sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

L’Ungheria e la rivolta
del 1956, il coraggio
di un testimone
Pubblicato il 24-10-2016


kopatsy

Kopátsy Sándor

Il 23 ottobre 1956 ebbe inizio una vasta rivolta in Ungheria con la partecipazione di operai e studenti. Le novità del rapporto Chruščëv, emerse il 16 febbraio nel XX congresso del Pcus, riguardarono la denuncia dei crimini di Stalin e la condanna del «culto della personalità» del dittatore georgiano, a cui furono attribuiti gli errori e orrori di un’epoca. Il testo di quel rapporto, reso noto solo il 4 giugno dello stesso anno, accese una vivace discussione nella Sinistra europea, suscitando grandi aspettative in Ungheria e tutti i Paesi satellite dell’Urss.

    Le spinte di rinnovamento, alimentate dal processo di «destalinizzazione», provocarono a fine giugno incidenti a Poznań in Polonia, dove gli operai scesero in piazza per rivendicare aumenti salariali. La rivolta si ricompose in ottobre con il ritorno al vertice del partito di Wladislasw Gomulka e si concluse con la morte di 38 morti e 270 feriti: più grave la rivolta ungherese con la fuga all’estero di 250 mila persone e circa tremila morti.

    La storia della rivolta ungherese è raccontata da Sándor Kopácsi in un libro edito nel 1980 e ripubblicato con il nuovo titolo Abbiamo quaranta fucili, compagno colonnello. Il romanzo della rivolta di Budapest nel 1956 (Edizioni e/o, Roma 2016, pp. 419). Nell’Introduzione del 1980, ora diventata  Postfazione, Aldo Natoli (scomparso nel 2010) considerò la sua autobiografia un libro attendibile sulla rivolta ungherese per la vivida testimonianza dell’Autore.

    Come ex operaio metalmeccanico nella fabbrica di Diósgyör, Kopácsi (era nato nel 1922)  partecipò giovanissimo durante la Seconda guerra mondiale nella lotta contro i nazisti, contribuendo così a liberare l’Ungheria dall’esercito tedesco. Lo ricorda in pagine commosse (pp. 29-38), là dove chiarisce il motivo per cui fu spinto alla lotta partigiana e il plauso ricevuto dal generale Leonid Brežnev. Fu così che si pose al servizio di Mátyas Rákosi, che fu sorpreso della preparazione culturale del giovane e della sua conoscenza della dottrina marxista-leninista. Kopácsi partecipò inizialmente alla rivolta dall’altra parte della barricata come questore di Budapest. La carica gli venne direttamente attribuita da Rákosi, che lo scelse per la «sua indiscutibile discendenza operaia» e per la sua «qualità di ariano» (p. 408). Ma influì certamente nella scelta dell’«onnipotente» Rákosi la personalità di Kopácsi, la cui fedeltà alle direttive del partito si univa a una dose di opportunismo e ad un ambizioso desiderio di carriera.

    La parte più interessante del racconto di Kopácsi riguarda i giorni caldi di Imre Nagy, che – espulso dal partito l’anno prima – fu richiamato al potere come presidente del Consiglio. Uno dei suoi primi provvedimenti governativi fu la proclamazione della legge marziale e l’ordine impartito agli insorti di consegnare le armi. Nelle sue pagine quelle giornate sono raccontate con dovizia di particolari con riferimento al suo dramma personale e alla situazione disperata di Budapest, dove la popolazione viveva impaurita tra bombe molotov, raffiche di mitra e invasioni di carri armati. Nel suo incarico di questore di Budapest, Kopácsi non considerò gli operai insorti come nemici e incoraggiò il loro spirito di fratellanza con i soldati. La sua posizione si limitò – come scrive giustamente Aldo Natoli – ad «evitare un più grave spargimento di sangue» (p. 413), senza prendere alcuna iniziativa che potesse nuocere lo sviluppo delle loro rivendicazioni sociali. Un aspetto questo che viene messo in rilievo da David Bidussa nella recensione che dedica al racconto autobiografico di Kopácsi, che – contrariamente a quanto scrive egli – mantenne la carica di questore anche dopo la rivolta (Sándor Kopácsi e la voglia di libertà, «Il Sole 24 Ore», 23 ottobre 2016, n. 292, p. 29).

    Durante il suo oneroso incarico, Kopácsi ebbe rapporti amichevoli con i funzionari sovietici che svolgevano la loro opera nell’apparato poliziesco di Budapest. Sorpreso dalla manifestazione del 23 ottobre, egli ricevette l’ordine di sedare i disordini e di prendere le misure necessarie per il mantenimento della quiete pubblica. Quella convulsa giornata fu caratterizzata dalla distruzione della statua di Stalin, che con la sua altezza di 12 metri sembrava dominare l’intera città nella sua soggezione all’Urss.

    Le sue pagine più drammatiche, dense di valore documentario, riguardano le giornate del 24 e 25 ottobre, ma sorvolano sulle quattro successive. Eppure fra il 25 e il 29 ottobre la rivolta espresse il suo volto più turbolento con i russi incapaci di reagire e il governo Nagy non in grado di riprendere il controllo della situazione. Il 27 ottobre venne presentato il nuovo governo, di cui faceva parte il filosofo Gyorgy Lukacs, che non contribuì ad impedire il dilagare della protesta, nonostante la sua fama di insigne marxista. Il 28 ottobre Nagy annunciò alla radio l’accordo raggiunto con i sovietici sulla partenza immediata delle loro truppe da Budapest e l’inserimento degli operai armati nell’esercito regolare ungherese, ma si trattava di un inganno imposto dalla centrale moscovita. Il 29 ottobre la presenza imponente delle truppe sovietiche – come testimonia Kopácsi – fu estesa dal centro urbano di Budapest alla zona occidentale del territorio, verso la frontiera con l’Austria e la Jugoslavia. Della giornata del 30 ottobre, egli riferisce il severo monito di Anastas Mikojan, che gli avrebbe detto: «Noi adesso dobbiamo lasciare il vostro paese, aiutate il compagno Nagy a salvare il salvabile»: una richiesta che implicava un mutamento radicale dei rapporti fra Budapest e Mosca e una profonda ristrutturazione dell’apparato burocratico ungherese. Lo stesso giorno il Presidium moscovita adottò una risoluzione con cui decideva di soffocare militarmente la rivolta ungherese. Dietro la falsa dichiarazione dell’uguaglianza tra i partiti comunisti si celava questa volontà di dominio per scongiurare che la rivolta potesse estendersi in altri paesi europei. All’annuncio di Nagy, deciso a ritirare l’Ungheria dal Patto di Varsavia, l’Armata Rossa – appoggiata dal gruppo filosovietico – attuò una dura repressione cessata definitivamente il 10 novembre.

    Proprio durante la rivolta Kopácsi cominciò a dubitare della «tutela» sovietica di fronte alla massiccia partecipazione popolare in un susseguirsi di iniziative che caratterizzarono l’organizzazione dei Comitati rivoluzionari e dei consigli degli operai. Così decise di passare dalla parte degli insorti, prima impedendo alla polizia di intervenire e poi partecipando personalmente a quelle drammatiche giornate. Il suo dramma personale sfociò nell’accusa di cospirazione antipatriottica.

    Il 4 novembre Kopácsi venne arrestato personalmente dal generale Ivan Alexsandrovič Serov, presidente del Comitato della sicurezza dello Stato (oggi si direbbe il capo del KGB), che lo minacciò di farlo «impiccare sull’albero più alto di Budapest» (p. 277). Così egli fu tradotto in carcere, nonostante le sue proteste di deputato all’Assemblea nazionale ungherese e della sua immunità, che non servì a risparmiargli l’umiliazione di scrivere un comunicato per «cessare la lotta armata» (p. 283).     Processato dalla Corte Suprema, fu condannato il 15 giugno 1958 all’ergastolo per essere scarcerato cinque anni dopo grazie all’amnistia concessa da Nikita Kruscĕv. Nel 1975 abbandona l’Ungheria per stabilirsi in Canada, dove scrisse il suo racconto della rivolta ungherese. Morirà a Toronto il 2 marzo 2001.

Nunzio Dell’Erba

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Commenti all'articolo
  1. Carissimo Nunzio
    Ricordo che Togliatti fu informato subito del rapporto Kruscev sui crimini di Stalin ma lo tenne occultato nei confronti dei comunisti italiani. Fu solo grazie all’informazione della stampa statunitense che il rapporto venne alla luce dopo quattro mesi anche in Italia. Anziché operare una profonda revisione e scegliere l’autonomia da Mosca Togliatti assieme ai maggiori dirigenti del PCI si esibirono sull’Unità nella condanna di “quei traditori e reazionari alla Causa”. Quei traditori erano migliaia di lavoratori, intellettuali e giovani che si ribellavano ad un regime oppressivo con il volto della dittatura comunista. Tanti giovani “traditori” s’immolarono sotto i cingoli dei carri armati sovietici ed uno di loro si diete alle fiamme in una piazza rappresentativa di Budapest. In Italia i comunisti parlavano di antifascismo nella condanna di quella dittatura e contemporaneamente ne esaltavano una ancora più feroce come quella dell’impero sovietico. Ci sarebbe da dire molto altro ma mi fermo alla doppia morale comunista rispetto all’unica morale sempre espressa dai Socialisti di fronte ad ogni forma di dittatura.
    Fraternamente da Nicola Olanda

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