domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Leo Longanesi,
il servilismo e la penna acida della reazione
Pubblicato il 14-10-2016


longanesi-leo«È un libro amaro, scettico, nichilista. Una stroncatura degli italiani. Vi si sente una segreta nostalgia di Mussolini e nel contempo l’odio per il fascismo. Tutto e tutti sono messi alla berlina. Si direbbe che nulla abbia toccato il cuore della generazione di Longanesi. […] Non conosco un libro destinato a farci tanto male quanto questo». L’aspro giudizio, espresso da Pietro Nenni nei suoi Diari 1943-1956  (Milano 1981, p. 432), si riferisce al libro In piedi e seduti (1919-1943) (Milano 1948) di Longanesi, scrittore iconoclasta e acerrimo nemico dei valori democratici. Il giudizio del socialista romagnolo si ritrova in un agiografico volumetto Leo Longanesi, un borghese corsaro tra fascismo e Repubblica (Carocci, Roma 2016, pp. 173) di Raffaele Liucci, autore di una biografia sul personaggio e con Sandro Gerbi di quella su Indro Montanelli. Al giornalista toscano, scomparso nel 2001, Liucci dedica l’ultimo capitolo per ricercare assonanze e affinità con le riflessioni storiche di Longanesi.

    Il filo conduttore della sua vicenda giornalistica è per l’autore racchiuso in un giudizio ripreso da wikipedia ed espresso nel 1942  dallo scrittore Giuseppe Raimondi: «Descrivere la vita di Longanesi equivale a ripercorrere la storia delle vicende politiche, letterarie e artistiche dell’Italia dal 1926 ad oggi». Un giudizio che Liucci estende anche all’ultima fase della sua vita dal 1943 al 1957, anno della sua morte. Ne viene fuori un racconto farraginoso di appunti  senza un legame logico, meritevoli di essere ripresi in un saggio storico più approfondito, nonostante che l’autore presenti dieci capitoli densi di note, alcune riprese da altri libri e altre inutili nella presentazione del personaggio Longanesi.

    Come evidenzia l’autore, già negli anni bui del fascismo Longanesi persegue una carriera fulminante e raggiunge una grande notorietà con la rivista «L’Italiano» sorta il 14 gennaio 1926 come settimanale e non come «quindicinale  della gente fascista» (p. 12). Essa nasce come periodico della Federazione fascista di Bologna, diretta da Leandro Arpinati, deputato nel 1924 e podestà della città emiliana-romagnola dal 1926 al 1929. Le invereconde adulazioni di Arpinati da parte di Longanesi, definito in un libro ignorato dall’autore «il più cortigiano dei cortigiani del Fascio bolognese» (N. Sauro Onofri, La strage di Palazzo d’Accursio, Feltrinelli, Milano 1980, p. 80), gli aprirono le porte del successo, alimentato anche dal libretto Vademecum del perfetto fascista (1926) e dall’atteggiamento servile verso Mussolini.. Per il duce dell’Italia fascista conia il celebre e insulso motto «Mussolini ha sempre ragione», che si aggiunge all’altro più forsennato «Italiani, siate devoti a Mussolini, a questo tiranno di casa che Iddio ci ha dato» (L. Longanesi, Manifesto, suppl. a «L’Italiano», 15 novembre 1926, I, n. 14-15).

    Durante la sua consueta ruffianeria, trascurata dall’autore, Longanesi riuscì ad entrare nelle grazie di Arnaldo Mussolini, che lo raccomandò al duce per ottenere un finanziamento per «L’Italiano». Al periodico, uscito con periodicità irregolare fino al 1942, egli affiancò il settimanale «Omnibus», che per l’autore «fu il padre nobile di tutti i rotocalchi italiani» con notevole successo di vendita. Come per «L’Italiano», che ricevette laute sovvenzioni nel decennio 1932-42 (p. 120), anche «Omnibus» dovette essere finanziato dal Minculpop per la lealtà con cui Longanesi servì «la causa del fascismo in tutti i campi della sua attività» (p. 24). Solo con l’arresto di Mussolini e la nascita del governo Badoglio, il suo nome «figurerà il 12 novembre 1943 nella lista dei cosiddetti “canguri giganti”, tra i quali Benelli, Bontempelli, Pratolini e Falqui […] per essere passati al nemco», ignari delle «sovvenzioni più o meno laute ricevute dal Minculpop» (p. 26).

    Su questo sfondo l’autore non riesce a definire quel «diffuso sentire nostalgico» (p. 28), presente nei libri di Longanesi e nei numerosi articoli pubblicati sulla «Gazzetta del Popolo», su «Il Tempo» di Roma, sul «Roma» di Napoli e sul  «Giornale di Sicilia»: una riproposizione di pezzi, di note diaristiche e di aforismi rielaborati e apparsi anche sul periodico «il Borghese». La sua frenatica attività editoriale e pubblicistica si riassunse nella fedeltà alla locuzione coniata nel suo libro Parliamo dell’elefante (Milano 1947): «La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: “Ho famiglia”». Una variante del detto popolare – annota Pietro Nenni nei suoi Diari (cit., p. 374) – «Tira a campa’».

    Proprio negli anni convulsi della ricostruzione, Longanesi divenne il portavoce di un’opinione pubblica che ancora accarezzava velleità nostalgiche e nutriva simpate verso il movimento dell’Uomo Qualunque. Con «il Borghese» egli si cimenta in questa ardua battaglia, di cui l’autore narra la vicenda del periodico, dei suoi collaboratori più famosi come Indro Montanelli, Giuseppe Prezzolini e Giovanni Ansaldo, attribuendo al suo promotore la capacità di avere amalgamato la «vecchia guardia» con la nuova. I bersagli prediletti sono la cultura progressista, l’interpretazione antifascista della storia, il sistema democratico ridotto a mediocrazia (p. 51). Sono tre aspetti esposti dall’autore con faciloneria, come si ricava dai nomi storipiati e dalle citazioni erronee, per lo più tratte da altri libri. Si legga per esempio il brano sugli anarchici citato alla pagina 29 e tratto dal periodico «il Borghese» (La pentola esplosiva, 17 giugno 1955) là dove accanto al giudizio erroneo di una coincidenza dello sviluppo della borghesia con quello del movimento anarchico, si ritrovano storpiati i nomi di Sante Caserio in «Coserio», di Luigi Luccheni in «Lucheni», l’uno morto sul patibolo della ghigliottina il 16 agosto 1894 e l’altro morto suIcida il 19 ottobre 1910. Le storpiature dei nomi sono insignificanti di fronte al giudizio espresso sul periodico longanesiano, là dove stupidamente si paragonano quei disgraziati ai «grandi borghesi» come Agnelli o Perrone, anch’essi considerati anarchici. Sul capitolo terzo, intitolato Il «fenomeno Longanesi», l’autore non dice che il titolo è tratto da Massimo Mila, il quale all’uscita del libro In piedi e seduti scrive un articolo, che si ritrova su «l’Unità» con il titolo Il “fenomeno” Longanesi (24 agosto 1948, a. XXV, n.s., n. 199, p. 2) e citato dall’autore con quello di Adopera il fascismo come il lucido di scarpe. Critica ad alcuni aspetti del fenomeno Longanesi, «l’Unità», 26 agosto 1948: si tratta di un riferimento da chiarire in quanto le frasi virgolettate nel libro (p. 36) si ritrovano nell’articolo del 24 agosto.

     Il servilismo di Longanesi riemerge in tutta la sua pienezza nel 1946, quando fondò a Milano l’omonima casa editrice grazie ai capitali dell’industriale Giovanni Monti. Questi gli impose infatti una linea editoriale improntata ai «valori cattolici e nazionali», che furono espressi in una collana di politica anticomunista, di cui l’autore – sulla scia delle considerazioni storiche di Silvio Lanaro (Storia dell’Italia repubblicana, Venezia 1992, p. 122) – fornisce pedissequamente l’elenco, senza apportare alcunché di originale. Vergognosamente Longanesi pubblicò il volume Diciasette colpi (non 17 colpi) di Amerigo Dùmini, considerato dall’autore semplicemente «l’omicida di Matteotti» (p. 61), senza dire che egli lo aveva definito «il nuovo Hemingway», come ci informa Stefano Caretti nel suo profilo matteottiano (I luoghi della memoria. Personaggi e date dell’Italia unita, Roma-Bari 1997, p. 202). Non va ascritto ad onore di Montanelli, qualora fosse vero che egli abbia «materialmente» scritto il libro Diciassette colpi (p. 139) in un’opreazione editoriale che raggiunse la vendita di 20 mila copie e fornì un lauto guadagno all’editore (G. Mayda, Il pugnale di Mussolini. Storia di Amerigo Dùmini, sicario di Matteotti, Bologna 2004, p. 334). L’ipocrisia di Longanesi, unita a un’ingordigia d denaro, si aggrava di fronte alla sua «penna acida» trasudante ammirazione per l’uccisore di Matteotti (L. Longanesi, L’uomo in cachi, «La Gazzetta del Popolo», 11 luglio 1948, cit. in P. G. Zunino, La Repubblica e il suo passato, Bologna 2003, p. 586).

Nunzio Dell’Erba

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