giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La “rivoluzione socialista”. Il riformismo e l’Italia
di Enrico Rossi
Pubblicato il 21-10-2016


rossi-rivoluzionarioEnrico Rossi, presidente della Regione Toscana, già sindaco di Pontedera ed ex assessore regionale alla sanità, intervistato da Peppino Caldarola (“Rivoluzione socialista”, a cura di Peppino Caldarola e “Postfazione” di Tommaso Michea Giuntella), ha rilasciato un insieme di “idee e proposte” circa quella che per lui dovrebbe consentire all’attuale maggioranza di governo di “cambiare l’Italia”, attraverso un’azione autenticamente riformista.

Per cambiare in senso socialista l’Italia, Rossi fa affidamento sulle sua capacità di amministratore e nulla più, nonostante egli dichiari che i valori socialisti sono sempre stati il faro della sua vita. L’intervista si snoda attraverso un susseguirsi di osservazioni riguardanti i problemi che affliggono il Paese e di proposte ritenute adeguate a risolverli; ma mai, in nessuna delle risposte alle domande formulate da Caldarola, è indicato un sia pur minimo cambiamento dell’attuale assetto istituzionale, che in qualche modo risulti funzionale all’obiettivo di cambiare l’Italia in senso socialista.

“Io sono – dichiara Rossi in apertura dell’intervista – un amministratore…Mi sono sempre occupato dei problemi della gente, di cose concrete, di risposte altrettanto realizzabili. Ho sempre cercato di portare nell’azione di governo un segno, un’ispirazione a principi ideali, senza cui anche l’amministrazione rischia di ridursi a un pragmatismo privo di visione e di futuro…Ecco, oggi io penso che, come mai prima d’ora, alla guida di un partito di sinistra, come dovrebbe essere il PD, debba trovarsi un uomo che abbia certe caratteristiche: che sappia governare ma, nello stesso tempo, sia ispirato dall’idea socialista e da un chiaro profilo politico”.

Il termine socialismo, a parere di Rossi, indica la volontà di superare “lo stato di cose esistenti e migliorare la condizione umana”; la sua sconfitta è consistita nel fatto che la sinistra, a partire dalla fine degli anni Settanta, ha evitato di criticare il trionfo del capitalismo e il prevalere dell’ideologia liberista, voltando “le spalle alla sua fede storica che non può chiamarsi in nessun altro modo che con la parola ‘socialismo’” e rinunciando “all’idea di un governo più razionale e umano della società e dell’economia e al programma di una lotta possibile per il superamento delle disuguaglianze”.

Rossi riconosce che la “rivoluzione antifascista e la nascita della Costituzione” erano valse a rendere possibile l’”ingresso nella via pubblica, per la prima volta da protagoniste, delle masse popolari, attraverso grandi partiti fortemente organizzati”; ammette inoltre che la Prima Repubblica aveva “fatto dell’Italia un Paese economicamente forte ed evoluto”, tale da “consentire grandi conquiste e un reale progresso in molti campi della vita individuale e collettiva”. Egli, però, non ha difficoltà nell’affermare che la Prima Repubblica è “fallita” quando, agli inizi degli anni Settanta, non ha saputo fare fronte all’”esigenza del ricambio delle classi dirigenti e di un’alternativa”; anche per la responsabilità del PCI, che non sarebbe riuscito a “costruire l’unità a sinistra consegnando il Paese al consociativismo, a una modernizzazione di facciata, fondata sull’evasione fiscale, sulla corruzione e su una spesa pubblica distorta e fuori controllo che ha fatto lievitare in modo abnorme il debito pubblico”. Il punto terminale di questo percorso è stata la crisi di “Tangentopoli” e con essa la fine dei grandi partiti, con l’irruzione sulla scena politica di un “individualismo antistatale e antiistituzionale”, che ha segnato in negativo la cultura politica del Paese.

Da questa crisi, a parere di Rossi, l’Italia non sarebbe ancora uscita, per via del fatto che le esperienze governative, prima con l’Ulivo e ora con Renzi, non avrebbero consentito di superare lo “stadio dell’emergenza continua”. Renzi avrebbe assicurato al Paese solo una “capacità di tenuta”, fondata su un riformismo “quanto basta”, mancante inevitabilmente di una “visione della società del futuro”. Il pragmatismo prevalso avrebbe determinato un indebolimento della democrazia e la sua “rottura” con il capitalismo, dalla quale sarebbero derivate conseguenze negative su cui occorrerebbe riflettere; ciò senza rinunciare nel contempo a risolvere i problemi attuali più impellenti, quali, ad esempio, fra i molti, la perdita di ruolo degli enti locali in rapporto ai cambiamenti oggettivi dell’economia e la crisi fiscale dello Stato. La soluzione di questi problemi, a parere di Rossi, potrà essere meglio affrontata, disponendo della revisione della Costituzione, quale quella disposta dall’attuale maggioranza governativa.

Tuttavia, circa la riforma Renzi/Boschi della Carta, Rossi afferma di nutrire il sospetto che le modalità con cui è stata predisposta possano renderla inidonea a risolvere il problema di una stabile governabilità; al riguardo, egli si chiede se un’”operazione di revisione costituzionale…non sarebbe stato miglio affrontarla con un’assemblea costituente, votata con il proporzionale e insediata con uno scopo specifico”; ciò, al fine di evitare il rischio che un cambiamento costituzionale realizzato col solo sostegno di una maggioranza governativa, non condiviso da molti, possa non consentire di conseguire lo scopo della stabilità dell’azione di governo. Su questo punto, tuttavia, Rossi ha motivo di consolarsi, osservando che, se la riforma supererà la prova del referendum confermativo, il risultato non sarà un evento definitivo, ma un processo che si “espliciterà attraverso procedimenti legislativi e non meno importanti atteggiamenti politici”; al riguardo, egli trascura la circostanza che proprio l’iter di tale processo sarà irto di difficoltà politiche e di pericoli istituzionali, in virtù del fatto che la Carta repubblicana è rigida e non l’esito di un’evoluzione storica.

Ciò che della riforma Renzi/Boschi Rossi considera soprattutto positivo è, oltre il superamento del bicameralismo perfetto, la possibilità che le regioni nel nuovo senato possano fare sentire la loro voce nel dibattito politico, apprezzando tra l’altro, quanto alla riforma del Titolo V, la prevista “clausola di supremazia”, che consentirà allo Stato di avocare a sé ogni decisione d’interesse regionale, quando lo dovesse richiedere l’interesse nazionale. Anche su questo punto, Rossi trova contraddittoriamente motivo di consolazione, pensando che il successo della riforma dipenderà in buona sostanza da come essa sarà attuata, “da come funzionerà il nuovo senato, se le regioni eviteranno di ripiegarsi su se stesse a difesa di un ceto politico locale, se saranno proattive e protagoniste del processo di attuazione del Titolo V”.

Solo se tutto ciò accadrà, a parere di Rossi, sarà possibile dare inizio a “una nuova stagione di regionalismo”; ma questa “nuova stagione”, cui allude l’ex presidente della Regione Toscana, non è una piena autonomia responsabilizzante delle regioni, resa possibile da una riforma in senso federale dello Stato, ma solo un’auspicata “rivoluzione”, che consenta di rivedere la “geometria delle regioni”, al fine di superare l’attuale frammentazione. Se la sinistra riuscirà a governare questo processo, a parere di Rossi, potrà reinsediarsi nei territori; se, invece, prevarrà una vocazione centralista, la scena politica sarà dominata “dai grandi poteri, piuttosto che dagli interessi diffusi”, come se la riforma della Carta non sia già di per sé centralista e il potere decisionale delle regioni pressoché annullato dalla spada di Damocle della prevista clausola di supremazia.

L’indebolimento della democrazia avrebbe anche creato motivi di confusione nella percezione del rapporto che dovrebbe esistere tra diritti civili e diritto sociali. Il movimento socialista e la sinistra in genere, a parere di Rossi, sarebbero arrivati tardi su questi problemi, in quanto si sarebbero rinchiusi “in una sfera economicistica”, che non avrebbe consentito loro di cogliere i “bisogni fondamentali di libertà e affermazione della persona”. Pertanto, egli rivendica più protezione per i lavoratori, soprattutto se instabili sul piano occupazionale, e propone una azione legislativa contro la povertà, ma anche un “passo avanti enorme nel senso della libertà personale”. Solo rispondendo a queste esigenze fondamentali, potrà, secondo Rossi, essere ritrovata l’attualità del socialismo, “percorrendo i sentieri di tre bisogni fondamentali della vita collettiva e individuale: l’intimità emotiva e fisica, l’indipendenza economica e l’autodeterminazione politica”. In che modo?

Rossi non ha dubbi ed afferma che i “tre bisogni fondamentali” possono essere soddisfatti attraverso una “scelta politica forte del Paese”, fondata su tre pilastri: maggiori investimenti pubblici e privati, riduzione del cuneo fiscale per favorire la riduzione della disoccupazione e rilancio del welfare State; ma l’attuale governo non sarebbe “sulla buona strada”, perché, per attuare la scelta politica forte della quale avrebbe bisogno, il Paese “avrebbe dovuto rottamare l’ideologia prevalente secondo cui il ruolo dello Stato nell’economia debba essere ridotto e la ripresa sia possibile affidandosi alle sole forze di mercato” e lottare contro gli esiti negativi della riduzione della spesa sociale, verificatasi prima dell’avvento al governo dell’attuale maggioranza. La crisi del welfare State è stata in ogni caso una sconfitta politica della sinistra, che non ha saputo contrastare il fatto che “la destra neoliberista, al primo accenno di crisi” abbia imposto l’idea che buona parte della spesa sociale fosse da considerare uno spreco ed un costo inutile.

Di fronte alla crisi dello sistema di protezione sociale dovrà essere formulata, secondo Rossi, una proposta per rilanciare il significato del welfare State, considerandolo “non come costo, ma come elemento di modernità, coesione, competitività di un Paese avanzato”; ciò perché il welfare “è una rete di servizi, diritti, a cui si accede tramite il lavoro. Senza lavoro non c’é welfare”. Quando però si parla di welfare e di lavoro, a parere di Rossi, si ha “in mente un lavoro del tempo passato, un lavoro a tempo indeterminato che dura tutta la vita…Oggi non è più così. I lavori nell’arco della vita sono divenuti discontinui, ma l’accesso ai diritti e alla protezione rimane legato al lavoro che si fa, soprattutto attraverso le forme integrative di welfare aziendale”.

Rilanciando il sistema di protezione sociale, la sinistra dovrà interrogarsi “su come sia stato possibile che, anche con la sua responsabilità, si siano adottate politiche di riduzione dello Stato sociale, contenimento degli investimenti, difesa dei poteri economici e finanziari mostrando scarsa sensibilità verso i lavoratori, i ceti medi, i giovani disoccupati e gli emarginati”; e nel riflettere sui suoi errori, la sinistra dovrà anche essere ferma nel convincimento che i problemi da affrontare escludono ogni possibile ritorno nei confini nazionali, perché a quel livello, sottolinea Rossi, nessuno di essi potrà essere risolto.

Dichiarandosi favorevole alla realizzazione di un’”Europa a due velocità”, fondata sulla distinzione tra un’Europa dei Paesi che hanno adottato l’euro e un’Europa costituita dai Paesi che, pur continuando a fare parte dell’UE, non intendono partecipare all’attuazione di cogenti politiche comuni, Rossi auspica l’accelerazione del processo di integrazione della prima Europa, al fine di pervenire all’adozione di una comune politica economica. In questo modo, diverrebbe possibile, conclude Rossi, evocando un antico discorso di Jacques Delors, pensare di elaborare un progetto economico e sociale europeo, con cui ridare fiducia ai cittadini del Vecchio Continente sul proprio futuro; ciò perché solo in questo modo diverrebbe possibile dare nuovo slancio all’idea socialista, a un’idea cioè in grado di ispirare nei leader politici europei un’azione efficace contro la compromissione del finanziamento dei sistemi di sicurezza sociale, della stabilità occupazionale della forza lavoro e la formazione di gravi fenomeni sociali, quali la marginalizzazione e l’esclusione.

Al termine della lunga e articolata intervista rilasciata da Rossi, viene spontaneo chiedersi: ma l’auspicata “rivoluzione socialista” dove sta? E’ concepibile che un’azione governativa, quale quella prefigurata da Rossi, utile solo alla normale soluzione dei problemi contingenti, sulla base di una struttura istituzionale repubblicana pressoché identica a quella ereditata, possa connotare, in senso socialista, il futuro del Paese? O, a tal fine, sarebbe necessario fare seguire alle soluzioni proposte dei problemi indicati (povertà, disuguaglianze distributive, disoccupazione, precarietà dell’occupazione, riduzione della spesa sociale, ecc.) l’indicazione di una qualche riforma istituzionale autenticamente innovativa?

Nella sua intervista Rossi non va al di là, sia pure con qualche cautela, dell’elogio per la riforma costituzionale elaborata dall’attuale maggioranza governativa, limitandosi a prevedere che, se la riforma supererà il referendum confermativo, possa risultare utile a cambiare l’Italia in senso socialista. Troppo poco. Per indirizzare in senso socialista l’evoluzione del sistema sociale italiano, unitamente ai sistemi sociali degli altri Paesi impegnati a realizzare il “progetto europeo”, occorrerà risolvere strutturalmente, una volta per tutte, il problema della disoccupazione irreversibile; ciò, al fine di evitare, come afferma lo stesso Rossi, che l’assenza di lavoro porti inevitabilmente alla distruzione di ogni sistema di sicurezza sociale. Su questo punto, la riforma costituzionale, oggetto oggi di un duro confronto politico, quale che sia il suo iter legislativo e attuativo futuro, non offre alcuna soluzione appropriata della problema della libertà dal bisogno di tutti; condizione questa che dovrebbe valere a connotare l’organizzazione di un sistema sociale fondata realmente sui valori del socialismo democratico.

Gianfranco Sabattini

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