sabato, 3 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Maria Pisani
Referendum,
l’obiettivo è cambiare
Pubblicato il 22-10-2016


Parto con una premessa. Ho delle remore a intervenire nel dibattito che si é creato in merito alla Riforma costituzionale e all’appuntamento referendario del 4 dicembre prossimo perché non vorrei aggiungere altro a quello che gli italiani stanno assistendo da settimane. Mi spiego meglio: trovo che sia già stato detto tutto e il suo contrario. Troppo. E il mio timore é che in questo enorme caleidoscopio di posizioni e opinioni e analisi (troppo spesso ripiegate all’interno di logiche ed esercizi intellettuali meramente speculari quanto strumentali al fine della prevalenza di compagine) si stia perdendo di vista l’obiettivo.

Obiettivo importante quanto delicato: modificare o meno la Costituzione della Repubblica italiana. Questo é quello a cui sono chiamati gli elettori. Non altro. In realtà, e torno al principio delle mie remore, questo è quello che dovrebbe essere. Ma non è così. Lo scontro tra favorevoli e contrari sta scivolando su un crinale in cui troppo spesso le ragioni degli uni puntano sulle debolezze degli altri e viceversa. In tutto questo mi pare che il tema del merito delle questioni strettamente legate alle riforme complessive previste nella “Carta” rimanga pericolosamente solo sullo sfondo. E non giova un campo di alleanze (ma forse il termine giusto sarebbe convenienze), soprattutto sul fronte del “No”, troppo eterogeneo. Come non è certo utile una balcanizzazione delle posizioni che inevitabilmente in molti casi “trasfigura” l’interpretazione del disegno dei legislatori che fa diventare ostica anche la semplice espressione di un giudizio sereno. E se il problema della corretta interpretazione può essere barattato dalla classe dirigente per il mero raggiungimento dell’obiettivo lo stesso non può valere per la comunità totale degli italiani. Il già compromesso rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni rischia di spezzarsi ulteriormente su un tema così capitale.

Forse saremmo ancora in tempo per rimettere la discussione, almeno per quanto riguarda le forze politiche tradizionali e non generalistiche–populiste, su un campo più rigoroso come il tema pretenderebbe. Temo però che si sia già andati troppo oltre. Tuttavia (e spero non sia solo un mio impeto ottimistico) non credo, che in generale si tratti di una totale strumentalizzazione della vicenda pro e contro Renzi. Più in generale credo che sia l’inevitabile deriva culturale legata al tramonto delle ideologie a favore di un leaderismo sempre più marcato che dilania lo scenario democratico a favore delle tifoserie contrapposte.

In questo caso da un lato però sarebbe necessario che il calore della passione politica venga assolutamente temperato in favore di una più fredda visione istituzionale e dall’altro sarebbe utile confrontarsi sul tema della necessità o meno di rimodellare l’offerta democratica del nostro Paese. Al tempo stesso, in vista del 4 dicembre, sarebbe bene partire da un punto di domanda: è utile o no questa modifica costituzionale? In tal senso mi pare che la risposta non possa che essere affermativa. Non per spirito di fedeltà di squadra, ma perché in Italia oggi più che mai al massimalismo e allo spontaneismo bisogna riproporre la via del riformismo.

Un riformismo che, per carenza di cultura politica liberale e democratica, resta – come lucidamente analizzava Bobbio – il grande assente della vita pubblica italiana. Un riformismo che va perseguito con estrema serietà in un Paese troppo spesso riluttante a prendere sul serio l’idea che il progresso sociale sia frutto dei diritti e delle regole.

E non si può essere riformisti a convenienza. Vale ricordare che dopo la caduta della Prima Repubblica, dal 1994, praticamente quasi tutte le forze politiche da destra a sinistra per non dimenticare il centro moderato, si sono dichiarate riformiste. Poche le eccezioni. A scapito però delle riforme stesse. Mentre tutti diventavano “riformisti” quello che iniziava a latitare era il coraggio di cambiare; di provare a riformare un sistema ormai fermo a oltre 60 anni fa. Di più ancora se si considera che quello che provava a fare Turati nel 1920 con “Rifare l’Italia”, manifesto poi rilanciato dal Psi tra il 1979 e 1982 è ancora rimasto incompiuto. Come denunciava Turati allora, ancora oggi esiste un distacco profondo tra la società e lo Stato con l’incapacità dei partiti e della politica di aderire alle esigenze della realtà.

Per questo, e non soltanto, credo sia il caso di stare con chi sposa le riforme e non con chi tende a congelare lo Status quo per rinviare quello che si doveva e poteva fare già 30 anni fa a data da destinarsi. E cioè a mai.

Maria Cristina Pisani
Portavoce PSI

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento