]. I governi che si ritengono investiti di compiti costituzionali sono governi refrattari alle regole, poiché vogliono darsele essi stessi e chi si dà la legge non è sotto, ma sopra la legge”.

Tra l’altro, nel caso della proposta di riforma della Carta costituzionale repubblicana, avanzata dall’attuale governo dell’Italia, l’impulso che l’ha generata ha ancora più dell’assurdo, in quanto esso è venuto da un livello istituzionale più alto di quello del governo; ovvero, per ironia della sorte, dal Capo dello Stato, il quale, anziché svolgere il suo ruolo di “guardiano della Costituzione”, si è adoperato per la sua modificazione, adeguandosi al segno dei tempi, cioè all’egemonia del mercati, e mostrando d’essersi convertito anch’egli alla “religione del capitalismo finanziario”: una religione “di fronte alla quale ci possono essere solo ‘eretici’”, dotata di “suoi templi (Wall Street o Piazza Affari), dove gli adepti […] si recano per ‘fidelizzarsi’ e ricevere la consacrazione”; dotata anche di “propagandisti e missionari (i brokers)”, di tribunali di inquisizione (le agenzie di rating) e delle necessarie liturgie, “celebrate in occasioni rituali, meeting, conferenze, forum cui partecipa un pubblico selezionato di persone di sicura fede o da conquistare alla fede”, che delle istituzioni finanziarie accettano supinamente i diktat, assicurando che nelle posizioni-chiave di governo siedano loro “uomini di fiducia”.

Di fronte a questa situazione, Zagrebelski conclude chiedendosi cosa potrebbe essere fatto per ricuperare alla società i vantaggi di un’attività di governo di natura autenticamente politica. Al riguardo, egli divide i cittadini in credenti e miscredenti della religione del capitalismo finanziario; i primi sarebbero gli ottimisti, coloro cioè che credono nella possibilità di realizzare un futuro migliore, mentre i secondi sarebbero quelli che intravedono un futuro senza speranza.

Certo, pur potendo essere plausibile l’ipotesi, assunta da Zagrebelski (che tra gli ottimisti possano esistere individui che, pur accettando il presente, non mancano di credere nella possibilità di realizzare un futuro migliore, e tra i pessimisti individui responsabili che, pur considerando l’ineluttabilità del presente, non rinunciano ad agire per realizzare anch’essi un mondo migliore) non va trascurata la possibilità che la pratica della liturgia del dominio dei mercati sull’attività politica faccia degli uni e degli altri (degli ottimisti e dei pessimisti “non-sciocchi”, nel senso di Zagrebelski) degli “atei devoti”; ovvero, individui che credono in un futuro migliore solo a parole, in quanto propensi a seguire le prediche che i sacerdoti della religione del capitalismo finanziario elargiscono di continuo dai loro pulpiti a “fedeli” e “non-fedeli”, per “consolarsi” del loro stato di cattività in cui i governi dei tecnici li hanno da tempo relegati.

Stando così le cose, meglio affidarsi alla logica devastatrice interna, che traspare evidente dall’intera narrazione di Zagrebelski, e della quale è portatore il capitalismo finanziario. Questo, alimentando di continuo il libero svolgersi del ciclo denaro-potere-denaro, rende credibile l’apologo dell’”uroboro” (il simbolico serpente che per sopravvivere mangia sé stesso), comportando l’inevitabilità del superamento dello status quo. Indipendentemente dal fatto che non si conosca con precisione quando ciò potrà accadere, è preferibile, per i laici che non credono nella religione del capitalismo finanziario, consolarsi pensando all’apologo dell’”uroboro”, piuttosto che riporre fiducia nell’improbabile impegno degli “atei devoti”; ciò perché, come dimostra l’esperienza, all’interno di religioni meno prosaiche di quella del capitalismo finanziario, il loro presunto impegno laico è all’origine della conservazione piuttosto che dell’innovazione sociale.

Gianfranco Sabattini

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