giovedì, 8 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Le leggende metropolitane sul reddito di cittadinanza
Pubblicato il 14-10-2016


reddito_cittadinanzaRecenti ricerche sul campo hanno consentito di accertare i falsi commessi per sostenere l’improponibilità del reddito di cittadinanza. Per chi non ne avesse ancora sentito parlare, o ne avesse interiorizzato l’idea, sbagliata (che alcune forze politiche italiane hanno concorso a propalare solo per ragioni elettorali in questi ultimi anni), questa forma di reddito, consiste nel sostituire l’attuale welfare State con il pagamento incondizionato a tutti di un’identica somma di denaro, non inferiore al reddito di sussistenza, per provvedere alle necessità fondamentali della vita. Ogni percettore potrà aggiungervi quanto potrà guadagnare col proprio lavoro.
Come sottolinea Robert Skidelsky, il grande biografo di John Maynard Keynes, nell’articolo “Lo strumento migliore contro la povertà” (“Internazionale” n. 1.168/2016), il reddito di cittadinanza (o reddito di base, come alcuni lo chiamano) consente di perseguire “un mix di due obiettivi distinti: la riduzione della povertà e il rifiuto del lavoro come scopo della vita”. Il primo obiettivo è sempre stato giustificato sulla base della fondata considerazione dell’incapacità del lavoro retribuito di assicurare uno standard di vita sicuro e dignitoso per tutti; ora, a questa prima giustificazione si è aggiunta anche quella dell’incapacità del capitalismo moderno di assicurare, da un lato, stabili livelli occupazionali a tutta la forza lavoro disponibile e, dall’altro lato, di evitare che all’interno dei sistemi sociali continui ad approfondirsi il fenomeno della crescente concentrazione del reddito e della ricchezza. Il secondo obiettivo, di natura etica, è giustificato – afferma ancora Skidelsky – sulla base dell’”idea, presente sia nella Bibbia sia nell’economia classica, che il lavoro sia un fardello che l’uomo deve sopportare suo malgrado per guadagnarsi da vivere”.
L’obiezione standard al reddito di cittadinanza è quindi che esso, oltre ad essere economicamente insostenibile, sia anche eticamente improponibile. Si tratta di un’obiezioni intellettualmente “ottusa”, perché – non disinteressatamente – manca di riconoscere che “negli ultimi trent’anni gran parte dell’aumento della produttività è andato a beneficio delle fasce più ricche della popolazione. Anche un’inversione parziale di questa tendenza basterebbe a finanziare un modesto reddito di base”. Un reddito di cittadinanza determinato in funzione degli aumenti della produttività dei moderni sistemi economici sarebbe infatti sufficiente, a parere di Skidelsky, a garantire che i vantaggi del continuo approfondimento capitalistico dei processi produttivi siano distribuiti fra tutti, e non solo fra pochi, assicurando ai sistemi sociali anche un più alto livello di coesione.
L’obiezione al reddito di cittadinanza è stata destituita di ogni fondamento da quanto, nel 1969, è accaduto, ironia della sorte, all’interno di un sistema sociale e per iniziativa di un importante uomo politico che, in astratto, risulta difficile pensare che sia il primo, che il secondo, potessero essere interessati, sin da allora, a una forma di reddito priva delle necessarie credenziali giustificatorie per essere introdotto all’interno di un sistema economico come quello degli Stati Uniti. Ma quanto è accaduto nel 1969, narrato da Rutger Bregman, in “Reddito di uguaglianza” (“Internazionale” n. 1.168/2016) è importante, perché offre l’opportunità di “smascherare” definitivamente il mito dell’improponibilità e della irrealizzabilità del reddito di cittadinanza. Nell’anno 1969, il Presidente Nixon, di fronte all’allargarsi della protesta giovanile contro il disagio esistenziale intendeva garantire un reddito di base, sia pure su basi sperimentali, a tutte le famiglie povere degli Stati Uniti; la sua iniziativa voleva essere una riposta alla lettera aperta che cinque importanti economisti, quali John Kenneth Galbraith, Harold Watts, James Tobin, Paul Samuelson e Robert Lampman, avevano inoltrato al Congresso statunitense; nella lettera, firmata da altri 1.200 economisti, era scritto che il Paese non si sarebbe assunto a pieno le sue responsabilità, fino a quando non avesse garantito “a tutti i suoi cittadini un reddito non inferiore alla soglia ufficiale di povertà”.
Il progetto di Nixon era dunque supportato dall’approvazione di una parte considerevole ed importante degli economisti accademici dell’intero Paese; ma, per senso di responsabilità politica, egli ha voluto che lo stesso progetto fosse accompagnato da uno studio su vasta scala, volto a trovare una risposta a tre domande: se l’adozione del reddito di base motivasse i beneficiari a “lavorare meno”, se risultasse troppo costoso e se fosse politicamente irrealizzabile. La conclusione dei ricercatori è stata: che l’introduzione di un reddito di base non avrebbe comportato una propensione a lavorare di meno, che il suo finanziamento non sarebbe risultato troppo costoso e che, forse, la sua introduzione avrebbe trovato un’opposizione sul piano strettamente politico.
Ma un consulente del presidente Nixon, Martin Anderson, contrario al progetto, ha presentato una relazione sui possibili esiti negativi che l’attuazione del progetto avrebbe inevitabilmente comportato. La relazione era fondata su fatti accaduti in Inghilterra centocinquant’anni prima e il risultato è stato quello di fare cambiare idea a Nixon. Che cosa era accaduto di tanto grave nell’Inghilterra del primo Ottocento, da indurre il presidente a cambiare idea? La relazione di Anderson narrava di uno dei primi esperimenti di Stato sociale tentato in Inghilterra, simile al reddito di base, noto come “sistema Speenhamland”, dal nome del luogo (Speen) nel Berkshire dove era stato varato nel 1795. Il sistema era il tentativo di trovare una soluzione ai problemi della piaga sociale del pauperismo, lasciati irrisolti dalla “poor law” elisabettiana, risalente al 1601, e un rimedio al pericolo di insurrezioni popolari, in seguito alla Rivoluzione francese.
In poco tempo, il sistema si è diffuso in gran parte dell’Inghilterra, con conseguente diminuzione del fenomeno del pauperismo e del malcontento sociale. Nello stesso periodo in cui il sistema si stava affermando, sono incominciate le critiche, divenute sempre più radicali dopo la pubblicazione del “Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società” del reverendo Thomas Malthus, la cui fama è dovuta al fatto che le sue tesi siano state utilizzate da David Ricardo nel formalizzazione della teoria sulla distribuzione del prodotto sociale.
Com’è noto Malthus, partendo dalle premesse secondo cui gli esseri umani hanno bisogno di risorse per sopravvivere e che l’attrazione tra i sessi è incomprimibile, sosteneva che l’aumento della popolazione sarebbe stato sempre superiore a quello delle risorse. Il sistema Speenhamland, perciò, poteva solo incoraggiare le persone a sposarsi e ad aumentare il numero complessivo delle “bocche da sfamare”; al pessimismo maltusiano si è aggiunto quello di Ricardo, secondo il quale il reddito di base corrisposto ai poveri li avrebbe indotti a lavorare di meno, aggravando la diminuzione della produzione delle risorse necessarie alla sopravvivenza e, conseguentemente, aumentando la probabilità di una rivolta sociale.
Nel 1830, la rivolta sociale si è realmente verificata, per cui il governo dei Londra ha disposto un’indagine sul sistema Speenhamland, dalla quale è risultato che l’introduzione del sistema si era tradotta in un totale fallimento, per via del fatto che il reddito di base era divenuto causa dell’incremento demografico, della riduzione dei salari e della degenerazione delle regole sociali condivise.
L’indagine ha avuto un grande successo, al punto che decenni dopo anche Karl Marx ha condannato, nella sua opera massima, “Il Capitale”, il sistema Speenhamland, affermando che l’assistenza ai poveri fosse una tattica dei datori di lavoro per tenere bassi i salari. I critici del reddito di base previsto dal sistema Speenhamland, pertanto, sono risultati schierati sia a destra che a sinistra delle forze politiche, per cui è divenuto generale il convincimento che esso sia stato uno dei grandi fallimenti della storia; convincimento che è durato sino all’inizio della seconda metà del secolo scorso, servendo a radicare l’idea che il sistema Speenhamland sia stato un esempio classico di intervento statale che, nonostante le buone intenzioni, si era però risolto in un “disastro”.
Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, gli storici hanno riletto criticamente l’indagine disposta nel 1830 dal governo di Londra, scoprendo che buona parte del testo era stata scritta senza aver compiuto alcuna raccolta di dati sul campo, mentre i questionari erano stati compilati sulla base delle informazioni fornite prevalentemente dalle istituzioni religiose, i cui rappresentanti erano convinti che i poveri assistiti tendessero a sottrarsi al lavoro e a diventare immorali. Un indagine “taroccata” era stata, pertanto, la base dello smantellamento, nel 1834, del sistema Speenhamland, sulla base dell’idea che solo il libero mercato avrebbe meglio regolato il funzionamento dei sistemi sociali e, alla lunga, eliminato il fenomeno del pauperismo, allontanato il pericolo di rivolte sociali. Solo dopo la Grande Depressione del 1929/1932 sarebbe risultato chiaro quanto “miope” sia la visione di tutti coloro che, da allora sino ai nostri giorni, credendo nei falsi risultati dell’indagine sul sistema Speenhamland, criticando, non solo la realizzazione dello Stato di sicurezza sociale realizzato dopo la fine del secondo conflitto mondiale, ma opponendosi anche a qualsiasi tentativo di reintrodurre, in forme più compiute, un reddito di cittadinanza a garanzia dei diritti dei cittadini.
Ciò che normalmente non viene riconosciuto è il fatto che l’introduzione del reddito di cittadinanza consentirebbe di porre rimedio ai limiti del sistema di welfare State realizzato, non più adeguato a far fronte alla formazione del fenomeno della disoccupazione irreversibile. L’introduzione del reddito di cittadinanza, infatti, da un lato, garantirebbe i diritti acquisiti dalla forza lavoro nei primi decenni successivi al secondo conflitto mondiale e, dall’altro lato, consentirebbe un più razionale funzionamento del mercato del lavoro, a garanzia della disoccupazione strutturale. L’introduzione del reddito di cittadinanza, inoltre, contribuirebbe in forma più efficiente ed efficace a risolvere il problema della crescente concentrazione del reddito e della ricchezza, la cui mancata soluzione è destinata a conservare il funzionamento del sistema sociale in una costante situazione di instabilità e di conflittualità.
E’ quindi sperabile che, anche in Italia, dopo che il reddito di cittadinanza è stato introdotto in alcuni Paesi, adottato in via sperimentale in altri ed entrato a fare parte dei programmi politici futuri di altri ancora, diventi oggetto di riflessione in termini più corretti e responsabili di quanto sinora è avvenuto.

Gianfranco Sabattini

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento