lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

RITORNO A MOSUL
Pubblicato il 17-10-2016


peshmerga-getty-770x513L’Occidente torna di nuovo in Iraq e in particolare in quella che è la città più importante del Medio Oriente. Mosul è la più grande città dello Stato Islamico, è da qui che Abu Bakr al-Baghdadi annunciò il 29 giugno 2014 la creazione del Califfato: difenderla per i jihadisti è prioritario. Ma è anche la città simbolo della riscossa occidentale contro l’Isis, Mosul ha una popolazione divisa quasi a metà fra sunniti e curdi, senza dimenticare a sud della città, nella base di Qayyarah, c’è il quartier generale delle truppe irachene affiancate da contingenti di Stati Uniti e Francia decise a sostenere la riconquista da parte di Baghdad. Nella notte, infatti è iniziata quella che è definita una “battaglia difficile” e che vede schierati contro i terroristi i Peshmerga curdi e le milizie sciite da un lato e le truppe occidentali dall’altro. Il generale Stephen Townsend, comandante della coalizione a guida statunitense che opera in Iraq a fianco delle forze governative, ha raffreddato troppo facili entusiasmi dichiarando che l’operazione lanciata per riconquistare Mosul potrebbe durare molte settimane, se non di più. Trentamila soldati che diventano 85mila considerando i tecnici e il supporto logistico. Una presa a tenaglia con i soldati iracheni a sud, tra cui 1500 uomini formati dalla Turchia, e i peshmerga curdi a nord, assistiti dall’alto dai caccia americani.
I curdi, affiancati da forze speciali americane impegnate sul terreno, sono ormai a sette chilometri dalla periferia della città, ma i Peshmerga hanno strappato all’Isis otto villaggi sul fronte di Khazir, a nord-est di Mosul prima di rivolgersi verso la città irachena.
Proprio i curdi, se da un lato rappresentano un ottimo alleato per le truppe occidentali, dall’latro rischiano di far franare ancora una volta i già difficili rapporti tra Usa e Turchia.
“Saremo nell’operazione e saremo al tavolo”, ha detto il Presidente turco Erdogan prima di aggiungere riferendosi agli abitanti sunniti di Mosul che “i nostri fratelli sono lì ed i nostri parenti sono lì. È fuori questione che noi non saremo coinvolti”. Pochi giorni fa Haider al Abadi il premier iracheno aveva denunciato all’Onu la violazione della sua sovranità territoriale con la presenza di truppe di Ankara che il leader turco sta portando il suo esercito “in un’avventura e in un’aggressione ad un Paese vicino dalle conseguenze ignote”, avvertendo che gli iracheni “resisteranno all’occupazione del loro Paese”.

Vignetta di Davide Ciminari

Vignetta di Davide Ciminari


Proprio dall’Onu, è arrivata in queste ore la preoccupazione per la sorte degli 1,5 milioni di civili a Mosul e teme che “migliaia di loro potrebbero ritrovarsi sotto l’assedio” delle truppe governative o diventare “scudi umani” nelle mani dell’Isis. Lo afferma in un comunicato il sottosegretario per gli affari umanitari, Stephen O’Brien, facendo appello “a tutte le parti perché rispettino i loro obblighi di proteggere i civili in base alla legge umanitaria internazionale”.


Vengo anch’io, no tu no
di Alberto Benzoni

In base alle “dichiarazioni di intenti” e agli oggettivi rapporti di forza, Mosul avrebbe dovuto essere, non dico conquistata, ma sotto attacco da un pezzo. Ma se ne riparlerà l’anno prossimo. Allo stesso modo, la città libica di Sirte, di cui era prossima, settimane fa, la definitiva liberazione, dovrebbe essere ancora, almeno in parte, in mano a quelli dell’Isis.
E, ancora, questa stessa Isis, nei giorni pari forza in espansione e minaccia temibile, diventa, in quelli dispari, qualche migliaio di miliziani allo sbando, destinati alla sconfitta certa e la sua rete europea si tramuta, a seconda delle circostanze, vuoi in una grande macchina del terrore, vuoi in semplice brand a disposizione del frustrato con tendenze omicide di turno. Mentre scopriamo improvvisamente che la crociata internazionale contro l’Isis, solennemente indetta e al più alto livello, si manifesta sul terreno, almeno in Iraq, soprattutto con le milizie sciite e con i loro consiglieri iraniani (e cioè con forze formalmente escluse dalla crociata); e, nel contempo, che al Qaeda, data per morta è viva e in piena espansione.
Informazione manipolata? Magari fosse. Perché la manipolazione presuppone un manipolatore e il manipolatore un disegno. Mentre, in realtà qui non c’è alcun “disegno” degno di questo nome, almeno da parte dell’Occidente. Perché ogni disegno che voglia essere efficace, presuppone una definizione comune dei problemi da affrontare, degli obbiettivi da raggiungere e, infine, delle forze che, a livello regionale, sono orientate a sostegno del progetto oppure volte a combatterlo.
Ora, di tutto questo non c’è traccia. E non perché l’Occidente (leggi in questo caso gli Stati Uniti; perché l’Europa degli stati non può avere una politica estera comune) non abbia una linea; ma perché ne porta avanti diverse, in ordine di tempo e poi simultaneamente, e del tutto contrastanti tra loro. Prima, in ordine di temo, l’appoggio ai regimi castrensi o “patrimoniali”contro i regimi filosovietici e quello iraniano con l’arruolamento, in nome della Causa, dei fondamentalisti islamici.
Poi, l’avventura, del tutto solitaria, in Iraq, come vittima “laica”di una lotta contro il sullodato fondamentalismo, ora ridefinito come matrice del terrorismo. Poi l’apertura improvvisa, con la primavera araba, all’islamismo ora democratico contro i regimi al potere; apertura, però valida nel lato Sud del Mediterraneo e nella Siria di Assad ma non nei paesi del Golfo. Poi la costruzione di un blocco sunnita, contro il blocco sciita e la Russia, chiudendo un occhio, diciamo così, sulla presenza, all’interno del medesimo, di un fondamentalismo radicale e omicida. E, per concludere, la combinazione frettolosa e del tutto improbabile di due distinte e contrastanti crociate. la prima, formalmente “messa in sonno” (ma sempre pronta ad occupare di nuovo la scena) contro Assad, sciiti e russi. La seconda, formalmente all’ordine del giorno ma mai seriamente messa in campo, all’insegna del “tutti insieme appassionatamente” contro l’Isis e altre formazioni della galassia fondamentalista.
Ora, è questo vuoto politico ad alimentare il vuoto nei fatti e nelle informazioni sui medesimi.
E qui possiamo tornare, in conclusione, a Mosul (e un pò anche a Sirte).
Nel primo caso, tutti d’accordo, nella necessità di conquistare la città, ponendo così fine all’esperienza del califfato ( anche se nessuno può dire con certezza che la fine del califfato porterà con se la fine dell’Isis). ma tutti in disaccordo sul chi debba assumersi il compito di conquistarla. Perché quelli disponibili alla bisogna: milizie sciite, curdi e ora anche turchi, non sono accettabili né per il governo iracheno né, soprattutto, per gli Stati uniti. Mentre quelli “ok”, leggi esercito iracheno e milizie sunnite “buone” semplicemente non esistono.
E, allora, al-Baghdadi, ammesso che sia mai veramente esistito, può per ora, dormire sonni tranquilli; sempre naturalmente che, sotto il comando della Pinotti, arrivino truppe italiane ad investirla dal Nord…
Per Sirte il problema è diverso. Perché o da est, lungo il percorso da Tobruk a Tripoli o da ovest, lungo il percorso inverso, degli uomini armati sono in arrivo per conquistarla. Il solo rischio è che, nell’urgenza di combattersi tra loro, si dimentichino completamente dell’isis.

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