lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

‘Blocco sociale’ per combattere ineguaglianze. Ovvietà di sinistra
Pubblicato il 04-10-2016


ascensore-socialeIn un articolo comparso su “Micromega 5/2016” (“Sinistra possibile: un ‘blocco sociale’ contro la disuguaglianza”), Nicolò Bellanca, ispirandosi al concetto gramsciano di “blocco sociale, inteso come “alleanza politica di classi sociali diverse”, si chiede se nell’Italia attuale “sia identificabile una strategia di alleanza tra gruppi sociali che, ponendo a proprio fondamento l’eguale sovranità dei cittadini, abbia un contenuto di sinistra”. Rifacendosi agli studi di Robert Reich sull’evoluzione dell’economia americana nella seconda metà del secolo scorso (“L’economia delle nazioni” e “Come salvare il capitalismo”), Bellanca illustra la situazione creatasi, negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, all’interno della generalità dei Paesi occidentali ad economia di mercato.

Dopo il 1945, nei successivi tre decenni, le retribuzioni medie della forza lavoro occupata è cresciuta congiuntamente alla produttività, col conseguente miglioramento di tutta la classe media, che ha potuto fruire dell’incremento del proprio benessere, per via dell’aumentato potere d’acquisto acquisito. Nel corso degli anni Ottanta, i livelli salariali prima hanno cessato di aumentare, per poi diminuire, parallelamente al diffondersi di una crescente disuguaglianza in termini reddituali e patrimoniali. Le conseguenze politiche di quest’evoluzione subita dalle economie capitalistiche avanzate, a parere di Bellanca, hanno dato origine ad una “linea di faglia”, che ha visto formarsi la contrapposizione tra tutti coloro che, senza alcuna distinzione, hanno subito il processo d’impoverimento e coloro che, invece, in qualità di alti dirigenti di grandi imprese, banchieri, agenti di cambio, ecc., sono stati gratificati da alti livelli rimunerativi; la contrapposizione sul piano economico di queste due aggregazioni sociali costituirebbe la condizione che giustifica la formazione, da parte della classe che ha subito gli effetti della contrazione/diminuzione dei livelli salariali, di un “blocco sociale”, volto a “bilanciare lo strapotere politico ed economico” dell’aggregazione sociale più ricca. La nuova “linea di faglia”, a parere di Bellanca, non giustificherebbe più la contrapposizione tra le forze politiche tradizionali, rappresentative delle diverse classi sociali in cui si articolava l’intero corpo sociale dopo il 1945, bensì quella tra “antiestablishment ed establishment”.

Questa contrapposizione sarebbe giustificata dal mutamento intervenuto nella natura della disuguaglianza, che è stata propria del XIX secolo; se si distingue, come ha fatto Branko Milanovic in “Global inequality”, la disuguaglianza tra individui che vivono nello stesso Paese, da quella tra i livelli dei redditi medi dei vari Paesi, è possibile convincersi, secondo Bellanca, che la disuguaglianza all’interno dei singoli Paesi è stata, ai tempi di Marx, il fattore che nel corso del XIX secolo ha diviso le società in classi; nella seconda metà del secolo scorso, invece, la disuguaglianza a livello globale è stata la causa che ha determinato il “gap” tra Paesi ricchi e Paesi poveri. Oggi, a seguito della crescita sostenuta vissuta da molti Paesi un tempo arretrati (come ad esempio, la Cina, l’India” e molti altri Paesi minori), il mondo capitalista sarebbe entrato in una “terza fase”, caratterizzata dal fatto che, diminuiti gli scarti un tempo esistenti tra i diversi Paesi per effetto della globalizzazione, è possibile fondatamente presumere che, a livello globale, si sia formata una situazione non dissimile da quella esistente nel XIX secolo; cioè, che possa essersi formata, a livello planetario, una classe economicamente povera, originata dall’impoverimento di una molteplicità di gruppi sociali, contrapposta ad una classe di superricchi.

Quali implicazioni – si chiede Bellanca – possono avere per l’Italia queste trasformazioni sociali? Nel nostro Paese, nella seconda metà del secolo scorso, la sinistra avrebbe elaborato due linee di politica economica: la prima è stata quella espressa, durante gli anni Sessanta, dalla “Rivista Trimestrale” di Claudio Napoleoni e Franco Rodano, finalizzata a rompere le posizioni di rendita dovute al ritardo sulla via della modernizzazione dell’economia nazionale; la seconda, è stata quella elaborata negli anni Ottanta, soprattutto nelle regioni dell’Italia centrale, da Giacomo Becattini e Sebastiano Brusco, orientata a combattere le rendite parassitarie, al fine di “valorizzare gli agenti eterogenei” che animavano i “distretti industriali.

I sostenitori di questa ultima linea di politica economica affermavano la necessità che, “con la regia politica della sinistra locale”, per combattere le posizioni parassitarie occorresse migliorare l’”efficienza dinamica” del sistema economico, attraverso l’impegno degli operatori a realizzare tra loro “una complementarietà ex post”; questo obiettivo, estraneo alla prima linea di politica economica, con la seconda occorreva inventarlo.
Secondo Bellanca, dopo gli anni Novanta, si è lentamente affermata l’”economia dei servizi e della conoscenza”; ma la sinistra si sarebbe limitata a leggere questo mutamento “sul solo versante della contrazione della base manifatturiera e della diminuzione dell’intensità capitalistica della produzione”. In tal modo, essa non avrebbe colto la nuova dinamica del mercato del lavoro, polarizzatosi tra le “nuove categorie professionali” operanti all’interno dell’economia dei servizi e della conoscenza e le “vecchie categorie professionali”, che avrebbero conseguentemente subito gli esiti della contrazione delle tradizionali opportunità occupazionali.
Inoltre, alla sinistra sarebbe sfuggito il fatto che l’intero Paese sarebbe riuscito, “pur tra gravi disuguaglianze, a cavalcare il mutamento”, innovando e creando nuova ricchezza. La doppia svista della sinistra, a parere di Bellanca, sarebbe servita ad infliggerle una sorta di “vendetta storica”, nel senso che, dopo aver sempre lottato contro la formazione delle rendite parassitarie, le forze di sinistra avrebbero finito col concorrere all’organizzazione di “una coalizione in difesa di rendite e posizioni acquisite, così nei servizi pubblici come nell’industria sindacalizzata”.

Sennonché, la Grande Recessione del 2007/2008 ha “spazzato via gran parte delle illusioni sul dinamismo del capitalismo italiano”, assegnando importanza all’ipotesi della convergenza su posizioni omogenee di tutti i gruppi sociali colpiti dagli effetti negativi della recessione; è su questa convergenza che la sinistra “dovrebbe ripensare le sue politiche di alleanze, coltivando la possibilità di un blocco sociale il cui consenso sia imperniato su obiettivi di uguaglianza”. Ovviamente, precisa Bellanca, evocando quanto Luciano Gallino aveva affermato in un saggio scritto prima della scomparsa, la “moltitudine” originata dalla convergenza degli “antiestabishment” dovrebbe disporre di un soggetto politico di peso, sorretto da una massa adeguata di elettori e guidato da un “gruppo dirigente” in grado di dare una forma appropriata alla svolta necessaria per correggere il processo distributivo.
Seguendo le indicazioni del filosofo Andrea Zhok, Bellanca è del parere che tale gruppo dirigente non dovrebbe aggiungere nulla al “patrimonio ideale della sinistra”, ma operare semmai “per sottrazione”, liberandosi “della stragrande maggioranza delle ‘ovvietà di sinistra’” e concentrandosi su “poche idee di fondo, allo scopo di “scoprirne e spiegarne le implicazioni in contesti e situazioni attuali”. Ad ogni buon conto, Bellanca è del parere che siano due le idee-chiave sulle quali il gruppo dirigente dovrebbe fondare la propria azione.
In primo luogo, esso dovrebbe acquisire la consapevolezza che all’interno del mercato opera un meccanismo distributivo caratterizzato da una pre-distribuzione verso l’alto, successivamente corretta verso il basso mediante trasferimenti a valere sul sistema fiscale. Tale correzione potrebbe, invece, essere meglio realizzata, applicando “sistemi di contrappesi, che intacchino le posizioni sociali privilegiate e attenuino il potere dei super-ricchi”. In secondo luogo, il gruppo dirigente dovrebbe fare propria un’idea molto scomoda per la “mentalità tradizionale” della sinistra, prospettando una riforma strutturale, come quella indicata da Carlo Perrotta, diretta a colpire l’”accordo implicito, omertoso, tra la maggioranza di lavoratori autonomi, che evade il fisco, e la maggioranza dei lavoratori del pubblico impiego, che rifiuta qualsiasi vero controllo di produttività”.
In conclusione, le due idee suggerite da Bellanca dovrebbero essere sufficienti a motivare il nuovo soggetto politico di sinistra che volesse conquistare l’egemonia sul blocco sociale formatosi con la convergenza consensuale di tutti i gruppi sociali inpoveriti, per coglierne gli aspetti di accordo e tralasciarne le divergenze; ciò, in considerazione del fatto che il “consenso egemonico è un percorso che, conflittualmente, ottiene la collaborazione di alcuni gruppi e il contrasto di altri”; nell’Italia attuale, per lottare contro le disuguaglianze, una forza politica di sinistra non potrebbe dirigere alcun blocco sociale senza essere conflittualista.

D’accordo sulla necessità che i gruppi sociali diversi convergenti verso il blocco sociale degli antiestablishment sia egemonizzato da un soggetto politico la cui leadership non escluda eventuali possibili conflitti tra una maggioranza ed una minoranza in cui può risultare diviso il “blocco”; quel che risulta poco chiaro, e per molti versi incomprensibile, è la ragione del perché il nuovo soggetto politico debba essere di sinistra; ciò equivarrebbe ad ipotizzare che gli antiestablishment, cioè coloro che hanno subito il processo di impoverimento siano solo quelli ideologicamente orientati a sinistra e che gli antiestablishment di destra siano meno poveri di quelli di sinistra, solo perché sono di destra.

Quello di Bellanca è un modo di ragionare un po’ retrò. Se il nuovo soggetto politico che deve organizzare la lotta contro le ineguaglianze distributive che stanno conservando il sistema economico nazionale su posizione incagliate, perché qualificarlo “forza di sinistra”, espressione che evoca solo motivi di contrapposizione, anziché di unione? Non sarebbe più appropriato qualificarlo semplicemente “forza progressista” orientata a ridimensionare e a contrastare le ineguaglianze secondo idealità socialiste? Certo, anche le forze socialiste nell’esperienza storica dell’Italia sono state forze di sinistra, ma è altrettanto vero che, normalmente, le forze socialiste sono state sempre pluraliste e mai pervicacemente schierate in difesa delle ovvietà di certa sinistra alla quale fa costante riferimento Bellanca nel suo scritto.

Gianfranco Sabattini

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