martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il “Catilina” di Claudio Romano Politi: il sogno
di una Roma diversa
Pubblicato il 11-10-2016


catilinaSino al 16 ottobre prossimo, al “Nuovo Teatro Orione”, nel quartiere romano Appio-Tuscolano (municipio, ricordiamo, tra i più popolati di Roma,e tuttavia con una storica carenza d’offerta teatrale), è in scena “Catilina”: uno spettacolo di Claudio Romano Politi (con Carlo Oldani, direttore dell'”Orione”), che inaugura la nuova stagione d’un teatro che vuole proporsi come punto di riferimento per tutte quelle iniziative teatrali (e, più in generale, di spettacolo e cultura varia) innovative e che non riescono a trovare sbocchi.
Lucio Sergio Catilina (108- 62 a. C.): uno dei “maledetti” della storia, di quei dannati che la storiografia ufficiale, sino a poco tempo fa, ha inserito senza appello nella galleria degli aspiranti dittatori, se non addirittura dei cinici sanguinari e assetati di potere, insieme ad Hitler, Stalin, Mao.E di cui la critica più qualificata, invece, negli ultimi anni finalmente ha tracciato un ritratto più obbiettivo; evidenziando i possibili motivi alla base della demonizzazione del personaggio.Non a caso questa pièce di Politi s’ispira liberamente al “Catilina” di Massimo Fini: il giornalista e storico che già nel 1993 pubblicava “Nerone-Duemila anni di calunnie”, ritratto controcorrente del controverso imperatore (nella scia, del resto, di grandi storici di roma come Mario Attilio Levi e il romeno Eugen Cizek); e nel ’96, per i tipi di Mondadori, dedicava un analogo saggio biografico al patrizio romano grande nemico di Cicerone.
Il Catilina di Politi (un intenso Marco Rossetti) appare sulla scena – tra scenografie con architetture ispirate a De Chirico e agli storici palazzi dell’EUR, e luci che ricreano sapientemente le atmosfere, spesso notturne, d’un Urbe corrotta dal potere – agli inizi della sua carriera pubblica. Che, come per il più giovane (di 8 anni) Giulio Cesare, inizia negli anni di Silla: per il quale il giovane Lucio Sergio, di famiglia nobile, combatte, facendo parte anche delle sue “squadre di proscrizione”, scatenate, dopo il trionfo sillano dell’ 82 a. C., contro i possibili nemici del dittatore. Dopo la morte di Silla (78 a. DC.). Catilina, eletto, lo stesso anno, questore, da senatore inizia ad avvicinarsi, invece, al partito popolare o democratico, portavoce degli interessi soprattutto dei ceti più umili,e diretto da politici di spicco come Crasso e Cesare. La pièce evidenzia l’ offerta di Crasso a Catilina, nel 66 a. C., di partecipare a una congiura volta a portare al potere i popolari, che tuttavia fallisce; nel quarantenne politico, divenuto intanto pretore, e propretore in Africa, matura, allora, la decisione di candidarsi a console (come già tentato, senza riuscire, quello stesso anno).
Due volte, nel 64 e nel 63, Lucio Sergio si ricandiderà a console, come candidato dei democratici: fallendo ambedue le volte, per gli intrighi e i brogli elettorali organizzati da Cicerone e dagli stessi Crasso e Cesare, timorosi del suo programma radicale.Un programma che, sviluppando quelli che erano stati i migliori obbiettivi dei fratelli Gracchi, prevede una forte riforma agraria e istituzionale, la fine dei privilegi aristocratici, la cancellazione almeno parziale dell’incredibile montagna di debiti ( con interessi che a volte arrivano addirittura al 50% della somma in questione) che opprime letteralmente mezza Roma,arricchendo gli usurai (alcuni dei quali, anche senatori…). Chiaramente troppo, per l’establishmenti dell’epoca; Catilina decide, allora ( pur sapendo d’avere poche speranze di riuscita, ma contando sull’appoggio della, plebe romana), di tentare la via della rivoluzione armata.
Dopo le infiammate “catilinarie”, in Senato, di Cicerone (che più volte s’atteggerà, in seguito, a padre della patria, quasi un Churchill dell’epoca, vittorioso contro il nemico della democrazia), la vicenda ha un finale alla Spartaco. Mentre i suoi compagni di congiura (Cetego, Lentulo e altri) sono giustiziati nel carcere Mamertino, Catilina, uomo di grandi ambizioni ma che non ha esitato a mettere in gioco tutto se stesso, e il suo patrimonio, senza ambiguità, per la causa degli umili, affronta, nei pressi di Pistoia, l’esercito governativo, forte di 18 mila uomini. È il 5 gennaio del 62 a. C.:come già Sertorio e Spartaco, il ribelle cade combattendo, e inseguendo il sogno d’una Roma diversa.
La regia di Carlo Oldani, e le musiche di Marco Frisina incalzano letteramente gli spettatori, in un crescendo di tensione inarrestabile. Molto curati i costumi; notevole la recitazione di tutti gli attori, senza retoriche né sbavature.

Fabrizio Federici

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