giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

L’Europa e le elezioni presidenziali americane
Pubblicato il 12-10-2016


John C. Hulsman, politologo statunitense noto al pubblico italiano, in un recente articolo comparso su Limes, n. 8/2016 (“Europa, attenta a Clinton”) svolge alcune interessanti valutazioni sui probabili effetti che il risultato delle prossime elezioni presidenziali degli USA potrebbero avere per l’Europa; le valutazioni non sono positive per il Vecchio Continente, sia che vinca Donald Trump, oppure Hillary Clinton. Sebbene, a parere di Hulsman, Trump rappresenti il peggio per l’America e Clinton il peggio per l’Europa, in ogni caso, sia con il promesso ritorno all’isolazionismo degli USA da parte di Trump, che con la probabile “imposizione” ai Paesi europei di un maggior interventismo nella regolazione delle relazioni internazionali da parte della Clinton, l’Europa sarà chiamata a scontare la sua debolezza per via dello “stato di salute” in cui versa il suo processo d’integrazione politica.

L’elezione alla presidenza degli USA di Trump è, a parere di Hulsman, altamente improbabile, in considerazione del fatto che il candidato repubblicano sarebbe riuscito ad allontanare da sé il voto delle donne (stimato il maggior blocco elettorale negli Stati Uniti), degli afro-americani (considerati il blocco tradizionalmente vicino al Partito democratico) e soprattutto degli ispanici (il segmento elettorale che vanta attualmente la più rapida crescita). Hulsman ritiene che, con questi tre blocchi elettorali contro, la sconfitta di Trump apparirebbe “una questione matematica”; una previsione rafforzata dal fatto che, nelle proiezioni demoscopiche, il “miliardario” avrebbe il più basso tasso di approvazione “di chiunque abbia mai corso per la presidenza nella moderna storia americana”; a conferma di ciò, Hulsman ricorda che un sondaggio Gallup del maggio scorso ha evidenziato che l’87% degli ispanici valuta negativamente il candidato repubblicano; posizione, questa, condivisa dal 70% delle donne.

Un’altra ragione per cui l’elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti è molto improbabile sarebbe il “disprezzo” che nei suoi comizi spesso egli manifesta nei confronti della Costituzione, ritenuta da Hulsman ciò che, in ultima analisi, ciò che eccezionalmente “tiene insieme” un Paese eterogeneo come gli USA; minacciare, come fa Trump nella sua campagna elettorale, questa eccezionalità, criticando di continuo da posizioni populiste lo Stato di diritto statunitense, non fa altro che rendere, agli occhi degli americani, il candidato repubblicano alla presidenza un “nemico pubblico”.

Nonostante la sue intemperanze elettorali, Trump avrebbe la probabilità, sia pure risicata, di vincere le elezioni, se solo riuscisse a fare breccia sulla disponibilità a votarlo da parte del segmento elettorale dei bianchi propensi all’astensionismo, perché scoraggiati dagli effetti della globalizzazione sulla società americana; segmento, questo, presente negli Stati–chiave della cosiddetta “cintura arrugginita” (rust belt), composta dagli Stati-chiave (Michigan, Pennsylvania, Illinois, Ohio, Wisconsin e Iowa) che hanno perso gran parte della loro importanza economica e del loro benessere, con la riduzione di migliaia di posti di lavoro, a causa della concorrenza globale, soprattutto di quella cinese.

Tuttavia, dal punto di vista della politica estera dell’Europa, a parere di Hulsman, sarebbe preferibile che fosse Trump a vincere le elezioni, piuttosto che “l’apparentemente filoeuropea Clinton”; ciò perché, sempre secondo il politologo americano, la Clinton “innescherà una storica crisi della relazione transatlantica, determinata dall’incolmabile ma trascurato divario tra l’andazzo del Vecchio Continente e i desiderata della nuova amministrazione”. A conferma della sua tesi, Hulsman, ponendosi dal punto di vista europeo, osserva che, al di là dei toni elettoralistici dei discorsi pubblici dei due candidati alla presidenza degli USA, toni che spesso fanno velo sulla realtà delle cose, Trump, criticando la politica estera del Partito repubblicano, va ripetendo che se eletto presidente si adopererà perché gli Stati Uniti non siano più il gendarme del mondo.

Inoltre, Trump è orientato ad opporsi alla firma dei trattati commerciali in fieri, quali l’accordo USA-Asia (TTP – Trans Pacific Partnership) e quello USA-Europa (TTIP – Transatlantic Trade Investment Partnership); critica la guerra in Iraq della presidenza di G.W.Bush, definendola un disastro e giustificata sulle base di menzogne; nei suoi discorsi è “duro” con i sauditi e si dichiara neutrale circa l’annosa contrapposizione tra israeliani e palestinesi; considera una priorità della sua politica estera il miglioramento dei rapporti tra gli UDA e la Russia di Putin; infine, ritiene la NATO un’organizzazione obsoleta, nonché la necessità che essa sia orientata a risolvere i problemi dell’immigrazione e ad organizzare la lotta contro il terrorismo, dirigendo perciò la sua azione verso il Sud, anziché verso l’Est dell’Europa.

Al contrario di Trump, la Clinton ha sostenuto la guerra in Iraq e il fallito intervento in Libia; è contraria agli accordi commerciali internazionali solo a parole, avendo ella partecipato attivamente a definire i contenuti del trattato TPP; è sempre stata un’interventista ed auspica la conservazione di legami con Israele sempre più stretti e un maggiore coinvolgimento dell’Occidente nella questione siriana e una maggiore opposizione a Putin circa la questione ucraina, sostenendo l’opportunità di fornire armi agli ucraini; infine, sconfessando in incognito il realismo di Barack Obama – afferma Hulsman – spinge l’Europa a “seguire l’America nella sua politica interventista”.

Se si considera quanto, negli ultimi vent’anni, la visione europea della politica estera si sia allontanata da quella tradizionalmente praticata dall’estabishment statunitense, appare chiaro come la linea della Clinton, se sarà eletta, si rifaccia al periodo degli anni Novanta, quando esisteva, dopo il disfacimento dell’URSS, il dominio unipolare americano del mondo; in quello multipolare di oggi, le “ricette” di politica estera unilaterale della Clinton farebbero, a parere di Hulsman, solo danni. L’élite europea – afferma il politologo americano – ha ragione di temere Trump; ma mostra di non capire che la prossima crisi nei rapporti tra le due sponde dell’Atlantico non sarà causata dal “miliardario”, bensì dagli “sforzi della Clinton per riportare in auge le primazia statunitense con un interventismo ormai anacronistico e controproducente”.

Certamente, vi sono aspetti della proposta politica estera di Trump dei quali è giusto che gli europei si dichiarino preoccupati; il “miliardario” s’impegna a sbarrare l’ingresso in Usa dei prodotti cinesi, promettendo l’introduzione di un dazio pari al 45% del loro valore, ignorando gli obblighi che il suo Paese ha contratto verso la potenza asiatica attraverso l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO – World Trade Organization); se ciò si avverasse, varrebbe solo a dare il via ad una “guerra commerciale” tra le due maggiori economie del mondo, le cui vittime principali sarebbero i Paesi europei, in una fase che vede le loro economie stentare a superare definitivamente le conseguenze della Grande Recessione iniziata nel 2007/2008.

Trump – ricorda ancora Hulsman – afferma anche di non gradire l’accordo sul nucleare con l’Iran; se, a seguito di una sua vittoria nella corsa alla presidenza degli USA, l’accorso fosse realmente “sabotato”, sarebbe assai improbabile il coinvolgimento europeo nel ripristino delle sanzioni contro l’Iran, e la certezza del rifiuto europeo varrebbe ad accrescere le già esistenti tensioni transatlantiche. Queste tensioni si innesterebbero, aggravandolo, sull’atteggiamento critico di Trump verso gli europei, accusati di non contribuire a favorire la ripresa dell’economia mondiale con la pratica delle politiche di austerità e di limitare il loro contributo al mantenimento della NATO, “gravando come un peso morto sugli Stati Uniti”.

Malgrado tutte le riserve e le “minacce” che Trump non manca di evocare di continuo durante la campagna elettorale, la sua politica estera – a parere di Hulsman – “è qualcosa con cui gli europei possono convivere, se non altro perché non chiede loro quasi nulla”; all’Europa “attanagliata dalla crisi dell’euro, dall’emergenza rifugiati e dal Brexit, ‘The Donald’ offre invece una pausa, una vacanza dalla storia in cui tentare di risolvere i pressanti problemi interni”. Questa ragione, da sola, secondo il politologo americano, farebbe della vittoria di “una buona notizia per l’Europa”. Ma è proprio così?

A parte la scarsa probabilità, per le ragioni indicate dallo stesso Hulsman, che Trump riesca a vincere le elezioni presidenziali, il risultato della competizione elettorale americana più conveniente per il mondo intero è sicuramente la vittoria della Clinton (o di un altro candidato democratico); ma la vittoria di quest’ultima, come sottolinea Hulsman, farebbe precipitare i rapporti USA–Europa in una sicura crisi. Se così fosse, se cioè l’Europa preferisse la crisi alla cooperazione, sia pure da posizioni critiche, con gli USA, sarebbe in grado il Vecchio Continente, nello stato in cui versa attualmente, di utilizzare la “vacanza dalla storia” per risolvere i propri problemi interni, in particolare quelli di natura economica?

La valutazione di Hulsman degli esiti possibili che potrebbero derivare all’Europa comunitaria dal risultato della competizione elettorale in corso negli USA avrebbe un senso, se l’Unione europea fosse un centro decisionale unitario, tale da poter fare a meno della cooperazione con gli USA nella cura dei propri interessi a livello mondiale; è noto come, al di là delle dispute di questi ultimi tempi, nate tra le due sponde dell’Atlantico sulla scia della mancata ratifica del trattato TTIP, l’Europa operi a livello globale all’interno di un’area valutaria governata prevalentemente dagli USA. Per difendere e differenziare la propria politica estera da quella americana, all’Europa comunitaria necessiterebbe, perciò, della disponibilità di una moneta “credibile” e di un’economia governata unitariamente, nel fare fronte alle ricorrenti crisi; non solo, ma necessiterebbe anche di un esercito comune e di un meccanismo politico e istituzionale col quale identificare le “missioni europee” e chi deve deciderle. Siamo alle solite; l’Europa continuerà ad essere oggetto di considerazione (o di “commiserazione”), solo perché è noto al mondo come, nonostante sia una potenziale “grande potenza”, essa versi in una grave condizione di crisi economica e politica, a causa dell’incapacità dei Paesi che la compongono di addivenire all’integrazione politica.

Un’incapacità quest’ultima che è plausibile presumere sia riproposta anche in sede di approntamento di un possibile futuro “esercito comune europeo”, come risulta dai molti vincoli e condizionamenti ai quali la decisione di costituirlo, se mai sarà presa, verrà sottoposta, quali le necessità che sia preservata la conservazione degli eserciti nazionali, che non siano denazionalizzate le “capacità” già singolarmente acquisite, che l’orientamento dell’esercito comune sia quello della difesa e non delle missioni all’estero ed altro ancora. Stando così le cose, con buona pace di Hulsman, agli europei, malgrado i pericoli da lui paventati, forse converrà che il nuovo presidente degli USA sia la Clinton, anziché Donald Trump.

Gianfranco Sabattini

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