giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Politica della trasparenza o trasparenza della politica
Pubblicato il 14-10-2016


Questo pezzo vuole illustrare una nostra ipotesi di lavoro: che la politica della trasparenza in anno da qualche anno nel nostro paese, in particolare a livello locale (creazione di organismi ad hoc, regole e verifiche sempre più stringenti, campagne stampa, centralità del tema nella polemica politica, coinvolgimento della pubblica opinione e via discorrendo) ha avuto un esito molto diverso se non opposto a quello originariamente prefisso; almeno nel senso di rendere la politica, come gestione collettiva della “polis”, ad un tempo meno trasparente e più discreditata.
Un dato, quest’ultimo, confermato da tutti i sondaggi e accettato pacificamente dagli opinionisti di più diverso orientamento. E, allora, ciò che interessa qui è di capire come questa clamorosa eterogenesi di fini sia potuta avvenire; e, soprattutto, per opera di che cosa e di chi.
Cominciamo con la (voluta?) cecità del legislatore. Che ha bellamente ignorato, nel proporre il suo armamentario di prescrizione, il fatto che l’opacità, leggi il tesserne un velo protettivo sui comportamenti e gli atti, individuali e collettivi, dell’Amministrazione, non rappresentava una dimenticanza da correggere ma una difesa esistenziale. Bilanci truccati, intese inconfessabili, regole non rispettate, adempimenti inevasi; un sistema più o meno diffuso ma che comunque può perpetuarsi solo se nascosto ai diretti interessati e alla pubblica opinione.
Ecco, allora, il “blocco del silenzio”: tanto più totale quanto più l’ente locale in questione è strutturalmente compromesso (vedi Roma). Spezzarlo con questa o quella “grida”manzoniana (vedi il diritto di accesso agli atti, vera e propria beffa per i cittadini-utenti) è impensabile; tant’è che a qualsiasi tentativo in tal senso si è rinunciato preventivamente; per dare in pasto al “popolo bue” non la politica (leggi le modalità con cui viene gestita la cosa pubblica ma i politici. E i politici non nella veste di pubblici amministratori ma nella loro, diciamo così, veste personale se non privata. Ecco allora il turbinare di scontrini, fatture, mutande acquistate con il relativo colore, feste non autorizzate, roba che scotta, roba da far cadere sindaci e intere amministrazioni. Ed ecco, ancora, l’obbligo di rendere conto, prima di accedere alla carica elettiva, della propria vita dalla pubertà in poi; incarichi svolti, fonti di reddito, frequentazioni, prime, seconde e terze case; il tutto attentamente vagliato al microscopio; mentre nessuno sembra curarsi dei comportamenti, questi sì pubblici, dell’eletto o dei criteri per la nomina negli enti e così via.
e però il legislatore, nel nostro caso, non è né Solone né Licurgo. mentre è certamente uno incaricato di dare forma agli umori della pubblica opinione.
Ora, questa pubblica opinione, ecco il nostro secondo punto, è immersa, e non per sua colpa, in una sorta di giustizialismo, ad un tempo esasperato e profondamente degenerato. Non ci sono più, come nei primi anni novanta, i Buoni e i Cattivi, la magistratura vince e l’immacolata Società civile in lotta contro i partiti corrotti.

Alberto Benzoni

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