martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Shakespeare al Quirino
di Roma con la tragedia
di Amleto
Pubblicato il 19-10-2016


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La “Tragedia di Amleto, Principe di Danimarca” è una delle più note opere di Shakespeare, scritta nel 1600 ed ancora attualissima. In essa si narra la vicenda di un giovane principe, a lutto per la prematura perdita del padre. La depressione si trasforma in lucida follia quando Amleto scopre che la morte del padre non è avvenuta per cause naturali ma per la mano crudele dello zio Claudio. Questi, bramando il regno e la regina Gertrude, avvelena il fratello mentre dorme in giardino, versandogli nell’orecchio un veleno mortale a base di giusquiamo. Poco dopo Claudio si sposa con Gertrude e diventa re di Danimarca. La brutale verità viene svelata ad Amleto da uno spirito che ha assunto le sembianze del padre defunto. Ma Amleto non sa se quello spirito sia davvero il padre oppure un demonio venuto a seminare odio. Decide così di approfittare dell’arrivo a corte di una compagnia di attori teatrali per smascherare lo zio: Amleto chiede agli artisti di inscenare una tragedia dalla trama molto simile alle tristi vicende che hanno interessato la sua famiglia. Durante la rappresentazione il re Claudio si adira e chiede che l’opera venga interrotta. Amleto ora è certo che lo zio sia un assassino ed usurpatore. Decide di passare all’azione ma, per uno sfortunato destino, uccide il ciambellano Polonio invece dello zio. Intanto Claudio, dopo la rappresentazione, è alle prese con la sua coscienza eppure non riesce a pentirsi, anzi sfrutta la sete di vendetta di Laerte, figlio di Polonio, per cercare di togliere definitivamente di scena Amleto. Ne segue un duello serrato, con un finale amaro per tutti.

La rappresentazione in due atti al Teatro Quirino si apre con l’apparizione dello spirito ad Orazio,  amico fidato di Amleto. La nebbia e l’oscurità avvolgono i protagonisti. Progressivamente il racconto si sviluppa, in un contesto scenografico stilizzato, che richiama ora il cortile interno ora un grande salone del palazzo reale. I costumi sono contemporanei e raffinati, le musiche sono presenti nella parte iniziale del dramma ed accompagnano con discrezione la rappresentazione. Le luci ed i colori di scena ben si coordinano con le varie fasi dell’opera.

La traduzione e l’adattamento del testo originale sono perfetti. L’Amleto che troviamo al Quirino è leggermente tagliato – durerebbe altrimenti più di quattro ore – ma fedele, non alterato, con una traduzione atta a esaltarne tutte le possibilità poetiche, ma in una prosa semplice, scorrevole, di facile comprensione, e con una messa in scena e una recitazione che si propongono di essere vicine al nostro mondo.

Molto positiva la prova di Daniele Pecci, nei panni di Amleto, così come quella di Maddalena Crippa alias Gertrude, e complessivamente su ottimi livelli la performance di tutti i 14 attori presenti sul palcoscenico. Da segnalare il realismo del duello finale tra Laerte ed Amleto.

Dunque il testo ci pone davanti Amleto, un uomo, solo. Solo con la sua coscienza. Essere o non essere? Dar seguito alla verità rivelata dallo spettro e vendicare il padre oppure adagiarsi, conformarsi ed aspettare la morte dello zio per ereditare il regno, essendo lui il principe designato?

Ma dinanzi allo stesso dilemma sono posti anche Claudio e Gertrude. Il primo assetato di ricchezza, potere, amore terreno, la cui anima non è incline al pentimento ma a manipolare gli altri: proverà a far passare Amleto come pazzo con il fine di allontanarlo, imbrigliarlo, eliminarlo. E Gertrude, traditrice, connivente forse complice di Claudio, che ad un certo punto riconosce, ma solo per un secondo, che guardandosi dentro vede nella propria anima macchie nere e profonde che non si cancellano.

A contornare questi caratteri, troviamo altri personaggi, pure attualissimi. Dal ciambellano Polonio, uomo di corte, fin troppo zelante ed asservito al potere. Ai compagni di gioventù di Amleto, falsi amici, spie nelle mani di Claudio. Ad Ofelia, figlia di Polonio ed oggetto un tempo dell’amore di Amleto, che mantiene una sua purezza e che, forse intuendo la verità, prima impazzisce e poi si suicida una volta venuta a conoscenza della morte del padre. A Laerte, figlio di Polonio, combattente fiero e con il senso dell’onore, ma proprio per questo altamente manipolabile da un uomo senza scrupoli come il re Claudio.

La Tragedia di Amleto rappresenta caratteri universali e, in fondo, è uno specchio dell’uomo moderno.  Come sottolinea il protagonista e regista Daniele Pecci “L’Amleto di Shakespeare è il testo teatrale più importante dell’era moderna. Vi è in esso un’analisi profonda dell’umano sentire, in rapporto alle problematicità del vivere quotidiano. Meglio di chiunque altro, e soprattutto per primo, Shakespeare è riuscito a raccontare le infinite contraddizioni dell’essere umano, di fronte all’impegno che questo deve assumersi per poter anche semplicemente stare al mondo; affrontare il futuro, il destino, l’amore, le ingiustizie, le controversie, il dolore, la perdita. In esso sono ben dosate le rappresentazioni del mondo grande – lo Stato, i grandi destini e temi dell’umanità – e il microcosmo familiare dei sentimenti più intimi e segreti”.

La follia di Amleto, lucida o meno, permette certamente di indagare al meglio la natura umana. Un classico da non perdere, soprattutto per chi non abbia mai assistito ad una rappresentazione dell’Amleto. Al Teatro Quirino di Roma fino al 30 ottobre.

Al. Sia.

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