venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Mosca-Occidente. La crisi
vista dal punto di vista russo
Pubblicato il 25-10-2016


Molti analisti valutano che le relazioni Mosca-Occidente siano tornate “alla norma”, intendendo con questa espressione il ritorno al tipo di relazioni che hanno caratterizzato gran parte del secolo passato; nel senso che, quelle relazioni, proprie della Guerra fredda, erano intrise di profonde rivalità, sospetti reciproci e alternanza di situazioni di tensione e di distensione. Ora, la sostituzione della Guerra fredda con una non ben definita “guerra ibrida”, nella quale la componente militare è inestricabilmente connessa alla componente economica ed a quella politica, sta riproponendo il clima di paura del passato. E’ interessante considerare criticamente ciò che gli analisti russi sostengono in proposito; ciò, al fine di valutare se la posizione dell’Occidente nelle sue due componenti geo-politiche principali, quella americana e quella europea, siano appropriate per prevenire possibili escalation sul piano del confronto militare.

Nel considerare le relazioni russo-occidentali, si deve tenere a mente il fatto che quelle attuali sono meno stabili e prevedibili di quelle svoltesi ai tempi della Guerra fredda, poiché allora, non solo esistevano “linee rosse” che i contendenti sapevano di non dover travalicare, ma esisteva anche un “condominio del mondo” USA-URSS, cui oggi ne è subentrato uno nuovo, caratterizzato dalla presenza di una pluralità di “condomini”, con “pretese di visibilità e considerazione” che concorrono a rendere più complesse e imprevedibili le attuali situazioni di crisi.

A parere di Jan Vaslavskij, direttore della “School of Government and Internazional Affairs” dell’Università di Mosca (“Mosca non è un paria”, Limes n. 9/2016), le vecchie “linee rosse” dovranno essere sostituite da nuove, e sin tanto che queste non saranno state ben individuate, il mondo sarà destinato a sperimentare situazioni di grave crisi, con vittime e distruzioni, a meno che queste evenienze non siano rese più prevedibili di quanto ora non lo siano. La necessità che vengano fissate nuove regole, volte a stabilire entro quali limiti debbano essere contenute le pretese dei principali attori mondiali, è inevitabile, dato che – afferma Vaslavskij – “l’attuale ambiente politico-economico e le odierne tecnologie non consentono lo stesso livello di prevedibilità del passato”.

Nel XX secolo l’incertezza delle relazioni è stata anche ridotta “dalla reciproca conoscenza delle parti. L’alta qualità degli studi strategici, specie in America, Europa e Russia, ha assicurato un adeguato livello di competenza al momento di formulare la politica estera”. Ora, malgrado l’esistenza di molte situazioni di crisi presenti un po’ dappertutto, mentre la Russia starebbe approfondendo la conoscenza dello stato attuale del mondo, altrettanto, a parere di Vaslavskij, non può “dirsi degli studi occidentali sulla Russia”.

Dopo il crollo dell’URSS, l’Occidente si è illuso di poter considerare la Russia come un “paese sconfitto”, nel migliore dei casi pensando che fosse sull’orlo di un totale ripiegamento su se stessa; fatto, questo, che secondo l’analista russo ha indotto a sottostimare i risultati della sua ripresa. L’illusione della quale è stato vittima l’Occidente, che il crollo dell’URSS rappresentasse la “fine della storia”, come profetizzava Francis Fukuiama, ha impedito che Mosca fosse trattata alla pari; ciò ha escluso che tra le parti ci fosse un reciproco riconoscimento delle rispettive aspirazioni; invece – sottolinea Vaslavskij – dall’Occidente “sono venuti solo consigli paternalistici e, da ultimo, sanzioni e minacce”.

L’Occidente, credendo che il crollo del regime sovietico gli potesse consentire di stabilire il posto che la Russia doveva occupare nel mondo, sarebbe stato “spiazzato” dalla pronta ripresa del paese post-sovietico e dalla sua politica estera indipendente. In conseguenza delle illusioni maturate dopo il crollo dell’URSS, approfittando delle stato di debolezza attraversato temporaneamente da Mosca, l’Occidente ha invece pensato di poter “riscrivere le regole del gioco” in suo esclusivo favore, mostrando in tal modo di non voler tenere conto degli “interessi russi”. Stando così le cose, “si può addebitare solo alla Russia il pessimo stato attuale delle relazioni bilaterali?” A questa domanda, Vaslavskij dà una risposta negativa. Su quali ragioni quest’ultima è fondata?

A parere dell’analista russo, la componente europea dell’Occidente si trova oggi nell’incapacità di fare fronte alle sfide dell’immigrazione ed ai frequenti attentati alla sicurezza che le organizzazioni terroristiche compiono in alcuni Paesi del Vecchio Continente; ma l’”inerzia della politica estera americana fa sì che l’Europa non voglia pensare e vedere le cose in modo indipendente, anche per quanto concerne la Russia”. Ciò determina una sostanziale incapacità dell’Europa e degli Stati Uniti a considerare la Russia un paese che aspira, come qualsiasi altro, a soddisfare i propri interessi, senza mancare della volontà di contribuire allo sviluppo globale e alla soluzione delle situazioni di crisi esistenti.

L’attuale livello di mutua incomprensione offre chiaramente l’idea, conclude Vaslavskij, che Russia e Occidente siano destinati ad un duro confronto; sta ad entrambe le parti contendenti decidere se lo stato conflittuale esistente debba essere rimosso o meno. Se la Russia sarà sufficientemente motivata e l’Occidente mostrerà un reale interesse all’accordo e al rispetto reciproco, la “situazione potrà cambiare in meglio”; in caso contrario, è inevitabile il pericolo che l’incomprensione tra Russia e Occidente si sposti sul piano militare, in considerazione del fatto che se saranno minacciati gli interessi ed il diritto alla esistenza della Russia come Stato unitario e sovrano, la priorità sarà quella di difendere la propria sopravvivenza.

L’opzione della Russia di ricorrere all’”hard power” militare, che può esercitare grazie al suo potente arsenale, emerge evidente dalle due “Conversazioni” (entrambe pubblicate sul numero di settembre di Limes) che alcuni componenti la redazione delle rivista hanno avuto modo di effettuare, rispettivamente, con Oleg Šabrov, capo del Dipartimento di Scienze politiche dell’Accademia Russa (“La Russia riarma per non soccombere”) e con Dimitrij Oficerov-Bel’skij, professore presso l’Alta scuola di economia della National Research University di Perm (“Non illudetevi: anche dopo Putin, la Russia resterà se stessa”).

Se l’Occidente continuerà nei suoi tentativi di mettere la Russia all’angolo, attraverso un uso improprio della NATO, entrambi gli analisti russi non escludono il ricorso all’opzione militare. L’Occidente deve capire – sostiene Šabrov – che portando le minacce della NATO a ridosso dei confini, è inevitabile che la Russia si senta minacciata e diventi prioritaria la difesa della propria sopravvivenza. Dal canto suo, Oficerov-Bel’skij non è meno perentorio; egli afferma che Mosca non intende transigere sui propri interessi nello spazio ex sovietico, esclusi gli Stati baltici, ma inclusi Caucaso e Asia centrale: questa è, per l’economista di Perm, la nuova “linea rossa” del Cremino. Qualora l’Occidente non la rispettasse, la Russia, “se malauguratamente dovesse scoppiare un’altra guerra alle sue porte, è fermamente intenzionata a far sì che non si combatta sul proprio suolo. Questo è un obiettivo strategico cui il Cremino non vuole assolutamente derogare”. L’Occidente sta peccando “di superbia e insensibilità. Non ha voluto prendere in considerazione gli interessi russi quando Mosca era percepita debole. Ora che sta risorgendo, non vuol trattarla da partner. E’ una scelta. Ma come tutte le scelte, ha le sue conseguenze”.

In tutte le sue componenti, l’Occidente non sembra più di tanto allarmato dalle valutazioni degli analisti russi, circa il pessimo stato delle relazioni di Mosca con Occidente e i pericoli che un loro ulteriore peggioramento può comportare. Gli analisti occidentali tendono ad esorcizzare tali pericoli, osservando che la Russia incontrerebbe serie difficoltà, per via soprattutto della sua debolezza economica; ciò, dovrebbe essere sufficiente, in questo momento e per un tempo abbastanza lungo, a fugare la possibilità che essa possa fare ricorso alla “carta militare”. Niente di più sbagliato, evidentemente.

E’ senz’altro vero che la crisi economica in cui la Russia da tempo si dibatte può, come si suol dire, bagnarle pro-tempore le polveri; ciò, però, non è sufficiente ad evitare il pericolo che le relazioni Mosca-Occidente tornino ad essere governate, quanto meno, su basi deterrenti, come ai tempi della Guerra fredda. Anzi, è proprio della necessità che la Russia riesca a sottrarsi dalla crisi economica, che l’Occidente (in particolare la sua componente europea) dovrebbe avere a cuore, giusto per sottrarla all’unica opzione della quale dispone, l’uso della forza, per la difesa dei suoi interessi.

A partire dal 2009, a causa del diffondersi a livello globale degli effetti della crisi del mercato immobiliare americano e del crollo dei prezzi delle materie energetiche, il PIL russo è diminuito, impedendo alla Russia di affrancare la sua economia dalla quasi totale dipendenza dal comparto energetico; nello stesso tempo, Mosca ha approfondito i propri rapporti con Pechino, fondando e stabilizzando i nuovi rapporti russo-cinesi su una visione del mondo che ha, come evidenzia Gian Paolo Caselli (“La crisi economica insidia l’egemonia russa in Asia centrale”, in Limes, n.9/2016), molti punti in comune: difesa della sovranità nazionale, riforma del sistema delle relazioni economiche internazionali, valutate troppo sbilanciate in favore dell’Occidente, e avversione alle politiche egemoniche statunitensi nell’area del Pacifico. Nei rinnovati rapporti russo-cinesi, la Cina svolge nell’area asiatica il ruolo di potenza economica più attiva, nel senso che il Cremino, sulla base di un tacito accordo, svolge il controllo militare dell’area, mentre Pechino riveste il ruolo di investitore.

Non è detto, però, che il tacito accordo, se valido per il breve periodo, possa reggere in una prospettiva temporale più lunga. La diversa forza economica delle due superpotenze non potrà che sbilanciarsi a favore di quella economicamente più forte, cioè della Cina, piché la Russia è ancora fortemente in ritardo sulla via del potenziamento del proprio sistema economico, al quale ritardo non potrà certo rimediare in tempi brevi. Sin tanto che la Russia non riuscirà a modificare radicalmente la propria struttura produttiva, cessando di far dipendere il proprio benessere dall’esportazione di prodotti energetici, anche gli attuali nuovi rapporti russo-cinesi potrebbero indurre la Russia a percepire costante la minaccia portata al suo status di superpotenza eurasiatica, con la conservazione delle relazioni Mosca-Occidente su basi deterrenti. Sarebbe nell’interesse dell’Europa comunitaria che ciò non accadesse; ma la situazione in cui versa attualmente l’Unione europea sul piano politico impedisce che essa possa svolgere un ruolo positivo nel convincere l’altra sponda dell’Atlantico che perseverare nel somministrare sanzioni alla Russia per danneggiarla economicamente e perpetuare minacce-Nato a ridosso dei suoi confini, per indurla ad essere meno indipendente nella cura dei propri interessi, può essere fonte di ripercussioni negative e di pericoli a danno di tutti: non solo di Mosca, ma anche dell’intero Occidente.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Egregio ed apprezzato amico Gianfranco,ho letto con attenzione questo intervento.Il dilemma Russia-Occidente a mio parere andrebbe rimosso.Dovremmo analizzare l’appartenenza geografica della Russia in Europa.L’occidente comprende anche la cosiddetta Russia bianca.La Nato non ha ragione di sussistere sotto il dominio degli USA.Rivalutiamo un futuro geopolitico europeo comprendendovi,come già richiesto dalla Russia,anche tutti gli Stati del Continente Europa.Manfredi Villani.

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